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Intervista ad Alberto Antonio Dandolo, regista del documentario “The Cuban Wives”

Il poster di The Cuban Wives

Il poster di The Cuban Wives

Abbiamo incontrato Alberto Antonio Dandolo pochi giorni prima dell’inizio del Lakino Festival a Berlino, una finestra aperta sul cinema sud-americano arricchita, quest’anno, da incontri e discussioni sulle co-produzioni internazionali coinvolgenti i Paesi dell’America Latina.

Tra i vari titoli presentati, accuratamente scelti tra festival del calibro di Cannes, della Berlinale, del San Sebastian, spicca la presenza di una firma italiana, di un giovane autore italiano arrivato dall’Università di Roma Tre sino a Cuba per girare il suo primo documentario. The Cuban Wives, questo il titolo, rispolvera da una prospettiva intima e femminile la tragica storia dei cinque agenti anti terroristi cubani detenuti dal 1998 nelle carceri federali statunitensi. Vittime allora di un ingiusto processo, i Cinque scontano tutt’ora il loro ergastolo, pena aggravata dall’impossibilità di vedere le proprie mogli. In The Cuban Wives Dandolo osserva un caso di ingiustizia internazionale, universale, da un’angolazione domestica, privata, quotidiana, introducendosi nel piccolo vissuto famigliare senza invaderlo, assoggettando con grande sensibilità l’uso della camera ai sentimenti delle mogli intervistate. Con uno spostamento d’asse dalla sentenza ‘politica’ agli effetti della stessa nella vita degli affetti più vicini ai condannati, The Cuban Wives è un racconto di resistenza e amore, di lotta all’ingiustizia, di coraggio ammirevole nutrito dalla fiducia nella verità. L’estetica asciutta inquadra una narrazione che non cede mai il passo alla banalizzazione delle emozioni – tanto cara a chi fa del sensazionalismo il suo stendardo poetico – per puntare piuttosto a un’empatia onesta costruita su un patto di fiducia che garantisce il rispetto incondizionato del dolore. The Cuban Wives ha senz’altro il pregio di avvicinarci emozionalmente e intimamente a un dramma inaccettabile innescando una riflessione piena di rabbia sul concetto di giustizia e della sua violazione.

Domanda di rito, probabilmente scontata, ma fondamentale per introdurci nel tuo progetto, il documentario Cuban Wives sulle mogli dei Cinque agenti cubani detenuti dal 1998 nelle carceri USA e condannati all’ergastolo (uno di loro al doppio ergastolo) a seguito di un processo ingiusto: cosa ti ha spinto a ‘riaprire’ il caso?

Come avviene sempre nel mio caso, è stata la storia a trovare me. Fui invitato da Fabio Marcelli dei giuristi democratici a partecipare ad un incontro presso l’Ambasciata di Cuba a Roma (era nel maggio 2010). L’incontro verteva sul caso, a me all’epoca sconosciuto, dei cinque agenti anti terroristi cubani detenuti, come hai detto giustamente te poco fa, dal 1998 nelle carceri federali statunitensi. A questo incontro erano presenti due delle spose dei Cinque: Adriana Perez e Olga Salanueva, mogli rispettivamente di Gerardo Hernandez e René Gonzalez . Entrambe da 13 anni (ora 15 nel caso di Adriana) non hanno la possibilità di fare visita ai mariti perché gli Stati Uniti non le concedono con motivazioni pretestuose, il visto turistico e  di conseguenza l’accesso doganale. Al di là dei capi d’accuse, al di là delle pene inflitte, si somma questa condanna aggiuntiva: quella di non permettere le visite dei parenti. Negli occhi di Olga e Adriana brillava la speranza che un giorno avrebbero vinto l’ingiustizia riabbracciando finalmente i loro cari. Da questo incontro decisi di indagare sul caso dei 5.

Quali sono le ragioni che ti hanno portato a considerare il caso politico dei Cinque da una prospettiva intima?

La risposta a questa domanda nasce dal personale approccio che ho con la scrittura e più specificatamente con il cinema.

Troppo spesso ciò che le grandi ingiustizie si lasciano alle spalle sono una serie infinita di volti anonimi e di storie x. Il mio cinema vuole, senza pretese ma con grande determinazione, restituire dignità alle vittime di queste vicende conferendole un volto, dandole un nome e mostrando le conseguenze che l’ingiustizia ha generato sulle loro esistenze.

Hai scelto di raccontare questo doloroso caso attraverso uno sguardo femminile. L’attesa, la speranza, la lotta delle mogli è la controparte ‘domestica’ di una storia pubblica e internazionale. Da dove parte l’idea di un racconto emotivo e femminile?

Buona osservazione. Il documentario è un crescente passaggio da vita  pubblica a vita privata e viceversa per un’esigenza oggettiva: doversi adattare alle vite delle protagoniste impegnate costantemente a livello internazionale.  Per tornare alla domanda, Rosa – una delle protagoniste – mi disse nella primissima intervista che le feci a Roma grazie all’Associazione Italia-Cuba  “quando sono nell’attività mi sento utile, ma quando chiudo la porta di casa, sono sola”. Questa frase racchiude l’essenza della mia scelta. Quel piccolo gesto quotidiano passerebbe inosservato su un notiziario, per me invece chiudere una porta e restare soli rappresenta tutto. Il panorama interiore delle protagoniste è dettato da questi piccoli gesti in cui io mi rispecchio e spero anche gli spettatori.

Durante gli incontri con le cinque donne, c’è stata una storia che ti ha coinvolto particolarmente? Se si, perché?

Con ognuna di loro ho costruito un rapporto di fiducia che non dimenticherò mai. Mi hanno accolto nelle loro vite lasciandomi entrare poco a poco, accettando la mia presenza, fino a farmi diventare un loro confidente. Questo è ciò che resta, che coinvolge. Questo grado di intimità che mi ha permesso di raccontare le loro storia con dignità. Poi ci sono espressioni mute e sguardi talmente intensi che ancora oggi mi fanno balzare il cuore in gola e mi danno la forza di continuare a lottare.

Una delle note lodevoli del documentario è l’equilibrio tra le emozioni vivide delle cinque mogli e l’abilità di non banalizzarle o renderle sensazionali. Qual è stata la linea guida di questa operazione non facile ma senz’altro riuscita?

Non è stato semplice. Uno dei rischi quando si racconta un dramma è di cadere appunto nel sensazionalismo, nella spettacolarizzazione del dramma stesso fino a generare l’effetto opposto, ossia banalizzarlo. Come ti raccontavo prima è stato un processo che si è andato a costruire col passare del tempo. All’inizio le interviste erano per capire, poi ho smesso di domandare e ho iniziato ad ascoltare, a pensare. Nel cinema si può essere manipolatori ad accentuare con un montaggio calzante e le musiche una scena. La mia scelta è ricaduta su un montaggio essenziale e su delle musiche leggere per le quali devo ringraziare l’amico e compositore Mario Formisano (alias 4mx degli Almamegretta). Nel film c’è l’uso di quadri neri, che per me sono fondamentali per chiudere e aprire il sipario delle emozioni e delle storie. Ho anche scelto di allontanarmi delle volte quando sentivo che la tensione emozionale era troppo alta. Allora me ne sono andato in giro a parlare con la gente e a vedere quello che succedeva intorno alla vita delle protagoniste. Forse il pregio di questo documentario è aver saputo passeggiare di tanto in tanto.

Durante la lavorazione del materiale acquisito c’è stato qualcosa che hai preferito non portare sul grande schermo?

Si molte scene sono state tagliate in sale di montaggio. Alcune scene, e per questo ringrazio la direttrice della fotografia Marie-Cecile Embleton, anche se molto molto belle ci portavano fuori dal tema centrale facendoci perdere il filo del discorso. Tra tutte ricordo una con Rosa al delfinario de L’Avana. L’idea era di riprendere la protagonista mentre vedeva volteggiare i delfini nell’acqua e giocare tra di loro. Avevo girato la scena nella speranza di un qualche effetto placebo, e in effetti Rosa quel giorno si divertì moltissimo. Ma nell’economia del film decisi di non includerla.

Sebbene la tua opzione narrativa sia il racconto privato, emerge l’idea più generale di un Paese, Cuba, a cui se ne oppone un altro, la Florida. Due sistemi che tutt’oggi si osteggiano per diverse vie…

..due rette che si incontrano all’infinito. Cuba e gli Stati Uniti sono lo sfondo di questa storia, ma la vicenda potrebbe accadere ovunque sia stata commessa un’ingiustizia e coinvolgere chiunque abbia sofferto la lontananza dal proprio amore. Non entro in merito alla questione politica, il mio è un film che racconta una storia d’amore e di resistenza per la giustizia. In due scene di archivio storico, si accenna alle vicende storiche tra i due Paesi, ma solo per raccontare agli spettatori il contesto politico di un epoca precedente al film, che però ha ripercussioni oggettive sulla vita odierna di 5 famiglie.

Cuban Wives è una produzione internazionale, coinvolge l’Italia, Cuba e l’Austria. Puoi raccontarci qualcosa di questa esperienza?

Più che produzione internazionale, parlerei di solidarietà internazionale. Il film è stato girato con un budget limitatissimo. Sono riuscito a coinvolgere grazie alle relazioni tessute dalla mia piccola casa di produzione “Mimesi’S Culture”  il Centro di Studi Giuridici Internazionale del CNR di Roma, il Dipartimento Comunicazione e Spettacolo dell’Università di Roma Tre e alcuni piccoli investitori come Vladimiro Mei e l’austriaco Knut Ogris. L’Istituto Cubano d’Arte e Industria Cinematografica (ICAIC) ha messo a disposizione il suo archivio concedendomi i diritti di ben 8 minuti di pellicola! Oltre ai sopracitati, la lista degli amici che hanno collaborato è lunga e per chi avrà pazienza di arrivare fino ai titoli di cosa avrà l’occasione di conoscere i loro nomi e le rispettive mansioni.

Il tuo documentario sta per essere proiettato al Babylon Kino di Berlino selezionato dal Lakino Film Festival, una finestra sul cinema latino-americano, ma ha già avuto altre proiezioni (e premi) presso altri festival. Cosa rappresenta per te la partecipazione al Lakino e cosa ti aspetti da questa esperienza?

Questa proiezione è la prima pubblica a Berlino, i precedenti berlinesi avvennero a porte chiuse con i giuristi democratici dell’EDLH e prima ancora presso lo stand dell’Associazione Documentaristi Tedeschi (AG | DOK) all’EFM 62a Berlinale (dove il film fu lanciato). Permettimi di dire che il pubblico berlinese è tra i più colti d’Europa e che lo osserverò con molta attenzione. Purtroppo per loro sono uno di quei pazzi che ancora fa i film per la gente e non per i distributori. Per questo motivo devo ringraziare il direttore del LAKINO film festival Martin Capatinta per aver selezionato The Cuban Wives nella sua strettissima rosa.

Domanda di rito, per chiudere questo incontro: quali sono i tuoi progetti futuri?

In questo momento sono un vulcano. Sto seguendo come produttore creativo una trilogia di film d’osservazione sulle minoranze etniche e culturali tra Nord Africa e il Medio Oriente di cui firmerò il primo episodio “Nowhere land”. Ma nel cantiere Mimesi’S Culture stanno arrivando anche alcune stravaganti sorprese come il road movie “A Burning Dream” di Massimiliano Davoli e il film di animazione sperimentale “Aeterna” di Leonardo Carrano.

di Francesca Vantaggiato

da www.taxidrivers.it

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