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L’erede del dinosauro

Enrique Peña Nieto

Enrique Peña Nieto

C’era una volta un maestro delle elementari che diventò politico e fu tutto quello che voleva essere, eccetto presidente della Repubblica. Quando più l’anelava, 30 anni fa, era vietato costituzionalmente per essere figlio di un emigrante tedesco, perché allora il potere era riservato a discendenti di padre e madre messicani. Frustrato nelle sue aspirazioni, Carlos Hank Gonzalez (1927-2001) continuò con quello che meglio sapeva fare: politica e commercio, in simbiosi. Così arrivò ad accumulare più di 1300 milioni di dollari, come lo registrò più di una volta Forbes, e si trasformò nel patriarca del Gruppo Atlacomulco, uno dei più poderosi clan dietro il potere.

Il chiamato “Maestro” è stato l’essenza del partito che è stato espulso da Los Pinos nel 2000, un PRI i cui dirigenti e quadri non hanno smesso di operare durante più di sei decadi, guidati dallo slogan più importante di Hank Gonzalez: “Un politico povero è un povero politico.”

L’erede del commercio politico del gruppo “priista” che intestò Carlos Hank Gonzalez durante la seconda metà del secolo XX è Enrique Peña Nieto, virtuale vincitore dell’elezione presidenziale di domenica scorsa.

Quasi alla mezzanotte del giorno dell’elezione, dopo che l’Istituto Federale Elettorale gli aveva dato un vantaggio praticamente irreversibile e che il presidente Felipe Calderon lo congratulasse in primo luogo per telefono e poi in televisione, in catena nazionale, Peña Nieto assicurò che il ritorno del PRI al potere non è una retrocessione, come assicurano i suoi oppositori.

Alcuni gli credono, ma basta ricordare un esercizio per mettere alla prova la maggiore sfida dell’oggi virtuale nuovo presidente del Messico: dimostrare che il sistema “priista” che rappresenta non è lo stesso che quello responsabile dei peggiori vizi della politica messicana, dalla più rampante corruzione governativa fino all’infiltrazione delle istituzioni dello Stato da parte del narcotraffico. È certo, anche, che i due governi consecutivi del PAN che ora finiscono non inventarono nessuno dei grandi mali strutturali del paese. Li sfruttarono solo dalla loro propria corruzione morale fino ad essere sconfitti dal crimine organizzato come conseguenza della loro incapacità politica.

Il gran paradosso dell’aneddotica impossibilità di Hank Gonzalez per essere presidente del Messico nel 1982 è quello che ha tolto il PRI dal vertice del potere nel 2000, cioè un altro discendente di tedeschi nazionalizzati statunitensi: Vicente Fox, grazie ad una riforma costituzionale promossa per Carlos Salina de Gortari. Dodici anni dopo, i più di 60 mila morti con cui finirà l’amministrazione di Felipe Calderon bollarono il ritorno di un PRI più coesivo e disciplinato, meno disposto a tornare a perdere il potere.

È un PRI incapace di rinnovarsi e che continua ad essere diretto dai quadri politici formati negli anni ‘70. Oltre il viso telegenico di Peña Nieto, la struttura da dinosauro di questo partito si prepara per spartirsi il potere che per 71 anni usufruì. Benché il suo delfino si ribelli.

“Siamo una nuova generazione, non c’è ritorno al passato”, dice Peña Nieto. Ed il vecchio PRI sorride ascoltando il discorso del suo cucciolo, pronunciato nell’auditorium Plutarco Elias Calles, nominato così in onore dell’uomo che nel 1929 istituzionalizzò la rivoluzione messicana. La politica rupestre di Calles è l’origine di tutte le regole non scritte dell’accesso al potere, molte di queste ancora vigenti.

“Il mio governo avrà posta la sua visione nel futuro, nel Messico di grandezza e speranza che tutti vogliono ed aneliamo”, promette il quasi sicuro prossimo presidente, e le forze vive esplodono in un giubilo che occulta un fatto storico: guardare in avanti nel PRI ha significato quasi sempre guardare nello specchio retrovisore.

Il PRI ha un difetto democratico di origine, perché questo paese non lo è stato mai pienamente, sotto il suo regime, ora sul punto di essere restaurato. È un partito la cui massima virtù è stata sempre rinnovarsi senza cambiare, il gattopardismo, elevato a ragione di Stato.

La dittatura perfetta, come chiamò Mario Vargas Llosa il regime “priista” nel 1990, è oggi la Repubblica del Masochismo, come pronosticò alla fine del 2009 che sarebbe il paese “se è che è verità il possibile trionfo del PRI, e se è che è lo stesso PRI che il popolo messicano respinse in alcune elezioni.”

Varga Llosa evidentemente aveva dimenticato il celebre racconto di Augusto Monterroso, oggi più che mai un luogo comune nell’immaginario messicano: “Quando si svegliò, il dinosauro stava ancora lì.”

scritto da Gerardo Albarran de Alba

preso da Pagina12

traduzione di Ida Garberi

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