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In ricordo di Arrigoni

Vittorio Arrigoni

Vittorio Arrigoni

A 5 anni dalla sua morte, l’esempio di Vittorio Arrigoni, l’attivista che visse a Gaza.

«Illegale, irresponsabile e pericolosa». Con queste parole l’esercito israeliano descrisse Rachel Corrie dopo la sua uccisione.

Con queste o simili parole, beceri «giornalisti» descrissero Vittorio dopo la sua morte.

Molti che passano da Gaza si disperano perché toccano con mano cosa vuol dire essere palestinese. Palestinese ovunque: a Gaza, in Cisgiordania, come nei campi profughi di un qualsiasi paese arabo. Vittorio no, non si disperava mai, aveva capito fin dall’inizio dove stavano i torti e dove le ragioni e scelse da che parte stare, senza tentennamento alcuno. Il sentirsi costantemente dentro una grande, percepita e visibile ingiustizia non lo ha mai fiaccato. I bombardamenti, gli omicidi mirati, le perquisizioni, i sequestri dei palestinesi, che fossero uomini, donne o bambini non modificavano mai il suo stile, ed il contenuto dello scrivere: sempre attento, preciso, direi minuzioso e miracolosamente quando leggevamo tutto scorreva come un ruscello, capivamo tutto, sentivamo l’occupazione, l’umiliazione di essere oppressi sulla propria terra.

Tutto può essere distrutto in Palestina, gli oppressori non devono dimostrare nulla, non devono rispondere a nessuno, ci ricordava spesso Vittorio quante sono le Dichiarazioni dell’Onu cui Israele non ha mai nemmeno preso in considerazione. I loro strumenti di morte possono passare sopra ogni cosa in qualsiasi momento, nel silenzio dei potenti.

In quella metà d’aprile del 2011 la notizia della sua morte arriva e colpisce ognuno di noi, tra chi lo conosceva personalmente, tra chi aveva letto i suoi articoli su «il manifesto» o semplicemente tra chi si chiedeva perché tanta gente era attonita, senza parola, mentre stava appiccicata davanti ad uno schermo in contatto con chi si conosceva, con chi parlasse arabo o inglese per avere notizie, per sperare che arrivasse quella determinante: era salvo.

Ognuno di noi aveva già vissuto questi momenti perché ce ne hanno ammazzati tanti, da Carlo, 22 anni, a Dax 26 anni, ancora prima Rachel Corrie 23 anni, Thomas Hundall, 22 anni. E poi migliaia e miglia di palestinesi, di cui Vittorio aveva cura darci nomi ed età. Invece no: la morte di Vittorio sul momento ci fece perdere la speranza, ci colpì violentemente da farci quasi svenire, il mondo s’era capovolto.

Trovammo lucidità coi giorni, quando andammo a rileggere le sue testimonianze, a guardare le foto ed i filmati, quando chi ne aveva rovistava nei ricordi. Capimmo che la lotta continuava, che non potevamo farne a meno, anche se per caso si volesse.
Nei giorni successivi la salma arrivò nella sua Bulciago e fummo in tante e tanti da nemmeno starci ai suoi funerali, quando ci recammo a toccare la sua bara credo che molte e molti avessero potuto dare un pezzetto di se per farlo tornare in vita, senza ombra di dubbio lo avrebbero fatto. In quei giorni anche la terra di Palestina si riempì del suo ricordo, di gratitudine del popolo palestinese per uno dei figli migliori. Come ulteriore regalo Vittorio ci lasciò tante cose, anche che in quella terra non si può restare equidistanti, che occorreva saper scegliere chi da molti, troppi decenni lotta per la propria terra, la propria dignità, il proprio futuro.

Vittorio scriveva sempre di restare umani, di non cedere a quelli che ci vorrebbero disumanizzare. Restare umani significa seguire l’esempio di donne e uomini come Rachel, Vittorio o Tom Hundall, che hanno scelto di mettere da parte un pochino della propria ragionevolezza per non sacrificare la propria umanità.

di Francesco Giordano

testo e foto da Il Manifesto

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