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La guerra di IV generazione e il ruolo dei media: le contromisure delle forze e dei movimenti popolari

falceemartelloQuando si parla di guerra di IV generazione e del ruolo che i mezzi di comunicazione rivestono in questo senso, è necessario, innanzitutto, analizzare siffatta questione sotto l’aspetto delle relazioni interamericane e, pertanto, della crisi strutturale del capitalismo. E’ importante, altresì, fare una breve analisi della storia delle relazioni tra gli Stati Uniti del Nord America e l’America Latina.

Così come afferma Atilio Boron, le politiche d’ingerenza statunitensi in America Latina e nei Caraibi, hanno inizio nel 1823, quando Washington rende pubblica la Dottrina Monroe, intesa come politica per l’emisfero occidentale.[1] Tale dottrina avviene un anno prima della famosa Battaglia di Ayacucho (1824), vale a dire prima ancora che i popoli latinoamericani si liberassero dalla corona spagnola.

L’avvicinamento economico, politico e culturale degli Stati Uniti del Nord America in America Latina e nei Caraibi, ha inizio proprio da quel momento, sebbene non contava ancora delle condizioni oggettive per compiere il proprio fine: trasformare l’America Latina nel proprio “giardino di casa”.

E’ solo all’indomani della seconda guerra mondiale che gli USA riescono a penetrare in tutta l’America Latina, ponendo in essere il concetto gramsciano di “egemonia corazzata di coercizione” nelle relazioni interamericane.

Ebbene, nonostante non pochi accademici, analisti politici e giornalisti salariati, allineati alla guerra mediatica, psicologica e culturale degli USA contro “Nuestra América”, persistono nell’affermare l’irrilevanza dell’America Latina nella geopolitica imperialista statunitense, Washington, invero, ha sempre avuto una prospettiva verso il Sud, se analizziamo accordi come la OEA, il TIAR, l’Atto di Chapultepec e l’Alleanza del Pacifico.[2]

Orbene, gli interessi di stato nordamericani in quella regione sono semplici e sono, senza dubbio, quelli dell’industria tecnologica-militare che controlla la politica estera della Casa Bianca, e che abbisogna di quelle risorse naturali strategiche che si trovano, prevalentemente, in America Latina e che dovuto alla vicinanza con gli Stati Uniti sono più facilmente trasportabili in quel paese. Non dimentichiamoci, infatti, che l’America Latina rappresenta nella geografia perversa dell’aquila fascista del Nord la frontiera tra centro e periferia dell’impero.

Per questo e per molte altre ragioni, la necessità da parte di Washington di inondare la regione di basi militari che, hanno – quasi tutte – le stesse caratteristiche: sono basi di piccole dimensioni, camuffate come “inoffensive”, in realtà convertibili in vere e proprie basi militari in poche ore.

Il sistema di basi militari è ristrutturato sulla base della cosiddetta “Guerra di IV generazione” che la Roma americana (secondo la definizione che José Martì, l’apostolo dell’indipendenza di Cuba, diede degli Stati Uniti) e la NATO (se pensiamo alla base militare presente nell’isola delle Malvinas), stanno rafforzando e ampliando in tutta la regione.[3]

Obiettivo principale è abbattere ad ogni costo i governi progressisti, democratici e rivoluzionari che fanno parte dell’Alleanza Bolivariana in “Nuestra América”, l’ALBA-TCP, e, quindi, i processi di emancipazione e di giustizia sociale come la Rivoluzione Bolivariana in Venezuela, la Rivoluzione Cittadina in Ecuador, la Rivoluzione del “Buen Vivir” in Bolivia, il governo sandinista in Nicaragua, il governo nel Salvador, i governi di Cristina Fernandez in Argentina e di Dilma Rousseff in Brasile; il sogno da parte degli USA di abbattere la Rivoluzione cubana attraverso la tattica dello smart power.[4]

Uno dei pretesti dell’impero nordamericano per raggiungere siffatti fini sono la cosiddetta “guerra contro il narcotraffico” e contro il “terrorismo”, attraverso i quali gli USA cercano di abbattere le frontiere nazionali, con lo scopo di stabilire il proprio “Washington consensum”.

Un ruolo strategico, come braccio destro della geopolitica imperialista statunitense in America Latina e nei Caraibi, lo svolgono i principali mezzi di comunicazione, i quali attuano come un vero e proprio esercito di mercenari al servizio del nemico nel creare i presupposti per colpi di stato, interventi militari statunitensi, influenzando e manipolando l’opinione pubblica internazionale e creando le basi per quello che Sonia Winer definisce – a ragione – come la “rappresentazione strategica della minaccia”.[5]

Cosicché, quando vediamo che i principali mezzi di comunicazione operano come un vero e proprio esercito di riserva in seno alla “guerra di IV generazione” (o guerra non convenzionale); quando costatiamo come anche in Italia i mezzi di comunicazione nostrani non si distanziano dal ruolo golpista di altri giornali e canali televisivi come il Pais, la BBC, la CNN, El Nacional, El Mundo, ecc.,[6] comprendiamo come sia importante anche qui da noi costruire un forte movimento di sostegno e di appoggio alla Rivoluzione Bolivariana in Venezuela e non solo: un forte movimento in difesa del progetto bolivariano e martiano di una Patria Grande in “Nuestra América”. Progetto di emancipazione sociale che, evidentemente, non va bene alle centrali dell’impero che comprendono come i nuovi paradigmi venutosi a creare nelle relazioni internazionali; le nuove triangolazioni tra America Latina, Russia e Cina, rappresentano una “bomba geo-strategica” contro le politiche imperialiste nell’emisfero occidentale.

Insomma, mai nella storia delle relazioni internazionali è avvenuto quello che abbiamo di fronte in questi ultimi vent’anni. Dal crollo del cosiddetto “socialismo reale” (o se preferiamo, dalla disfatta del “revisionismo reale”) il pianeta è passato da un sistema bipolare (USA-URSS), a uno prevalentemente unipolare (USA) e, infine, in un nuovo paradigma verso un sistema multipolare nelle relazioni internazionali; come quello nel quale siamo oggi spettatori.

Conviene precisare, onde evitare equivoci, che quello che abbiamo tra le nostre mani non è un esercizio prettamente intellettuale o per specialisti delle accademie borghesi. Quando parliamo di nuovi paradigmi nelle relazioni internazionali, di nuove triangolazioni tra America Latina, Russia e Cina; quando analizziamo i nuovi accordi bilaterali tra i paesi del “sud” del pianeta, stiamo parlando della lotta della periferia dell’impero che, nel divenire della storia, sta trasformandosi ogni giorno sempre di più come centro strategico verso un nuovo mondo basato sui presupposti della pace, l’amicizia e la cooperazione tra i popoli e sulla giustizia e l’eguaglianza sociale. Stiamo parlando di quei popoli lavoratori della periferia che da meri spettatori sono diventati soggetti della storia, di quello che Karl Marx definiva come “lotta di classe” e che, attraverso il progetto bolivariano e martiano di emancipazione sociale e politica stanno mostrando a tutti i popoli del mondo – anche qui in Italia – che oltre al neoliberalismo e alla crisi di sovrapproduzione del grande capitale c’è vita è che questo si chiama socialismo, o meglio “socialismos”, al plurale, affinché sia chiaro nell’immaginario collettivo dei lavoratori di tutto il mondo, che cambiare tutto ciò che deve essere cambiato non può essere ne “un calco ni una copia”; secondo quanto ebbe a dire quel grande marxista latinoamericano, amico di Antonio Gramsci, che fu Carlos Mariategui.

Siamo, inoltre, del parere che, la gravissima crisi del capitalismo è anche una crisi non solo economica, bensì culturale e socio-politica, così come lo aveva affermato il Comandante Fidel Castro durante il suo discorso pronunciato nel Vertice della Terra svoltosi a Rio de Janeiro nel 1992.[7]

Tutto ciò richiede una presa di coscienza da parte dei movimenti popolari e di solidarietà qui in Italia. Presa di coscienza che deve avanzare verso la costruzione di un pensiero critico idoneo ai tempi e a quella “battaglia delle idee” che Fidel ha definito come strategica nella lotta per la costruzione di un altro mondo migliore: il socialismo.[8]

Lottare per rimettere in auge un pensiero critico vuol dire “armarci” di un’ideologia e di una teoria rivoluzionaria idonea a contrarrestare la guerra psicologica, culturale e mediatica portata avanti dai mezzi di comunicazione, da non pochi professori allineati ai dettami di Washington e che sono utilizzati per trasformare i giovani e i lavoratori in “idioti utili dell’imperialismo” asserviti allo stile di vita statunitense; secondo come ha affermato in un suo articolo Raul Antonio Capote, ex agente della sicurezza di Stato cubana.[9]

Fu proprio un funzionario del Dipartimento di Stato, Francis Fukuyama, che sintetizzò quanto quivi esposto, vale a dire il trionfo ideologico e l’implementarsi della guerra di “IV generazione” attraverso la doppia formula di “economia di mercato + democrazia liberale”.

Ciò nondimeno, va detto che, all’indomani della crisi strutturale del capitalismo cominciata nel 2008, siffatta formula non è più credibile: la cosiddetta “economia di mercato” fu confutata dagli aiuti multimiliardari che gli stati-nazione a capitalismo avanzato hanno concesso per salvare le loro banche e i loro oligopoli, là dove la cosiddetta “mano invisibile” del mercato neoliberista se né andata a farsi friggere.

Della cosiddetta “democrazia liberale”, non se ne vede nessuna traccia, se pensiamo a quanto avviene tutti i giorni in Colombia, in Messico e in Paraguay, contro i movimenti popolari che si oppongono democraticamente, pacificamente e giustamente contro le politiche di espropriazione portate avanti dai governi allineati agli USA nei loro territori.[10] Sempre che non si voglia parlare di “democrazia liberale” il poter votare ogni quattro anni per un candidato scelto da Washington, costatiamo che tale formula viene spolverata dai mezzi di comunicazione allineati alla guerra di “IV generazione” per dare addosso ai governi popolari, come nel caso dei paesi membri dell’ALBA-TCP.

Va detto che, nonostante quello che affermano i mezzi di comunicazione internazionali, a parte i governi dell’ALBA-Tcp, è evidente come in “Nuestra América”, e più specificamente se pensiamo a quei paesi che fanno parte dell’Alleanza del Pacifico (Messico, Panama, Colombia e Perù), ogni qualvolta si presenta un candidato politico alternativo, che mette in serio pericolo gli interessi statunitensi nella regione, ecco che immediatamente la mano visibile della Roma americana, attiva i propri sicari, mercenari e assassini – attraverso la CIA – per abbattere fisicamente, sindacalisti, studenti, operai e attivisti sociali. Questo è il caso della Colombia e del Messico, ma non solo. Anche paesi come il Paraguay non è da meno, se pensiamo al ruolo strategico che lo Stato sionista israeliano svolge – inteso come braccio armato dell’imperialismo yankee – da sempre nel Cono Sur latinoamericano.[11]

Di fronte a tale scenario, pensare che i mezzi di comunicazione possano svolgere un ruolo d’informazione reale e onesta in merito a quanto sta accadendo, è pensare qualcosa di realmente impossibile. La stampa internazionale non solo si dimostra insufficiente nel far conoscere la realtà di quanto accade, ma svolge un ruolo chiave in quello che è l’addottrinamento dei popoli lavoratori in tutto il pianeta; quindi, anche in Italia.

Non si può fare a meno di porre l’accento, inoltre, sul cosiddetto “senso comune” imperante nelle nostre società occidentali, accuratamente fabbricate dal nemico, come del resto lo evidenzia Fernando Buen Abad, in una sua intervista in merito all’industria della comunicazione e della cultura del capitalismo, che ha come obiettivo quello di estirpare alla radice una qualsivoglia idea – o semplice sogno – nel quale sia possibile costruire un sistema politico, economico e sociale alternativo a quello presente oggi.[12]

Non sorprende, a questo punto, che le scienze sociali, come i mezzi di comunicazione, siano stati “colonizzati” dall’ideologia dominante borghese e che, quindi, non offrano nessun elemento per ridisegnare e ripensare criticamente la nostra realtà, intesa come idea teorica e pratica-trasformatrice; fomentando, così, comportamenti di rassegnazione o di fatalismo, tutti quanti – infine – compiacenti e funzionali allo stato di cose presenti. Dovuto a tale precedente, le scienze sociali e i mezzi di comunicazione sono diventati lo strumento principale per legittimare e giustificare il capitalismo e la sua civiltà della barbarie basata – non per ultimo – sullo sfruttamento del petrolio.

In questo senso vediamo come giustificano le loro politiche di espropriazione e saccheggio dei popoli lavoratori – sia nel centro dell’impero che nella periferia – con termini (o categorie) come: “mercato”, “economia”, “lotta contro il terrorismo”, “lotta contro il narcotraffico”, “guerre umanitarie”, “aiuti umanitari”, “globalizzazione”, ecc.

Tale congiuntura, obbliga i movimenti popolari di tutto il mondo – anche qui in Italia – nel cercare di trovare una via d’uscita da questo marasma analizzando le ragioni intrinseche di questa crisi del capitalismo, di carattere strutturale e, quindi, basata sulla crisi di sovrapproduzione e sulla caduta (tendenziale) della tassa di profitto.

Ecco, pertanto, l’importanza della “battaglia delle idee”, e di quello che Fernando Buen Abad ha definito – correttamente – in un suo articolo come la ricerca della costruzione di una “dottrina diplomatica tra i popoli” idonea ai tempi.[13]

Alla fine del Diciannovesimo secolo José Martì ebbe a dire che “De pensamiento es la guerra que se nos libra; ganémosla a fuerza de pensamiento”. Ovviamente che con queste parole l’apostolo dell’indipendenza di Cuba non pretendeva assolutamente sminuire l’importanza delle “altre guerre” che allora si stavano attuando contro il suo popolo e contro tutti i lavoratori del mondo.

Guerre come le pressioni e il sabotaggio economico, il paramilitarismo, le minacce imperialiste, come quelle portate avanti da Obama attraverso il decreto imperiale contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela, e – non per ultimo – le minacce di una guerra tra Repubbliche sorelle, come lo sono la Colombia e il Venezuela, o le provocazioni imperialiste nell’Eseguibo, non possono essere ignorate da quei movimenti popolari che anche qui in Italia hanno deciso coscientemente di sostenere il processo d’indipendenza politica dei paesi dell’ALBA-Tcp nei confronti dell’imperialismo USA, nemico dell’umanità.

Insomma, Martì insisteva non poco su un punto essenziale che conviene rilevare per non perderlo di vista: per trionfare in siffatta battaglia – su fronti diversi – era imprescindibile vincere il nemico nel campo decisivo delle idee. Senza una vittoria in questo campo, era inutile pensare di poter vincere le altre battaglie.

Così come ebbe a dire anche Antonio Gramsci, qualche decennio più tardi, l’emancipazione da parte degli oppressi necessita, nel campo delle idee, di almeno due fattori: primo, un’interpretazione contro-egemonica della società attuale e della sua crisi, vale a dire, un’analisi dettagliata di ciò che è il capitalismo, svelando i suoi occulti meccanismi di espropriazione e mostrandolo per quello che realmente è: un prodotto storico e transitorio; secondo, individuare una via d’uscita, un’alternativa che renda possibile la fuoriuscita dalla crisi. Senza una diagnosi distinta e alternativa a quella dominante e senza un progetto di trasformazione che renda possibile attivare una via d’uscita, le lotte di emancipazione dei popoli oppressi e dei lavoratori corrono il pericolo di schiantarsi contro gli ostacoli quivi menzionati. Non basta l’intollerabile sofferenza prodotta dalla situazione attuale per prendere coscienza di un cambio strutturale del sistema economico, politico, sociale e culturale nel quale viviamo: affinché i dannati della terra e i lavoratori si mobilitino e si organizzino devono per lo meno comprendere che non solo un altro mondo migliore è necessario, ma che questo sia possibile, che le loro proteste, le loro lotte, possono essere coronate, giacché possibili e viabili. Contro questa possibilità il neoliberalismo si è prodigato dal secondo dopo guerra in poi – e nello specifico dal crollo dell’URSS – là dove hanno creato la fallacia consegna che “non c’è nessuna alternativa” al capitalismo e al neoliberalismo, attraverso l’implementarsi delle cosiddette concezioni “post”: post-marxismo, post-strutturalismo, post-modernismo, ecc.

Sicché, la centralità che Fidel assegna alla “Battaglia delle Idee” risponde precisamente a questo tipo di considerazioni. Nella stessa direzione s’inserisce la riflessione di chi fu il segretario del Partito comunista d’Italia, Antonio Gramsci, quando poneva l’accento sull’importanza della battaglia culturale nella lotta per il superamento storico del capitalismo.

In ogni caso, vale la pena ricordare che il pensiero critico martiano sintetizzava con eloquenza due tesi centrali della tradizione marxista. La prima, espressa da Marx e Engels nella Ideologia tedesca, dove si diceva che “Le idee dominanti in una società sono quelle della classe dominante”. La seconda, enunciata da Lenin, la quale affermava che “senza teoria rivoluzionaria non esiste pratica rivoluzionaria”. Lenin, scriveva, altresì, e ci sembra importante rilevarlo che, di fronte ad una certa persistenza di una tendenza anti-teorica e apolitica nei movimenti di sinistra, “niente è più pratico di una buona teoria”.

Le tesi di Marx ed Engels si rifanno ai vari scritti del giovane Marx, e nella fattispecie, sulla “Questione ebraica”, dove sono esaminati i dispositivi con i quali la borghesia stabilisce la sua supremazia attraverso la diffusione della propria concezione del mondo in tutti i settori della popolazione. Ecco che in questa maniera il dominio della borghesia si “spiritualizzava”, diventando “senso comune” e penetrando, così, in seno alla società nel suo insieme, vale a dire nelle sue classi subalterne affinché “pensassero” e “interpretassero” la realtà oggettiva attraverso le categorie intellettuali e morali dei propri oppressori. Cosicché, il pensiero borghese s’impossessava, secondo l’interpretazione fatta da Gramsci, della “solidità delle credenze popolari”, rafforzando, di fatto, il suo dominio.

Insomma, così come lo sottolinea in non pochi suoi scritti e conferenze Atilio Boron, non tutto il pensiero che critica una realtà è da considerarsi come pensiero critico. Sono parecchie le critiche che, in realtà, sono compatibili col sostegno della società borghese e che non fanno paura al nemico. Uno di queste è senz’altro il cosiddetto ecologismo o il “capitalismo verde”, un pericoloso ossimoro che postula la difesa dell’ambiente senza comprendere che questo è assolutamente impossibile sotto un sistema che considera la natura come una merce e come una fonte strategica per il proprio macchinario tecnologico-industriale. L’ecologismo capitalista è un pensiero che si presenta come critico ma che, di fatto, non lo è. Lo stesso vale per coloro che si scandalizzano di fronte al capitalismo, ma si limitano attaccando le “politiche neoliberali” facendo una distinzione, che non esiste, tra un capitalismo “selvaggio” e uno dal “volto umano”. Differenza che non esiste, se pensiamo che da quando questo si è strutturato, attraverso la sua accumulazione originale, spiegata con dovizia di particolari storici da Marx nel XIII capitolo del Capitale, questo sistema si è contraddistinto per via delle sue barbarie, che tuttora imperversano nel pianeta.

Ora anche tali credenze di cui ci parla Gramsci fanno altrettanto parte della guerra culturale, psicologica e mediatica che l’imperialismo perpetua sui popoli lavoratori, se pensiamo alla conseguenza politica che generano tali affermazioni: se si critica al neoliberalismo e basta, il capitalismo è tratto in salvo, giacché ci si può appellare a modelli di ricambio come il keynesianismo, il neokeynesianismo o – come avviene in America Latina – attraverso il cosiddetto “desarrollismo”, sviando, così, dalla necessità storica della Rivoluzione.

Pertanto, ciò che distingue il pensiero critico, che devono adottare i movimenti popolari che sostengono i processi di emancipazione sociale e politica in corso in tutta “Nuestra América”, è la prospettiva, ovvero, il punto di vista dal quale si formula la critica. Questo per una ragione molto semplice: è la prospettiva che determina la profondità dei nostri sguardi, indicandoci l’orizzonte dove svolgere il nostro cammino.

Sicché, svolgendo alla conclusione, è necessario porci alcune domande per proseguire il nostro lavoro e che potrebbero essere le seguenti:

Vogliamo esaminare lo stato di cose presenti nella sua totalità, come un’articolazione complessa e in perenne movimento, nell’ambito economico, politico, sociale e culturale, o lo vogliamo fare attraverso la sterile prospettiva accademica delle scienze economiche, della politologia, della sociologia e dell’antropologia?

Vogliamo continuare a credere alle fallacie dei mezzi di comunicazione asserviti all’impero o pensiamo sia giunto il momento, come popolo lavoratore italiano, come classe operaia, come giovani ribelli e come movimenti popolari, di unirci al vento caldo che soffia dal sud del mondo e ricostruire un pensiero critico, una diplomazia tra i popoli che veda il raggiungimento dell’emancipazione politica e sociale, per tutti i popoli lavoratori del mondo?

 

di Alessandro Pagani

 

[1] Lectio Magistralis di Atilio Boron durante l’incontro “Unasur e le nuove sfide dell’integrazione latinoamericana”, Quito, 19 giugno 2012 https://www.youtube.com/watch?v=_ApN_wmFkGw

[2] Per ulteriori informazioni in merito all’Alleanza del Pacifico, vedi articolo di Alessandro Pagani su AlbaInformAzione http://albainformazione.com/2015/07/09/alleanzadelpacificotpp/

[3] Ana Esther Ceceña, Sujetizando el objeto de estudio, o de la subversiòn espistemològica como emancipaciòn, in: Los desafios de las emancipaciones en un contexto militarizado, CLACSO, Buenos Aires, Argentina, 2006 http://bibliotecavirtual.clacso.org.ar/ar/libros/grupos/cece/Ana%20Esther%20Cece%F1a.pdf

[4] Sul concetto di “SMART POWER” degli Stati Uniti contro Cuba socialista vedi l’intervista in allegato di Geraldina Colotti a Raul Antonio Capote, “Sono stato un agente cubano infiltrato nella CIA” tratta da Il Manifesto http://ilmanifesto.info/sono-stato-un-agente-cubano-infiltrato-allinterno-della-cia/

[5] Riguardo al concetto di “Rappresentazione strategica della minaccia” vedi allegato Sonia Winer, “Paraguay, la Tripla Frontiera e la rappresentazione imperiale dei pericoli”, http://www.vocesenelfenix.com/content/paraguay-la-“triple-frontera”-y-la-representación-imperial-de-los-peligros

[6] A riguardo vedi in allegato “Leopoldo Lopez condannato a 13 anni e 9 mesi: giustizia è fatta”, di Alessandro Pagani, tratto da AlbaInformAzione, 12 settembre 2015 http://albainformazione.com/2015/09/12/leopoldo-lopez-condannato-a-13-anni-e-9-mesi-giustizia-e-fatta/

[7] Vedi Discorso di Fidel Castro durante la Conferenza dell’ ONU su ambiente e sviluppo, Rio de Janeiro, Brasile, 1992 http://www.cubadebate.cu/opinion/1992/06/12/discurso-de-fidel-castro-en-conferencia-onu-sobre-medio-ambiente-y-desarrollo-1992/#.Vgo8yrSTZig

[8]La battaglia delle idee, la nostra ara politica più potente, proseguirà senza tregua. Discorso pronunciato dal Presidente Fidel Castro Ruz, Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba e Presidente di Stato e dei Ministri, sull’attuale crisi mondiale, nel prendere l’incarico nella sessione costituente dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare, nella sua Sesta Legislatura. La Habana, 6 marzo 2003, “Anno del glorioso anniversario di Martì e del Moncada”. Versione tachigrafica. Consiglio di Stato, https://cdamcheguevara.files.wordpress.com/2012/06/fidel_castro_-_la_batalla_de_ideas.pdf

[9] A riguardo vedi intervista in allegato a Raul Antonio Capote, “Yo fui uno de los creadores del paquete audio visual contra Cuba” tratto da Las razones de Cuba, 14 luglio 2015 http://razonesdecuba.cubadebate.cu/articulos/“yo-fui-uno-de-los-creadores-del-paquete-audiovisual-contra-cuba”/

[10] A riguardo vedi in allegato l’articolo di Hernando Calvo Ospina, “Statu quo, narcotráfico y guerra sucia, tratto da Rebelión, 24 settembre 2015, http://www.rebelion.org/noticia.php?id=203634

[11] A riguardo vedi in allegato “Mercenarios israelíes en Paraguay”, tratto da Resumen Latinoamericano, 18 dicembre 2012, http://www.resumenlatinoamericano.org/2013/12/26/mercenarios-israelies-en-paraguay/

[12] Vedi allegato Fernando Buen Abad, “In America Latina ci sono basi militari e basi mediatiche”, tratto da TeleSUR, 1 giugno 2015 http://www.telesurtv.net/bloggers/En-America-Latina-hay-bases-militares-y-bases-mediaticas-20150601-0002.html

[13] Vedi allegato, Fernando Buen Abad, “La dottrina diplomatica dei popoli”, tratto da TeleSUR http://www.telesurtv.net/bloggers/Doctrina-Diplomatica-de-los-Pueblos-20150815-0002.html

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