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Infanzie rubate

Le linee del “subte”, come chiamano popolarmente la metropolitana in Argentina, sono come le vene della Città Autonoma di Buenos Aires. Giornalmente per questi condotti (ci sono cinque sezioni) passano più di un milione di passeggeri.

Tra il lunedì ed il venerdì, nelle ore di punta che vanno tra le 8:00 e le 10:00 della mattina e di pomeriggio tra le 5:00 e le 7:00, il “subte” è un caos di gente (realmente la città completa). Tanta è l’agglomerazione, gli spintoni per entrare per non arrivare tardi a destinazione, che mi fanno ricordare i celebri “camello” de L’Avana, negli anni novanta.

Ma più dolorosi risultano essere gli altri orari del giorno dove, benché il viaggio sia comodo, rapido, con pochi passeggeri ed esiste quasi sempre l’opportunità di ottenere un sedile, deambulano bambine e bambini vendendo cartoline od immaginette, facendo i giocolieri o qualunque cosa pur di raccogliere una moneta per portarla a casa loro.

Di sicuro l’infanzia dei genitori di questi piccoli è stata uguale. E che per il terrificante panorama in cui viviamo in un futuro può ripetersi la stessa storia con i discendenti di questi bambini.

Ogni volta che mi confronto con questo panorama passano come un flash la mia infanzia o le centinaia di migliaia di foto che ho scattato alle bambine ed ai bambini da un punto all’altro di Cuba dove, per esempio, una domenica, alla stessa ora in cui ho scattato alcune di queste istantanee a Buenos Aires, e con molti meno giocattoli di quelli che questa società di consumo pubblicizza per i bambini che nascono incoronati in una famiglia con denaro, stanno giocando felici nel loro quartiere o in un parco.

A Cuba ci mancano molte cose e ce ne sono altrettante che devono rivoluzionare. Urgono nuovi cammini da costruire per tutti. Ma continua ad essere grande e difendibile -a ogni costo – un sistema sociale, come quello nostro. Tra altri molti motivi, perché non ruba l’infanzia ai suoi figli come a questi innocenti che, nel bando dei poveri, degli inesistenti, prima di nascere (sia il paese che sia) li ha già condannati il capitalismo.

“Non sarà per caso che questa vita moderna sta avendo troppo di moderno che di vita?”, si chiede Mafalda, la più irriverente delle bambine.

testo e foto di Kaloian Santos Cabrera

preso da www.cubadebate.cu

traduzione di Ida Garberi

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