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Amanda Knox: da Lima a Taiwan occhi puntati su Perugia per il “femminicidio globale” di Meredith Kercher

Di Gennaro Carotenuto

Giornalismo Partecipativo

Meredith Kercher

La storia del femminicidio* di Perugia dove una ragazza statunitense dal bel viso, Amanda Knox, è accusata di aver ucciso la propria compagna di appartamento, l’inglese Meredith Kercher, è in prima pagina perfino sul quotidiano La República di Lima, nel remotissimo Perù, nel Taiwan News, nell’australiano Sidney Morning Herald, e in migliaia di altri media, dalla Turchia al Sud Africa, un’attenzione comunque oltre ogni logica per un caso di cronaca ambientato in una provincia italiana.

Non smettono di stupire le dinamiche dell’infotainement globale. Quanti femminicidi sono avvenuti negli ultimi quattro anni a Lima, in Perù, in America latina senza finire in prima pagina non dico per reciprocità su La Repubblica di Roma ma neanche su quella di Lima. Per quanti processi vengono organizzate perfino delle dirette Twitter delle udienze come quella che abbiamo notato nei giorni scorsi da parte di John Hooper, corrispondente a Roma per il Guardian e l’Economist?

Esistono elementi oggettivi e ricorrenti che costruiscono l’infointrattenimento globale e questo caso è paradigmatico: la nazionalità della presunta colpevole, la gioventù, il contesto del crimine a carattere sessuale, l’avvenenza unita ad altri dettagli riportati morbosamente, la centralità dei media statunitensi nel sistema mediatico globale, tutto è studiato e non ci sorprende.  Nel mio saggio Giornalismo partecipativo scrivevo dell’agenda setting del giornalista flessibile:

Il peggioramento dei rapporti di produzione ha conseguenze immediate sull’agenda setting del giornalismo[1] e il fallimento della capacità innovativa del giornalismo mainstream online è dato dal fatto che solo per tempismo ma raramente per qualità fa da capofila. Anzi, nello sparare un titolo nel giro di pochi secondi dal lancio d’agenzia è spesso responsabile di interpretazioni che poi si standardizzano. Si pensi al caso della bambina polacca uccisa nel nolano del quale abbiamo parlato a pagina 46. Ma più in generale si pensi alla scomodità delle inchieste sulla corruzione politica in un mondo giornalistico sempre più lottizzato. Si pensi alla gerarchia artefatta dai media tra i 627 omicidi in totale in Italia nel 2008, un numero da anni in decrescita, se non per allarme sociale sulla sicurezza amplificato dai media. Oltretutto tali omicidi sono sempre più concentrati in ambito familiare senza che sui media si apra un serio dibattito sul perché in Italia non ci si ammazzi più tra sconosciuti e invece ci si ammazzi sempre più tra parenti e affini.

Quei 627 morti oscurano largamente i 1.100 morti sul lavoro e gli oltre 5.000 sulle strade[2]. Amplificare gli uni e oscurare gli altri è una scelta che fa parte delle prerogative del giornalismo. Determinati omicidi, magari con risvolti piccanti o che coinvolgono personaggi noti, sono più notiziabili per un giornalismo che deve stare comunque sul mercato, rispetto alla caduta di un manovale albanese da un’impalcatura. Casi come quello del campione di football O. J. Simpson negli Stati Uniti, oppure di Wilma Montesi[3], nell’Italia degli anni ’50, o l’omicidio di Meredith Kercher a Perugia a fine 2007, con la continua esposizione del bel viso della presunta assassina Amanda Knox (50.000 foto sul web, due milioni di citazioni in Google, 35.000 nei blog), è prevedibile che inducano i giornalisti ad allettare l’attenzione fino alla morbosità del pubblico. Di nuovo: è prerogativa del giornalismo scegliere a quali fatti dare rilievo e in quale maniera narrarli (senza travisarli). Ma è altrettanto evidente che, focalizzandosi su determinati casi e ignorando altri, il giornalismo abdica da una delle sue funzioni principali. Lo fa per esempio proprio evitando di contestualizzare le centinaia di manovali stranieri che cadono dalle impalcature e quindi rinunciando a documentare fenomeni sociali per limitarsi a selezionare notizie appetitose.

Un giornalista, non necessariamente cooptato o lottizzato, ma sicuramente conformista e voglioso di far carriera, o semplicemente precario, è portato a sposare forme di copertura giornalistica come quelle sulla violenza, sulla sicurezza, e sui morti ammazzati (in realtà su 627 omicidi solo poche decine l’anno bucano lo schermo). Queste causano consenso intorno al modello sociale. Al contrario è portato a sottovalutare morti come quelle nelle strade o nei cantieri perché obbligano a un ripensamento profondo del modello stesso.

Oppure si pensi ai crimini ambientali dei quali sono spesso colpevoli grandi multinazionali. Si confrontino tali crimini con l’impermeabilità di fatto dei media verso questi. È difficile non pensare che siano crimini dei quali sono colpevoli o complici, non solo nel Sud del mondo, alcuni tra i maggiori investitori pubblicitari del pianeta. Di nuovo il giornalismo mainstream proprio in quanto operante in sinergia col potere politico ed economico abdica dal proprio ruolo di controllo e di critica, di Quarto potere.

In questo abdicare dal ruolo di watch dog il modello redazionale digitale appare perfettamente funzionale. Il giornalismo completamente sottomesso al mercato, precarizzato, produce un’informazione che vola basso, corriva, scadente. Un giornalismo che non ha tempo né qualità per investigare e che proprio per questo orienta l’opinione pubblica in direzioni innocue, di frontiera con l’intrattenimento, è oggi più comodo e più facile da controllare perfino rispetto al tempo delle veline del Ministero della Cultura Popolare.

 

[1] R. Marini, Mass media e discussione pubblica. Le teorie dell’agenda setting, Roma-Bari, Laterza, 2006.

[2] G. Lerner, L’infedele, La7, 8 dicembre 2008.

[3] F. Grignetti, Il caso Montesi. Sesso, potere e morte nell’Italia degli anni ’50, Venezia, Marsilio, 2006; C. Lucarelli, Nuovi misteri d’Italia. I casi di Blu notte. Torino, Einaudi, 2004, pp. 25-45; sulla stampa, P. Murialdi, La stampa italiana del dopoguerra (1943-1972), Roma-Bari, Laterza, 1973, pp. 260-279, il capitolo del saggio di Murialdi è disponibile on line in: http://www.misteriditalia.com/altri-misteri/montesi/Montesi(stampaitaliana).pdf.

È in tale contesto che matura il “femminicidio globale” e globalizzato della povera Meredith ed è un contesto di abdicazione del giornalismo dal proprio ruolo di Quarto potere. Non è un caso che sopratutto i media britannici denuncino l’oscuramento della figura della vittima e l’esaltazione della figura della presunta colpevole Amanda Knox che cancella totalmente il suo ex-ragazzo italiano, coimputato, Raffaele Sollecito, benestante e belloccio ma, ahilui, terrone per la stampa italiana e meno interessante per quella mondiale.

Tutte le luci puntate su Amanda vuol dire la trasformazione di un delitto in un serial televisivo collocato in un paese giudiziariamente arretrato (per gli statunitensi) come l’Italia sul quale viene costruita una narrazione superficiale, già vista in diecimila telefilm da Fox Retrò a Fox Crime, nei quali Foxy Knoxy è assoluta protagonista nella quale immedesimarsi.

Qualcuno ricorderà Midnight Express (Fuga di Mezzanotte), il bel film di Alan Parker nel quale un ragazzo americano finiva in carcere in Turchia in quanto colpevole di traffico di droga. Oggi il caso perugino viene presentato dai media statunitensi egemoni come una sorta di remake seriale dove l’Italia è la Turchia, Amanda è al posto di Billy Hayes, e la giustizia penale italiana è al posto delle carceri turche. Con la differenza, ma sembra non interessare, che Meredith sia morta davvero.

* La mia amica Barbara Spinelli sarà probabilmente dubbiosa sull’uso del termine  femminicidio per il caso perugino. Personalmente mi sento, con meno prudenza, di spendere tale termine in maniera estensiva in quanto una ragazza, Meredith, secondo le ricostruzioni, sarebbe stata uccisa per aver rifiutato attenzioni sessuali indesiderate.

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