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Atilio Borón: Il Che, mezzo secolo dopo

Il sociologo e analista politico argentino ricorda la straordinaria figura del Guerrigliero Eroico nel seminario internazionale convocato a Vallegrande, per i 50 anni dal suo vile assassinato

«Una chiacchierata di notte sul significato del 26 luglio; ribellione contro le oligarchie e contro i dogmi rivoluzionari».

«Il socialismo economico senza morale comunista non mi interessa. Lottiamo contro la miseria, ma allo stesso tempo lottiamo contro l’alienazione».

Le due citazioni in epigrafe che precedono questo lavoro riassumono in modo ammirevole il pensiero del Che. La prima è contenuta nel suo celebre diario scritto durante la guerriglia in Bolivia. Il secondo in un’intervista a Jean Daniel in Algeria. Entrambe delimitano i contorni del suo progetto politico, irriducibile alle forme sterili del marxismo sovietico imperante a quei tempi e alla ridefinizione in chiave economicista della gigantesca impresa di costruire l’uomo nuovo. È necessario ricordare questi approcci alla vigilia del cinquantesimo anniversario dell’assassinio di Che in Bolivia.

Le circostanze del delitto sono ben note e non ha senso ripetere qui ciò che è noto a tutti. Non basta ricordare che è caduto in combattimento, le ferite del Che non mettevano a rischio la sua vita. Ma l’ordine della CIA fu rigoroso: «uccidetelo e fatelo scomparire». In modo che non esista un santuario per i suoi resti che si converta in un luogo di pellegrinaggio per i suoi seguaci di tutto il mondo. «Che segua il destino di Patrice Lumumba», avranno pensato i suoi assassini. L’assassinio del comunista congolese fu ancora più vile e crudele di quello che Che. Questi fu sparato con un colpo, uno solo, a bruciapelo. L’africano fu crivellato di colpi, sepolto in un luogo segreto e, poco dopo, due ufficiali della polizia belga, esperti in questo tipo di crimini, esumarono il cadavere, lo tagliarono  pezzi per poi dissolverli con l’acido solforico, al fine di eliminare ogni possibilità di individuazione.

L’ossessione dell’impero e dei suoi alleati, nel caso di Lumumba britannici e belgi, non era solo uccidere ma gettare nell’oblio. La stessa ossessione disturbava il sonno degli americani quando catturarono il guerrigliero eroico. Il piano funzionò con il congolese, ma naufragò completamente con il Che. Anche se scomparso la sua figura è ogni giorno più presente e il guerrigliero eroico si è trasformato in un’icona rivoluzionaria mondiale, una bandiera di tutte le lotte in qualsiasi angolo del pianeta. Lì dove uno sfruttato o un oppresso si ribella a un’ingiustizia l’immagine del Che – resa immortale dalla fenomenale immagine scattata da Alberto Diaz (korda) – diventa simbolo della lotta, una bandiera da combattimento contro ogni forma di oppressione. Trent’anni dopo il suo assassinio i resti del Che furono ritrovati in una fossa comune a Valle Grande e inviati a Cuba dove oggi riposano per sempre a Santa Clara, la città dove ha combattuto e vinto la battaglia decisiva che spalancherà le porte al trionfo della Rivoluzione Cubana.

Le caratteristiche principali della sua biografia sono ben note. Basti dire che, anche se Che proveniva da una famiglia e da un ambiente sociale progressista, chiaramente identificato con i repubblicani durante la guerra civile spagnola e quindi antifascista, il suo processo di formazione ideologica ebbe una svolta decisiva con la constatazione in situ della lacerante situazione delle classi popolari durante i suoi due viaggi lungo l’America Latina nei quali la Bolivia fu una necessaria stazione della sua odissea continentale. Dotato di una curiosità inesauribile e un’immensa capacità di lavoro, le sue numerose letture diedero forma a una visione del mondo rivoluzionaria che segnerà il resto della sua vita.

Il Che: teorico della pratica, pratico della teoria

Bisogna chiedersi, in tempi dominati dall’eclettismo post-moderno e la disillusione verso la politica e la democrazia borghese, cosa resta del messaggio del Che per le generazioni attuali? Molte cose, naturalmente. Continua a essere una fonte di ispirazione per i lottatori sociali di tutto il mondo. Resta la sua indistruttibile coerenza, l’inscindibile unità tra teoria, pensiero e azioni che ha segnato tutta la sua vita; la sua assoluta convinzione che questo mondo è insostenibile e che solo una rivoluzione su scala planetaria potrà salvarlo dalla nemesi che conduce alla sua autodistruzione. Sufficiente a comprovare l’eccezionale attualità del Che e la validità dei suoi insegnamenti, scritti, discorsi e del suo esempio.

In questa occasione vorrei addentrarmi un po’ di più nella sua eredità teorica forgiata, come abbiamo detto sopra, nella sua pratica politica che inizia con i suoi due viaggi in America Latina dove stabilisce il suo primo contatto organico con il marxismo attraverso un medico peruviano, Hugo Pesce Pescetto, specialista nel trattamento della lebbra. Pesce era stato, insieme a Jose Carlos Mariátegui, co-fondatore del Partito socialista peruviano e in quel momento era uno dei leader del Partito comunista del Perù. Che lo conosce nel suo primo viaggio quando arriva a Lima nel maggio del 1952 e attraverso questo dialogo approfondisce la sua conoscenza del marxismo. Questo è riconosciuto da Che che, anni dopo, quando gli ha inviato una copia de ‘La Guerra de Guerrillas’, scrive nella sua dedica:

«Al dottor Hugo Pesce, che forse inconsapevolmente ha provocato un grande cambiamento nel mio atteggiamento verso la vita e la società, con l’entusiasmo avventuroso di sempre ma volto a obiettivi più armoniosi con le esigenze dell’America».

E firma, «Fraternamente, Che Guevara»

Il legame con Hilda Galea, peruviana allora residente (anno 1953) in Guatemala rafforza la sua familiarità con i classici del marxismo. I drammatici accadimenti che hanno luogo nel 1954 in quel paese: l’invasione organizzata dalla CIA  e il rovesciamento di Jacobo Arbenz completano con le dure lezioni della prassi il processo di formazione del giovane medico argentino. Il suo viaggio continua verso Città del Messico, dopo il fortunato incontro in Guatemala con il ‘moncadista’ cubano Antonio “Ñico” López (che ribattezzerà Guevara in ‘Che’) che lo metterà in contatto con Raul Castro Ruz e dopo con suo fratello, Fidel. Così come racconta Guevara stesso, bastò una notte di conversazione con il Comandante affinché si trasformasse nel medico della spedizione Granma, iniandp quel viaggio che lo avrebbe portato ad essere il più famoso guerrigliero del mondo. Per utilizzare le sue parole, secondo una confessione che fece a Jorge Masetti: «Parlai con Fidel tutta la notte. E all’alba ero il medico della futura spedizione». L’ammirazione reciproca era straordinaria ed emerse con chiarezza in una lunga conversazione di dieci ore nel luglio 1955 a Città del Messico. Il Che percepì rapidamente che Castro era «un uomo straordinario… Aveva una fede eccezionale nel fatto che una volta partiti verso Cuba saremmo arrivati. Che una volta arrivati si sarebbe lottato. E che lottando, avremmo vinto. Condivisi il suo ottimismo. Bisognava lottare, concretizzare. Smettere di piangere, e lottare».

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Erede di una nobile tradizione, della quale José Carlos Mariátegui fu il grande precursore, il Che concepiva il marxismo in sintonia con l’undicesima tesi di Marx: invece di interpretare il mondo, si tratta di cambiarlo. Come Lenin, credeva che «il marxismo non è un dogma ma una guida per l’azione». Per questo, se la teoria cozzava con la realtà andava minuziosamente rivista. Se i manuali sovietici postulavano una visione graduale e meccanicista secondo la quale non ci poteva essere una rivoluzione socialista senza prima una rivoluzione democratico-borghese guidata dalla borghesia nazionale, si doveva gettare questi testi a mare e ripensare tutto daccapo.

Il lascito teorico del Che è immenso e l’obiettivo di recuperarlo è ben lungi dall’essere realizzato. Le sue opinioni pessimistiche sulla scena internazionale del tempo, dominate dalla dottrina della ‘coesistenza pacifica’ proclamata dall’URSS, furono profetiche.

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Critica dell’economia politica del capitalismo e del socialismo

Il Che era un critico implacabile del capitalismo come sistema, e dei vari progetti che nella nostra America cercavano di presentarlo con un volto gentile e progressista. In questo senso, si distinguono le riflessioni incentrate sul brillante discorso pronunciato l’8 agosto 1961, alla Conferenza del Consiglio Economico e Sociale Interamericano dell’OAS, tenutasi a Punta del Este. L’incontro fu promosso dall’amministrazione Kennedy con due obiettivi: organizzare il ‘cordone sanitario’ per isolare Cuba e lanciare l’Alleanza per il Progresso (ALPRO), come alternativa ai successi inoccultabili della Rivoluzione Cubana.

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Alla luce delle fallacie ALPRO, che poi sono le stesso che oggi sostengono gli ideologi del neoliberismo e del libero scambio, il Che attaccò anche la pretesa di quegli economisti che esponevano le proprie idee politiche come se fossero mere opzioni tecniche. L’economia e la politica, diceva, «vanno sempre insieme. Per questo  non possono esserci tecnici che parlano di tecnica, quando c’è in gioco il destino dei popoli». Il Che sottolineava una verità che l’ideologia dominante ha occultato da sempre, le scelte di politica economica che decidono chi vince e chi perde, chi si impoverisce e chi diviene ricco, appaiono come semplici risultati di inesorabili equazioni matematiche, ‘obiettive’, incontaminate dal fango della politica.

Se oggi in Argentina o Brasile, come negli Stati Uniti o in Europa, sono in crescita i settori della popolazione caduti nella disoccupazione o al di sotto della soglia di povertà, mentre la redditività delle grandi imprese e gli stipendi dei loro dirigenti vengono misurati in milioni di dollari questo non può essere attribuito ad alcun fattore politico, bensì al gelido corollario di un giudizio strettamente tecnico. Se l’aggiustamento neoliberista impoverisce i poveri e arricchisce i ricchi non è perché è stata presa una decisione politica contro i primi, ma perché lo determina un argomento tecnico, ottimizzatore degli equilibri macroeconomici necessari per la crescita dell’economia. Solo uno spirito sottile potrebbe pensare che una tale decisione riflette le priorità di una classe dirigente interessata a promuovere questo risultato e per il quale è preferibile salvare le banche invece di salvare i poveri. Guevara distrusse implacabilmente questi argomenti, predecessori di quelli attuali che riaffiorano fortemente in Argentina con Mauricio Macri e nel Brasile di Michel Temer dove le idee che il Che ha combattuto in maniera incisiva a Punta del Este rivivono sotto nuova veste, ma con la stessa intenzioni.

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da TeleSur

Traduzione de l’AntiDiplomatico

foto: dal blog di Atilio Boron

 

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