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Ed ora cosa seguirà?

160322001624_obama_castro_prensa_624x351_reuters_nocreditRelazione presentata nel Plenum ampliato del Comitato Nazionale dell’Upec (Unione dei Giornalisti di Cuba)  

A Cesare quello che è di Cesare. Guantanamo è quella che ha dato l’idea, per questo esercizio di riflessione che intraprendiamo oggi sul nuovo discorso del governo degli Stati Uniti verso Cuba dopo il ristabilimento delle relazioni diplomatiche.  

Con le eco ancora fresche della visita di Obama, l’UPEC del territorio presieduto da Josè Llamo mi convocò ad un dialogo interattivo su questo avvenimento.

Mi hanno concesso questa deferenza non perché fossi un esperto nel tema, e molto meno lo pretenderei, mentre altri sì lo sono per averselo guadagnato. Forse l’hanno fatto in considerazione a che ho dedicato la maggior parte della mia vita professionale alla copertura ed analisi di fatti internazionali che mi portarono ad essere per anni il corrispondente di Prensa Latina alle Nazioni Unite, nel paese che l’alberga. O per la docenza esercitata in questi angoli del sapere per futuri progetti di giornalisti.

Ma indipendentemente da qualsiasi riflessione, la cosa certa è che questi relazioni influenzano pesantemente tutta la vita di questo nostro arcipelago, e di tutti quelli che l’abitiamo, dalla nascita degli Stati Uniti, fino ai nostri giorni, disegnando durante secoli una storia di antipodi antagonisti, come quello dell’ambizione del colosso del nord di divorarsi Cuba, contro la spinta dell’identità della nazione cubana sovrana.

Davanti all’interesse dei colleghi di Guantanamo, mi sono ricordato, per effetto dell’intertestualità, del personaggio di uno scomparso programma umoristico televisivo che si domandava sempre “ed ora cosa seguirà?”. Solo che la domanda che possibilmente si facciano adesso molti cubani non si formula oggigiorno precisamente in chiave umoristica.

Penso che per i giornalisti, la domanda è ugualmente molto pertinente, in effetti, secondo Antonio Gramchi, siamo intellettuali organici, produttori quotidiani di messaggi pubblici, partecipiamo alla costruzione dei sensi, nel fluido dei linguaggi simbolici e nella generazione di consensi.

Negli incontri realizzati a Guantanamo, ed in seguito a Baracoa, abbiamo cominciato a fare un necessario esercizio di smontaggio della drammaturgia minuziosamente progettata per la visita di Obama e la sua corrispondente messa in scena, con la quale il protagonista si dispose a sedurre mentre lasciava cadere velenosi messaggi.

Da questo sicuramente bisognerà estrarre lezioni in termini di comunicazione politica.

Ha senso sospettare che abbia ottenuto zone di incantesimo nella popolazione, tra incauti, sprovveduti, scontenti, risentiti, allineati coscienti, ed annessionisti di ogni risma, convertiti in virtuali ed effettive scatole di risonanza di questi messaggi

Come esperienza propria poco tempo fa scrissi un articolo pubblicato su Cubadebate dedicato alla visita di Obama ad Hiroshima ed a Nagasaki, dove si astenne dal chiedere perdono a nome del suo paese per il lancio delle bombe atomiche, ripetendo un atteggiamento simile rispetto alla sinistra Operazione Condor quando visitò Argentina, questo stesso anno.

Voglio sottolineare che, dei più di 40 commenti di internauti ricevuti, la maggioranza lo giustificò e lo difese, e le loro critiche si diressero verso Spagna, l’antica metropoli o contro di me per criticare Obama. Questo che racconto non ha un rigore scientifico per misurare gli stati di opinioni, ma offre alcuni indizi da sottolineare.

I pronunciamenti di Obama provocarono articoli di giornalisti ed accademici nei quali processarono opportunamente quello che disse e non disse.

Ovviamente li abbiamo apprezzati positivamente, ci mancherebbe altro.

Al mio modo di vedere, si tratta solo della riposta sempre necessaria, l’avere sempre pronto il guantone di pugilato per salire sul ring, benché avessero ragione quelli che segnalano che ci muoviamo dal ring alla tavola degli scacchi.

Ma alla fine, il mandato di Obama passerà, e gli obiettivi dell’impero rimarranno, i nostri mezzi dovrebbero essere più attivi, affermativi e propositivi, ed avere le redini delle nostre stesse agende, invece di andare a rimorchio di quello che traccia l’altro, sempre in un atto sulla difensiva.

Credo che bisogna incominciare per ricorrere molto di più, senza inibizioni, all’attrezzo più importante dei giornalisti, cioè la formulazione della domanda acuta, intelligente ed abile nelle interviste, nelle conferenze stampa, e nelle dichiarazioni, ora che presenziamo nel nostro paese una valanga di visitatori di ogni tipo, di distinti livelli e varie intenzioni.

Il giorno che un presidente cubano visiterà la Casa Bianca, siamo sicuri che all’uscita la stampa statunitense non gli formulerà domande ospitali, gentili e compiacenti, e molto meno si manterrà in silenzio perché un funzionario indichi ai reporter che si mantengano con la bocca chiusa, ma al contrario loro si incentreranno “nel fare le pulci”.

Se da parte nostra c’asteniamo, invece di una relazione reciproca, staremmo favorendo una relazione asimmetrica.

In nessun modo la visione diplomatica deve essere necessariamente pugnace, al contrario deve essere complementare e collaboratrice, e senza subordinazioni, con la funzione informativa verace della stampa, né col dovere di svelare gli oscuri propositi della politica statunitense rispetto a Cuba, e non deve rannuvolarsi a causa della normalizzazione delle relazioni L’Avana-Washsington. Che gli alberelli della voglia della normalizzazione della relazioni diplomatiche non c’impediscano di vedere il bosco dei sistemi antagonisti.

I dialoghi a Guantanamo e Baracoa hanno trattato sui riferimenti essenziali e permanenti nella nostra proiezione editoriale, che di seguito riassumiamo:

1. – il 17-D e la visita di Obama non sono state donazioni, né atti di contrizione o redenzione, bensì fondamentalmente il risultato della capacità patriottica del nostro popolo, sotto la saggia direzione di Fidel e di Raul. Perché, ovviando enumerare tutte le sinistre forme di ostilità sfrenate durante le decadi rivoluzionarie, fatto che occuperebbe tempi e spazi estesi, può riassumersi nell’affermazione che sempre hanno tentato di ucciderci.

Ci sono altri fattori esterni che condussero al nuovo discorso degli Stati Uniti: il prestigio mondiale di Cuba, rispecchiato nelle votazioni nell’ONU contro il bloqueo economico e finanziario, la correlazione di forze nei governi dell’America Latina che hanno dato praticamente l’ultimatum a Washington affinché Cuba fosse presente nel Vertice delle Americhe, e le perdite di potere dell’impero nell’imporre decisioni ad altre nazioni, secondo il politologo Noam Chomsky.

2. – ora si tenta di cambiare i metodi ma dietro ci sono gli stessi obiettivi di sempre: minare il progetto socialista, dando il potere all’economia privata, come strumento eletto di una desiderata implosione e far ritornare Cuba all’ovile della dipendenza neocoloniale. Questa volta con l’aggiunta di allietarci con le note melliflue emesse da un presunto flautista di Hamelin.

3. – il bloqueo continua ad essere vivace e contento, ed il suo sollevamento sarà un lungo processo, dovuto ad una complessa impalcatura legislativa e giuridica, che non abbiamo spiegato sufficientemente, secondo me, per evitare false illusioni. E neanche il presidente ha fatto uso di tutte le sue facoltà esecutive per alleviare il bloqueo, lo sappiamo bene, e meno quando gli rimane poco tempo nell’incarico.

4. – il giusto e legittimo appello della devoluzione del territorio illegalmente occupato dalla base navale in Guantanamo.

5. – esplorare di più nella storia delle relazioni tra gli Stati Uniti e Cuba, piena di episodi istruttivi.

6. – sottolineare il profondo ed indivisibile legato di Josè Martì che nei discorsi ufficiali a Washington e nei caratteristici mezzi di comunicazione dello Stato della Florida sembrano limitarsi all’autore de La Rosa Bianca, tacendo tutta la sua opera capitale che mette in allerta sui pericoli della dominazione imperiale che incombeva sulla Nostra America.

7. – coprire a livello mediatico nella dovuta proporzione la presenza ed estensione dell’economia privata, con più enfasi nella cooperativa, l’economia statale, senza ovviare la critica quando sia necessario, e la politica di investimenti stranieri con aggiustamento alla sovranità nazionale, perché non sarà con gli imprenditori coi quali Obama dialogò a L’Avana che raggiungeremo un socialismo prospero e l’aspirazione di salti economici futuri.

8. – mettere in rilievo le scandalose crepe della società statunitense sui diritti umani, approfittando delle sue stesse fonti mediatiche rivelatrici, con un’indagine sistematica, che richiederà un maggiore accesso ad Internet.

9. – collocare in vista la caotica vita dei parlamenti pluripartitici che ci vogliono vendere come modello democratico. Lì ci sono gli esempi degli episodi provocati in Brasile, Spagna, Turchia, Ucraina, Giappone, e negli Stati Uniti con la loro formula di bipartitismo “siamese” che lasciano da parte le enormi necessità dei settori più svantaggiati della popolazione.

10. – un maggiore protagonismo giornalistico nella protezione e preservazione della cultura nazionale, le sue manifestazioni artistiche e letterarie ed i migliori apporti universali. Prestare l’indispensabile attenzione critica a quello che entra e circola, e si riproduce per la sfera turistica. Il deplorevole spettacolo di ballerine procaci avvolte in mutandoni con le bandiere cubane per ricevere la prima crociera proveniente dagli Stati Uniti, richiedeva una risposta rapida dei nostri mezzi, senza aspettare un segnale, che in realtà era già dato davanti all’evidenza di quello che si è visto.

Infine si impone sviluppare anticorpi professionali per esiliare la mediocrità ripetitiva, l’esposizione lenta, la saturazione tematica che finisce solo per provocare disgusto ed indifferenza.

Al suo posto dobbiamo esigerci un’abbondante creatività ed un sostenuto impegno per sedurre con i nostri messaggi.

di Hugo Rius

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

foto: Reuters

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