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Omelia del Papa Francesco ad Holguin: “Stiano sempre attenti”

Celebriamo la festa dell’apostolo ed evangelista san Matteo. Celebriamo la storia di una conversione. Lui stesso, nel suo vangelo, ci racconta come è stato l’incontro che segnò la sua vita, lui c’introduce in un gioco di sguardi che è capace di trasformare la storia.  

Un giorno, come qualsiasi altro, mentre era seduto al tavolo della riscossione delle tasse, Gesù passava e lo vide, si avvicinò e gli disse: “Seguimi”. E lui, alzandosi, lo seguì.

Gesù lo guardò. Quale forza d’amore ha avuto lo sguardo di Gesù per smobilitare Matteo come lo fece; quale forza hanno dovuto avere quegli occhi per alzarlo. Sappiamo che Matteo era un pubblicano, cioè, riscuoteva le tasse degli ebrei per darle ai romani. I pubblicani erano mal visti e perfino considerati peccatori, per questo vivevano appartati e disprezzati dagli altri. Con loro non si poteva mangiare, né parlare, né pregare. Erano traditori per il popolo: riscuotevano il denaro della loro gente per darlo agli altri. I pubblicani appartenevano a questa categoria sociale.

Invece, Gesù si trattenne, non si allontanò precipitatamente, lo guardò senza fretta, con pace. Lo guardò con occhi di povertà; lo guardò come nessuno l’aveva guardato prima. E questo sguardo aprì il suo cuore, lo rese libero, lo guarì, gli diede una speranza, una nuova vita come a Zaccheo, a Bartimeo, a Maria Maddalena, a Pietro ed anche ad ognuno di noi. Benché non osiamo ancora alzare gli occhi al Signore, Lui ci guarda per primo. È la nostra storia personale; come molti altri, ognuno di noi può dire: anche io sono un peccatore nel quale Gesù ha posato il suo sguardo. Invito che nelle vostre case, od in chiesa, facciate un momento di silenzio per ricordare con gratitudine ed allegria queste circostanze, questo momento in cui lo sguardo misericordioso di Dio si posò nella vostra vita.

Il suo amore ci precede, il suo sguardo si affretta alla nostra necessità. Lui sa vedere oltre le apparenze, oltre il peccato, il fallimento o l’indegnità. Sa vedere oltre la categoria sociale alla quale possiamo appartenere. Lui vede più in là quella dignità di figlio, forse sporcata dal peccato, ma sempre presente in fondo alla nostra anima. Lui è venuto precisamente a cercare tutti quelli che si sentono indegni di Dio, indegni degli altri. Lasciamoci guardare da Gesù, lasciamo che il suo sguardo percorra le nostre strade, lasciamo che il suo sguardo ci restituisca l’allegria, la speranza.

Dopo averlo guardato con povertà, il Signore disse a Matteo: Seguimi. E lui si alzò e lo seguì. Dopo lo sguardo, la parola di Gesù. Dopo l’amore, la missione. Matteo non è oramai lo stesso; interiormente è cambiato. L’incontro con Gesù, col suo amore misericordioso, l’ha trasformato. E indietro resta la banca delle tasse, il denaro, la sua esclusione. Prima lui aspettava seduto per riscuotere, per prendere agli altri, ora con Gesù deve alzarsi per dare, per consegnare, per darsi agli altri. Gesù lo guardò e Matteo trovò l’allegria nel servizio. Per Matteo, e per chiunque ha sentito lo sguardo di Gesù, i suoi concittadini non sono quelli da sfruttare per vivere, da usare e da abusare. Lo sguardo di Gesù genera un’attività missionaria, di servizio, di consegna. Il suo amore cura le nostre miopie e ci stimola a guardare più in là, a non soffermarci sulle apparenze o nel politicamente corretto.

Gesù va davanti, ci precede, fa la strada e c’invita a seguirlo. C’invita a continuare lentamente a superare i nostri preconcetti, le nostre resistenze al cambiamento degli altri e perfino di noi stessi. Ci sfida giorno per giorno con la domanda: Credi? Credi che sia possibile che un esattore si trasformi in servitore? Credi che sia possibile che un traditore diventi un amico? Credi che sia possibile che il figlio di un falegname sia il Figlio di Dio? Il suo sguardo trasforma i nostri sguardi, il suo cuore trasforma il nostro cuore. Dio è il Padre che cerca la salvazione di tutti i suoi figli.

Lasciamoci guardare dal Signore nell’orazione, nell’Eucaristia, nella Confessione, nei nostri fratelli, specialmente in quelli che si sentono abbandonati, più soli. Ed impariamo a guardare come Lui ci guarda. Condividiamo la sua tenerezza e la sua povertà coi malati, i carcerati, gli anziani o le famiglie in difficoltà. Una ed un’altra volta siamo chiamati ad imparare da Gesù che guarda sempre la porta più autentica che vive in ogni persona che è precisamente l’immagine del Padre.

So con che sforzo e sacrificio la Chiesa a Cuba lavora per portare a tutti, nonostante siano i luoghi più appartati, la parola e la presenza di Cristo. Una menzione speciale meritano le chiamate case di missione che, davanti alla scarsità di templi e di sacerdoti, permettono a tante persone di potere avere uno spazio di orazione, di ascolto della Parola, di catechesi e di vita di comunità. Sono piccoli segni della presenza di Dio nei nostri quartieri ed un aiuto quotidiano per rendere vive le parole dell’apostolo Paolo: “Vi prego che camminino come chiede la vocazione alla quale siete stati convocati. Siano sempre umili e gentili, siano comprensivi, comprendendosi mutuamente con amore; sforzatevi nel mantenere l’unità dello Spirito col vincolo della pace (Ef 4,2).

Desidero dirigere ora lo sguardo alla Vergine Maria, Vergine della Carità del Cobre, che Cuba accolse nelle sue braccia e le aprì le sue porte per sempre, e le chiedo che mantenga su tutti ed ognuno dei figli di questa nobile nazione il suo sguardo materno e che quegli occhi suoi misericordiosi siano sempre attenti di ognuno di voi, sulle vostre case, sulle famiglie, sulle persone che possano sentirsi come che per loro non c’è posto. Che Lei ci guidi tutti come curò Gesù con il suo amore.
traduzione di Ida Garberi

foto: Ladyrene Perez

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