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Eduardo Galeano: Alfaro

Eduardo Galeano

Eduardo Galeano

1912
Quito

Una donna alta, tutta vestita di nero, maledice il presidente Alfaro mentre inchioda il pugnale nel suo cadavere. Poi alza nella punta di un palo, bandiera fiammante, l’insanguinato brandello della sua camicia.

Dietro la donna di nero, vanno i vendicatori della Santa Madre Chiesa. Con funi continuano a trascinare, per i piedi, al morto nudo. Dalle finestre, piovono fiori. Gridano “Viva la religione” le vecchie “mangiasanti”, “ingurgitaostie”, “raccontapettegolezzi”. Si macchiano di sangue le strade lastricate che i cani e le piogge non potranno mai lavare del tutto. Nel fuoco culmina la macelleria. Si infiamma un gran animo e lì gettano quello che rimane del vecchio Alfaro. Poi calpestano le sue ceneri i bulli ed i delinquenti a stipendio dei signorini.

Eloy Alfaro aveva osato espropriare le terre della Chiesa, padrona di molto Ecuador, e coi suoi guadagni aveva creato scuole ed ospedali. Amico di Dio, ma non del Papa, aveva impiantato il divorzio ed aveva liberato gli indigeni incarcerati per debiti. Nessuno era tanto odiato come lui da quelli con veste talare e lo temevano tanto quelli con i vestiti eleganti.

Cade la notte. Odora di carne bruciata l’aria di Quito. La banda militare tocca valzer e balli nella festa notturna della Piazza Grande, come tutte le domeniche.

(Preso da Memoria del Fuoco III: Il secolo del vento)

preso da www.cubadebate.cu

traduzione di Ida Garberi

 

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