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“Abbiate fiducia! Ritorneremo!”

Dava la sensazione che, una volta lanciato il grido di allarme durante il primo trimestre dell’anno in Guinea Conakry, c’era molto poco fare contro l’Ebola. Alla fine dei conti, ci sono stati compiacenza, morosità, se non silenzio in quasi ciascun angolo del mondo.

La reazione è stata ritardata. Questo sì, fino a quando l’infezione virale si è diffusa in Liberia, Sierra Leone, Mali e, soprattutto, ha contagiato cittadini “del primo mondo” od ha minacciato di addentrarsi nella geografia della “civiltà.”

C’è stato un ritardo e, più di tutto, si limitavano, a cercare di controllare le frontiere, ad iniettare loro dollari e convocare forze militari per evitare convulsioni ed instabilità sociale che inquinassero i continenti al di fuori dall’Africa.

Per questo motivo il mondo si è commosso, quando la Cuba di oggi ha fatto un atto di altruismo, vigoroso, un atto generoso da tutti i punti di vista, come se ne conoscono pochi in questi giorni del XXI secolo.

In primo luogo, più di 400 professionisti, allenati con meticolosità in suolo patrio; 165 di loro sono andati agli inizi di ottobre a Sierra Leone, nel vortice stesso di un luogo dove la malattia ha già ucciso più di 4 500 vite. Ora, 83 collaboratori in più, aggrappati come gli altri solo alla loro volontà, sono partiti ieri notte verso Liberia (49) e Guinea Conakry (34), dove li aspetta un piccolo avamposto che agisce già sul terreno.

Alla vigilia della partenza, uno, armato di migliaia di domande, li immagina irascibili, preoccupati, coi nervi tesi, coi cuori stretti dagli avvenimenti che trascendono loro, un poco perplessi, pensando come faranno per sopravvivere all’orizzonte che viene loro addosso e con più dubbi che risposte.

E la realtà ci scuote, ci strappa i dubbi : con un’allegria impaziente e speranzosa, propria della sicurezza per il buon agire, di certezza per sapersi dell’altezza delle circostanze, i medici e paramedici ricevono un gruppo di giornalisti nell’Unità Centrale di Cooperazione Medica, dove si preparano gli specialisti che compiono le missioni internazionaliste.

Sembrava che non ci fossero i motivi per la preoccupazione o che non abbiano ragioni per aver paura.

“Abbiamo paura, síiiii!” Luis Alberto Perez Lopez accentua la sua risposta in mezzo ad un sospiro che comparato con qualunque uragano, facciamo l’esempio del Katrina, lo avrebbe  fatto sembrare una lieve brezza di primavera. Però poi continua a rispondere con ottimismo all’intervistatore di fronte a lui.

“Chi non ha paura? Al principio, è chiaro. Ma mi sento preparato tanto bene che non c’è posto per la paura dentro di me. È difficile, lo so, ma compiamo la nostra missione a cappa e spada. Di questo non possono avere nessun dubbio, né il popolo e né la direzione del paese. Il nome di Cuba e della nostra medicina continuerà a stare nella cima più alta “.

E come la famiglia ha accolto la sua decisione?

“Hanno capito senza difficoltà. I miei genitori che sono stati protagonisti di questa Rivoluzione tanto grande; i miei fratelli che sono anche internazionalisti, i miei tre figli —di 16 (ragazza), 17 (uomo) e 19 anni (donna)—e mia moglie. Tutti comprendono l’altruismo di questo gesto.”

Per Luis Alberto, in Liberia, il destino della sua seconda missione, incontrerà un contesto molto più complicato di quello che ha trovato in Venezuela.

“Liberia sarà uno scenario con un quadro epidemiologico molto vario e con un nemico praticamente invisibile, a differenza di quello che succede in Venezuela dove ci sono molti sviluppi nella sanità ed il nemico era l’opposizione, contro la quale siamo preparati per affrontarla faccia a faccia.

“Ma siamo stati molto bene allenati, ripeto. È stato un corso intensivo di un mese ed otto giorni. Abbiamo ruotato per i principali ospedali de L’Avana, durante la parte teorica dell’addestramento e nell’IPK (Istituto di Medicina Tropicale Pedro Kourì) abbiamo fatto la pratica tecnica.

“Ringraziamo molto i professori dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l’Organizzazione Panamericana della Sanità (OPS), che ci hanno dato una preparazione perfetta. Adesso, ci rimane solo applicare tutto quello che abbiamo imparato e mostrare il coraggio e la volontà del contingente.

“Abbiate fiducia! Ritorneremo!”

E così, con questa tranquillità che trasmettono le sue parole, ci saluta.

Sembra una posa, una reazione illogica, un meccanismo di difesa, una maschera o qualsiasi altro tecnicismo psicologico. Ma qualunque di queste valutazioni si distrugge quando tutti reagiscono allo stesso modo, sereni, convinti, appassionati.

“Guarda, mia madre non era d’accordo con la mia disposizione. Aveva molta paura, fatto che è logico. Tuttavia, ho parlato con lei ed ha accettato la mia decisione quando ha capito che combattere l’Ebola in Africa, oltre a tutto quello che significa per questa popolazione, riduce anche le possibilità che si espanda per il mondo e, ovviamente, che arrivi a Cuba.”

Questo dice Ronald Hernandez Torres e, inoltre, che “l’Ebola è in vantaggio. Siamo sfavoriti, questa è una lotta che si doveva cominciare molto tempo fa. Così si sarebbero evitati tante morti e non esisterebbe questa sensazione di paura che c’è tra la popolazione, non solo a Cuba, bensì in tutto il mondo.

“No, io non ho paura. Questa è la verità. La preparazione che abbiamo avuto vince la paura che potremmo avere. Se applichiamo con disciplina tutte le norme biomediche, il rischio di contagio è quasi nullo. Inoltre, abbiamo 15 giorni di preparazione in più quando arriveremo in Liberia.”

“Sarà un scenario complicato —continua—, non solo perché l’Ebola è già un’epidemia, bensì perché solo il 20% della popolazione parla inglese, il resto si comunica con dialetti ed, inoltre, non c’è una situazione socio-politica che faciliti il nostro lavoro “.

A differenza di Luis Alberto e Ronald, il destino di Ruben Carballo Herrera è la Guinea Conakry, ma come loro è un modello di sicurezza. Al meno questo si può intuire dalla sua dichiarazione.

“Non mi sembra una missione tanto rischiosa. No, no, no, in realtà che non lo è”, ripete fino a quattro volte prima di argomentare la sua negazione.

“È che sono già stato in Haiti, un luogo che sono sicuro sia più ostile, più difficile di quello che troverò in Guinea Conakry. Sono sicuro”.

“Immagina che sono stato sull’Isola di Gonâve (isola di Haiti situata all’ovest di Porto Principe nel golfo con lo stesso nome), un medico ed io soli. Sono stato con pazienti che potevano contagiarti con l’AIDS, poliomielite, febbre tifoidea, malaria, tubercolosi… potrebbe essere rischioso allo stesso modo, ma non di più”.

“L’altra ragione è che ci hanno preparato molto bene da quando ci hanno scelti e, come hanno detto i miei compagni, l’addestramento è stato ottimo. Per questo ringraziamo i professori dell’OMS e dell’OPS, ed anche la direzione della Rivoluzione”.

“Trasmetta al popolo cubano che deve avere fiducia. La missione sarà soddisfacente. Di questo sono sicuro e posso dire che oggi nessuno di quelli che partiamo ha dei dubbi”.

A questo modo, con l’unica differenza dei paragoni con le sue esperienze internazionaliste previe, si dichiarano tutti i membri del contingente che ora, quando si leggeranno queste righe, si avvicinano al vortice di una malattia che, da marzo del 2014, colpisce Guinea Conakry, Liberia, Sierra Leone, Mali, Nigeria…, fuori controllo, con alta capacità di diffondersi e che ha già colpito a più di 11 000 africani.

“Quello che abbiamo fatto prima di prendere questa decisione, è stato riflettere, prima di tutto, nei bambini, nei giovani, nel futuro dell’Africa ed anche del resto del mondo. Per questo motivo partiamo con questa tranquillità che per alcuni è incredibile”, riassume in questo modo Carballo Herrera, che non vacilla a parlare per i suoi compatrioti.

Succede loro, non so perché mi viene il paragone, come a Woody Allen, che fanno questi sacrifici nel presente pensando al domani, che interessa loro tanto, perché è lì, nel futuro, dove vivranno il resto delle loro vite. Loro e, ancora più importante, i loro discendenti.

di Rafael Arzuaga

foto di Ismael Francisco

traduzione di Ida Garberi

da Cubadebate

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