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Molto più di un film: “L’eco del dolore di molta gente”

Acela Caner Román

A Cuba, dal 17 al 23 ottobre, la Sala 4 del “Multicine Infanta” è stata sede del Festival ICARO Internazionale di Cinema e Video in Centroamerica.

Audiovisivi provenienti da Guatemala, Cuba, Costa Rica, Messico, Nicaragua e Panama, nominati e vincitori di ICARO, hanno formato l’importante mostra. Tra queste il documentario “L’eco del dolore di molta gente”, diretto da Ana Lucía Cuevas Molina.

Il pomeriggio di martedì 22 ottobre, ho assistito alla presentazione di questo film che documenta il ritorno della regista guatemalteca nella sua terra natale alla ricerca di giustizia nel caso di suo fratello Carlos Cuevas Molina, fatto sparire e giustiziato dalle autorità guatemalteche nel maggio del 1984.

Al di là dell’impeccabile rigore investigativo e dei valori estetici ed artistici, “L’eco del dolore di molta gente”, è una radiografia degli orrori della repressione in Guatemala ed un canto all’amore familiare e di lotta per la verità contro l’impunità.

Nell’opera, Ana Lucía narra come nel 2008, attraverso Internet, incontrò la notizia della scoperta di un magazzino con archivi segreti della Polizia nazionale, e con informazioni sulle persone fatte sparire e assassinate in Guatemala. Il viaggio di ritorno politico nella sua terra natale – non per caso- Ana Lucia lo comincia negli Stati Uniti d’America, controllando gli archivi in cui si documenta la partecipazione del governo statunitense all’addestramento e all’organizzazione dell’esercito guatemalteco.

Le conversazioni della documentarista con il professor Noam Chomsky e con l’analista nordamericana Kate Doyle, mettono in evidenza la responsabilità del governo nordamericano e dei loro pseudo governi guatemaltechi, nella scomparsa di più di 45.000 persone, nelle uccisioni, le torture e i massacri perpetrati in numerosi villaggi indigeni.

Durante la prima presentazione de “L’eco del dolore di molta gente”, Ana Lucía ha dichiarato:“ Ho voluto girare un film il cui punto di partenza fosse la mia storia familiare, che poi si trasformasse nell’eco di migliaia di storie simili per dare voce così a quelli che non dispongono degli strumenti di comunicazione ai quali io ho accesso”.

Nel documentario si segnala la lotta delle donne. Tra le immagini spicca la figura di Rosario Godoy –la moglie di Carlos Cuevas Molina–, alla guida del Gruppo
d Appoggio Mutuo [GAM] che unì le famiglie dei “desaparecidos”.

Rosario, una delle donne più coraggiose nate interra guatemalteca, fu catturata con suo figlio piccolo e con uno dei suoi fratelli che tentava di proteggerla. Pochi giorni dopo i tre furono ritrovati assassinati. Le autopsie rivelarono che tutti e tre, includendo il bambino di due anni, erano stati torturati.

Fanno rabbrividire le conversazioni di Ana Lucía con sua madre e con le madri, le sorelle e i figli degli scomparsi, durante le esumazioni e i processi. Giungono al cuore le parole delle donne indigene sopravvissute ai massacri, persone coraggiose che non rinunciano alla loro ricerca di giustizia.

La storia che si racconta mi è molto familiare nell’affetto. Conosco bene il dolore e la lotta della famiglia Cuevas Molina e ho letto molte volte il libro di poesie “E mi hanno vestito a lutto”, di Ruth Molina de Cuevas. So che il titolo del film è un verso tratto da una di queste poesie scritte dalla madre di Ana Lucía e di Carlos.
Indubbiamente per me è stato straziante vedere documentata con immagini questa storia, sentita come nostra.

Per questo, poco dopo aver visto il film, ho scritto alla sua regista:

“Sapevo che mi sarei emozionata, ma l’emozione ha superato tutti i limiti. Realmente è molto commovente la storia contenuta in “L’eco del dolore di molta gente”, e nella voce dei suoi protagonisti e nello scenario di quei crimini è molto forte. Mi ha emozionato molto vederti e soprattutto immaginare come ti sentivi nonostante la tua espressione tranquilla e serena… Nessuno avrebe potuto raccontare meglio di te questa storia che è tua, della tua famiglia, del Guatemala”.

Pochi minuti dopo, Ana Lucía Cueva, mi ha riposto:

“Mi fa molto piacere ricevere tue notizie. Ieri sera con il mio compagno di produzione abbiamo brindato a Cuba nel momento in cui è iniziata la proiezione Ci avrebbe fatto piacere essere lì. La storia che racconto continua a bruciarci l’anima, a tutte le persone che l’abbiamo vissuta, e questo lavoro è solo uno sforzo di giustizia inter-generazionale, per far sì che alle nostre figlie e ai nostri figli non succeda quello che è successo a noi. Nonostante il dolore di rivivere tutto quello che racconto, mi sento molto fortunata per aver incontrato persone che non solo mi hanno sostenuto per andare avanti con minime risorse, ma anche per aver incontrato donne che, come me, hanno perso la paura ed hanno raccontato quello che è avvenuto. Il loro esempio e la loro memoria continuano ad ispirarmi ogni giorno…”

Tre anni dopo l’inizio del viaggio di ritorno di Ana Lucía Cuevas Molina alla ricerca della giustizia, Álvaro Colom Caballeros, allora presidente del Guatemala, ha riconosciuto pubblicamente il crimine commesso contro la famiglia della documentarista. Con queste immagini termina “L’eco del dolore di molta gente”.

Ma senza dubbio la storia non è chiusa.

L’impunità continua ancora per molti responsabili delle sparizioni, delle torture e delle uccisioni.

Penso che questa storia filmata da Ana Lucía Cuevas Molina non debba restare limitata allo spazio di una sala cinematografica. È un’opera che deve circolare in tutte le sale di cinema e di video, dev’essere diffusa dalla televisione e va dibattuta nelle aule di sociologia e di storia, sino a che giunga all’ultima persona del pianeta.

“L’eco del dolore di molta gente è una storia che tutti dobbiamo conoscere, perchè non si ripetano mai più fatti di questa natura( Traduzione Gioia Minuti).

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