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Facebook, il gran predatore di Internet

Qual’è il terzo paese del mondo in termini di popolazione e quello che più spia i suoi cittadini? La risposta è nel territorio virtuale: Facebook. Con i suoi 900 milioni di utenti registrati, se Facebook fosse un paese sarebbe il terzo del mondo, dopo la Cina (1340 milioni di abitanti) e l’India (1170 milioni). Questa demografia virtuale fa di Facebook un territorio di partecipazione volontaria, nel quale gli utenti consegnano la loro intimità con tutta innocenza senza avere piena coscienza di quello che stanno facendo, né neanche il gigantesco capitale che gli utenti apportano all’impresa fondata da Mark Zuckerberg.

Creata appena otto anni fa, Facebook pretende di essere quotata ad un valore borsistico di 104.000 milioni di dollari. È più grande di Amazon, 98.000 milioni di dollari, vale quasi tre volte di più che Ford Motors, 38.000 milioni di dollari, ma meno di Google, 203.000 milioni, e di Apple, 495.000 milioni. Come Google ed altri giganti della rete, Facebook ha smesso di essere la simpatica Satart-Up creata nel campus di Harvard. È un predatore di dati, un aspirapolvere universale di pubblicità, un autentico servizio di intelligenza che si serve di ogni impronta lasciata dagli utenti per fare denaro.

Tutte le cifre che hanno a che vedere con Facebook sono imperiali: con 169 milioni di utenti, gli Stati Uniti contano col maggiore numero di membri. Seguono l’India, con 51 milioni; Brasile, con 45 milioni, e Messico, con 20.

Più di 300 milioni di foto salgono ogni giorno su Facebook e circa 500 milioni di persone accedono alla rete sociale utilizzando dispositivi mobili. Tuttavia, la qualifica di “rete sociale” è lontana da coincidere con la realtà.

Come risalta Archippe Yepmou, presidente dell’associazione Internet Senza Frontiere (ISF) il valore borsistico di Facebook “è indicizzato sull’abuso del nostro diritto al controllo dei nostri dati personali.”

Il peso di Facebook è proporzionale al grado di intimità che riveliamo con le nostre connessioni. Facebook e Google si appoggiano quasi sullo stesso modello economico: quanto più si sa sui gusti ed inclinazioni degli utenti, più denaro si può fare con questi dati senza che l’utente abbia dato il suo consenso. È in questa situazione che l’associazione Internet senza Frontiere propone la creazione di un e-sindacato con la meta di difendere i diritti degli utenti di Facebook ed altri mastodonti numerici che spiano ognuno dei nostri clic per trasformarli in oro. Antonin Moulart, membro di Internet senza Frontiere, spiega che l’ “idea di un sindacato elettronico vuole imporre una relazione di forza con la ditta del signore Zuckerberg affinché capisca che abbiamo diritto di decidere sulle nostre informazioni personali”.

Il paradosso Facebook è immenso: è diventato un utensile di scambio maggiore, con portata planetaria, ma la sua apparente innocenza attrae adepti che si prestano volontariamente ad una violazione impensabile della loro vita privata. Archippe Yepmou rivela, per esempio, che “le nostre agende sono scannerizzate da Facebook attraverso il nostro telefono cellulare ed il nostro web mail. L’impresa procede anche ad un’identificazione biometrica che permette a Facebook di riconoscere logos e visi delle foto senza che il contribuente abbia dato la sua autorizzazione esplicita”. L’idea dell’e-sindacato viene ad imporre un mediatore tra le persone e questo furto dell’intimità. Naturalmente, la soluzione più semplice consisterebbe nel non iscriversi a Facebook, ma la sua necessità, reale o immaginaria, è già un fatto consumato. In questo senso, l’associazione Internet senza Frontiere riconosce che “la posizione da monopolio di Facebook ha fatto dell’impresa uno spazio di socializzazione obbligatorio per tutta o una parte della popolazione”. Siamo entrati in quello spazio virtuale-sociale come docili pecore, mentre il lupo stava in agguato.

Riparare l’errore richiede una coscienza universale del valore strategico e commerciale dei nostri dati personali, come del nostro diritto ad opporci al fatto di essere commercializzati. Ma questa coscienza è lontana, molto lontana da essere plasmata. La capitalizzazione dei dati personali è perfettamente cifrata nel valore di Facebook. Non sono le sue macchine o il suo programma quello che hanno fatto la sua ricchezza, bensì la nostra intimità. L’entrata nella Borsa di Facebook inaugura un’altra fase pericolosa: “Il modello economico dell’impresa basato sullo sfruttamento commerciale della vita privata spinge ancora di più Facebook verso una direzione molto più intrusiva e liberticida”, afferma l’associazione ISF.

Facebook è un autentico stomaco di dati il cui destino, in gran parte, ignoriamo. Il contro potere di fronte a Facebook ed ad altri “mangia-dati” planetari esiste: è, per adesso, timido ma reale. Electronic Frontier Foundation, Internet senza Frontiere, l’ufficiale CNIL (Commissione Nazionale di Informatica e Libertà, Francia), il Controllore Europeo di Protezione dei Dati, CEPD, o Europe contro Facebook sono alcuni degli organismi ufficiali o non governativi che cercano in forma concreta di tessere un cerchio legale tra i cittadini e le ditte come Facebook o Google che si arricchiscono con la nostra vita. Saranno necessari, tuttavia, molti anni affinché gli utenti passino all’azione e prendano coscienza dei livelli di esposizione ai quali sono sottomessi quando, senza nessuna garanzia di intimità, pubblicano una foto, manifestano un gusto musicale o la preferenza per una od un’altra marca.

preso da Pagina 12

articolo di Eduardo Febbro

traduzione di Ida Garberi

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