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Omelia del Papa Francesco nel Santuario della Vergine della Carità del Cobre

Il Vangelo che ascoltiamo ci mette di fronte al movimento che genera il Signore ogni volta che ci visita: ci porta fuori da casa. Sono immagini che una ed un’altra volta siamo invitati a contemplare. La presenza di Dio nella nostra vita non ci lascia mai quieti, ci motiva sempre al movimento. Quando Dio visita, ci porta fuori sempre da casa. Visitati per visitare, incontrati per trovare, amati per amare.

Lì vediamo Maria, la prima discepola. Una giovane magari tra 15 e 17 anni che in un villaggio della Palestina è stata visitata dal Signore annunciandole che sarebbe stata la madre del Salvatore. Lontano dal vanagloriarsi e pensare che tutto il popolo doveva venire per essere a sua disposizione o servirla, lei esce di casa e serve. Esce ad aiutare sua cugina Elisabetta. L’allegria che germoglia di sapere che Dio sta con noi, col nostro popolo, sveglia il cuore, mette nelle nostre gambe movimento, ci porta fuori, ci porta a condividere l’allegria ricevuta come servizio, come consegna in tutte quelle situazioni imbarazzanti che i nostri vicini o parenti possano stare vivendo. Il Vangelo ci dice che Maria camminò in fretta, passo lento però costante, passi che sanno dove vanno; passi che non corrono per arrivare rapidamente o vanno troppo lentamente come per non arrivare mai. Né agitata né addormentata, Maria va di fretta, per accompagnare sua cugina incinta già non più giovane.

Maria, la prima discepola, visitata, è uscita a visitare. E da quel primo giorno è stata sempre la sua caratteristica particolare. È stato la donna che visitò tanti uomini e donne, bambini ed anziani, giovani. Ha saputo visitare ed accompagnare nelle drammatiche gestazioni di molti dei nostri popoli; ha protetto la lotta di tutti quelli che hanno sofferto per difendere i diritti dei loro figli. Ed ora, ancora lei, non smette di portarci la Parola di Vita, suo Figlio nostro Signore.

Anche queste terre furono visitate dalla sua materna presenza. La patria cubana nacque e crebbe al calore della devozione alla Vergine della Carità. Lei ha dato una forma propria e speciale all’anima cubana –scrivevano i Vescovi di queste terre–suscitando i migliori ideali di amore a Dio, alla famiglia ed alla Patria nel cuore dei cubani. L’hanno anche detto i vostri compatrioti cento anni fa, quando chiedevano al Papa Benedetto XV che dichiarasse la Vergine della Carità Patrona di Cuba, e scrissero: Né le disgrazie né le penurie riuscirono a “spegnere” la fede e l’amore che il nostro popolo cattolico professa a questa Vergine, ma, nelle grandi vicissitudini della vita, quando più vicina era la morte o più prossima la disperazione, sorse sempre come luce chiarificante di ogni pericolo, come rugiada consolatrice…, la visione di questa Vergine benedetta, cubana per eccellenza… perché così l’amarono le nostre madri indimenticabili, così la benedicono le nostre mogli.

In questo Santuario che conserva la memoria del sacro Popolo fedele di Dio che cammina a Cuba, Maria è venerata come Madre della Carità. Da qui Lei custodisce le nostre radici, la nostra identità, affinché non ci perdiamo nelle strade della disperazione. L’anima del popolo cubano, come abbiamo appena ascoltato, è stata forgiata tra dolori, penurie che non riuscirono a spegnere la fede, quella fede che si mantenne viva grazie a tante nonne che continuarono a rendere possibile, nella quotidianità della casa, la presenza viva di Dio; la presenza del Padre che libera, fortifica, sana, dà coraggio e che è rifugio sicuro e segno di nuova resurrezione. Nonne, madri, e tanti altri che furono segni di visitazione con tenerezza ed affetto, di prodezza, di fede per i loro nipoti, nelle loro famiglie. Mantennero aperta una piccola fenditura come un grano di senape attraverso cui lo Spirito Santo continuava ad accompagnare il palpitare di questo popolo.

Ed ogni volta che guardiamo Maria ritorniamo a credere quanto siano rivoluzionari la tenerezza e l’affetto (Evangelii gaudium, 288). Generazione dopo generazione, giorno dopo giorno, siamo invitati a rinnovare la nostra fede. Siamo invitati a vivere la rivoluzione della tenerezza come Maria, Madre della Carità. Siamo invitati ad uscire di casa, ad avere gli occhi ed il cuore aperto agli altri. La nostra rivoluzione passa per la tenerezza, per l’allegria che si fa sempre prossimità, che si fa sempre compassione che non è pena, è soffrire per liberare; e ci porta ad includerci, per servire, nella vita degli altri. La nostra fede ci fa uscire di casa ed andare all’incontro degli altri per condividere godimenti ed allegrie, speranze e frustrazioni.

La nostra fede, ci porta fuori da casa per visitare il malato, il carcerato, quello che piange e quello che sa anche ridere col chi ride, rallegrarsi con le allegrie dei vicini. Come Maria, vogliamo essere una Chiesa che serve, che esce di casa, che esce dai suoi templi, che esce dalle sue sacrestie, per accompagnare la vita, sostenere la speranza, essere segno di unità di un popolo nobile e degno.

Come Maria, Madre della Carità, vogliamo essere una Chiesa che esca di casa per tendere ponti, rompere muri, seminare riconciliazione. Come Maria, vogliamo essere una Chiesa che sappia accompagnare tutte le situazioni imbarazzanti della nostra gente, compromessi con la vita, la cultura, la società, non cancellandoci ma camminando coi nostri fratelli. Tutti insieme, servendo, aiutando. Tutti figli di Dio, figli di Maria, figli di questa nobile terra cubana.

Questo è il nostro rame più prezioso, questo è la nostra maggiore ricchezza ed il migliore legato che possiamo lasciare: come Maria, imparare ad uscire di casa per i sentieri della visitazione. Ed imparare a pregare con Maria perché il suo discorso è memore, grato; è il cantico del Popolo di Dio che cammina nella storia. È la memoria viva che Dio cammina in mezzo a noi; è memoria perenne che Dio ha guardato l’umiltà del suo popolo, ha soccorso il suo servo come l’aveva promesso ai nostri genitori ed alla loro discendenza per sempre.

traduzione di Ida Garberi

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