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	<title>Cubadebate (Italiano) &#187; Tel Aviv</title>
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		<title>Una fantasia orientale: la rivoluzione in Israele-Palestina</title>
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		<comments>http://it.cubadebate.cu/opinioni/2011/09/19/una-fantasia-orientale-la-rivoluzione-israele-palestina/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 19 Sep 2011 19:06:06 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
		<category><![CDATA[Rivoluzione]]></category>
		<category><![CDATA[Tel Aviv]]></category>

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		<description><![CDATA[Dateline: Tel Aviv, un giorno o l’altro, alla fine del 2011, o… più avanti… Le strade di Tel Aviv sono inondate da dimostranti che stanno sventolando la bandiera della Palestina, le sue insegne sovrastano un mare indistinto di altre bandiere, alcune di queste con la stella di Davide. Al culmine di mesi di proteste di massa, anche qui, come in altre città israeliane e in tutta la Striscia di Gaza e nella Cisgiordania da tanto tempo sotto occupazione, Israeliani, sia arabi sia ebrei, uniscono le loro mani con i rifugiati Palestinesi liberati dai campi, per festeggiare la nascita della nuova Palestina.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong> Muriel Mirak-Weissbach </strong></p>
<p><span> Traducido por <strong> Curzio Bettio</strong></span></p>
<p><span><strong>(Tlaxcala)<br />
</strong></span></p>
<blockquote><p>Dateline: Tel Aviv, un giorno o l’altro, alla fine del 2011, o… più avanti…</p>
<p>Le  strade di Tel Aviv sono inondate da dimostranti che stanno sventolando  la bandiera della Palestina, le sue insegne sovrastano un mare  indistinto di altre bandiere, alcune di queste con la stella di Davide.</p></blockquote>
<div>
<blockquote><p>Al  culmine di mesi di proteste di massa, anche qui, come in altre città  israeliane e in tutta la Striscia di Gaza e nella Cisgiordania da tanto  tempo sotto occupazione, Israeliani, sia arabi sia ebrei, uniscono le  loro mani con i rifugiati Palestinesi liberati dai campi, per  festeggiare la nascita della nuova Palestina.</p>
<p>Tutti  gli abitanti della Palestina storica si stanno preparando per un  referendum popolare, attraverso cui saranno loro a decidere con il voto  se optare per un singolo Stato, che garantisca pari diritti di  cittadinanza a tutti, indipendentemente dalla religione o  dall’appartenenza etnica, o per due Stati separati e sullo stesso piano  di dignità.</p></blockquote>
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<div id="attachment_1797" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img class="size-full wp-image-1797" src="/files/2011/09/Israeliani-osservano-la-manifestazione-di-protesta-di-massa.jpg" alt="" width="300" height="250" /><p class="wp-caption-text">Mare di gente: Israeliani osservano la manifestazione di protesta di massa che il 3 settembre 2011 ha visto la partecipazione di 450.000 persone. Mettendo questo dato in relazione alla popolazione di Israele, questa presenza corrisponde ad un equivalente di 18 milioni di Statunitensi. (Foto gentilmente concessa da : www.forward.com)</p></div>
<p>Un governo provvisorio, composto da attivisti per il movimento  della pace, da membri di organizzazioni per i diritti umani e da  esponenti politici palestinesi, tra cui Marwan Barghouti liberato, ha  assunto la responsabilità di organizzare il referendum, mentre una  commissione di esperti del diritto ha iniziato a studiare i parametri di  una Costituzione &#8211; sia per la soluzione ad un unico Stato che per un  nuovo Stato palestinese &#8211; una Costituzione di una tal natura che lo  Stato di Israele non ha conosciuto mai.</p></div>
<div>La legge marziale, imposta di volta in volta dal 1948, è stata  definitivamente revocata, e i check-point, le barriere di controllo e  tutti gli altri ostacoli che avevano ridotto a brandelli il territorio  della Palestina in tanti Bantustan sono stati rimossi.</div>
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<div><span></p>
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<div>I primi bulldozer hanno iniziato a  smantellare il muro odiato, il confine con Gaza è stato aperto da  entrambe le parti, all’Egitto e al resto della Palestina.</div>
<div>È stata insediata una “Commissione della Verità”, sul modello  dell’esperienza sudafricana, per porre le basi per la riconciliazione  tra Israeliani e Arabi. La  Commissione ha due dipartimenti, uno che  esaminerà tutti i documenti riguardanti l’espulsione dei Palestinesi  durante la Nakba, e il secondo che passerà in rassegna le violazioni dei  diritti umani da quel momento ad oggi.</div>
<div>Gli ex leader del passato regime hanno lasciato il paese, molti,  come l’ex primo ministro Benjamin Netanyahu, hanno fatto ritorno alla  loro terra d’origine, gli Stati Uniti. Altri, come la Tzipi Livni, Ehud  Barak, Avigdor Lieberman, e Shimon Peres, se ne sono andati in grande  segretezza, vale a dire hanno raggiunto luoghi più sicuri, per evitare  di essere bollati con mandati di cattura internazionali. Numerosi sono  gli ambasciatori israeliani all’estero che hanno presentato le loro  dimissioni, ugualmente alla ricerca di rifugio politico da qualche  parte, in qualche modo.</div>
<p><strong>Com’è accaduto</strong></p>
<div>Tutto è cominciato con le ribellioni arabe che hanno colpito il  Nord Africa all’inizio del dicembre 2010 in Tunisia, Egitto, e poi  Yemen, Bahrein, e via così.</div>
<div>Fin dall’inizio, è stata la questione della giustizia sociale che  ha scatenato gli sconvolgimenti. L’auto-immolazione di Mohammad Bouazizi  in Tunisia è stato un atto di protesta contro l’ingiustizia sociale ed  economica a cui lui e la sua famiglia erano stati sottoposti. Dopo la  fuga dello sgraziato dittatore Ben Ali e della sua odiata moglie Leila  Trabelsi in Arabia Saudita, la scintilla della rivoluzione si è  trasferita come fiaccola olimpica all’Egitto.</div>
<div></div>
<div>Oltre un milione di Egiziani, dimostrando nella Piazza Tahrir e in  tutto il paese, hanno costretto Hosni Mubarak ad abbandonare, per poi  trascinarlo davanti a un tribunale a rispondere della morte di oltre 800  manifestanti.</div>
<div></div>
<div>Nello Yemen, l’uomo forte Ali Abdullah Saleh ha fatto resistenza  alle pressioni della strada, così come alle offerte di generosa  mediazione del Consiglio per la  Cooperazione fra gli Stati Arabi del  Golfo (GCC), finché è stato indotto ad uscire di scena per salute  sofferente e per pressioni politiche. La spietata repressione di Muammar  Gheddafi contro civili che dimostravano ha fornito il pretesto per una  risoluzione delle Nazioni Unite di dubbia legalità, che a sua volta è  stata sfruttata per scatenare una guerra della NATO contro la Libia.  Solo dopo mesi di prolungata distruzione massiccia di Tripoli, che tanto  sangue ha fatto scorrere attraverso i bombardamenti aerei, un  compromesso è stato raggiunto, permettendo al leader libico una via di  uscita.</div>
<div></div>
<div>In Siria, il regime di Assad ha colpito con estrema brutalità la  sua gente, uccidendo oltre 2.000 persone, resistendo comunque a tutti i  tentativi di mediazione dall’esterno, fino a quando una fazione  pragmatica all’interno della minoranza alawita, sfruttando l’isolamento  che un embargo petrolifero dell’Unione Europea aveva imposto alla Siria,  si è mossa contro il clan Assad, e lo ha deposto, creando così le  condizioni per una transizione verso una qualche forma di governo  rappresentativo.</div>
<div></div>
<div>E l’ondata di ribellione araba non si è fermata qui.</div>
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<div>I manifestanti in Bahrein hanno inscenato proteste senza  precedenti. La ribellione, presentata nei media internazionali come una  sfida puramente settaria lanciata dalla maggioranza sciita repressa  contro la minoranza dominante sunnita, invocava riforme economiche,  politiche e sociali di grande respiro. Alcune forze di opposizione  perseguivano una monarchia costituzionale, altre esigevano tout court  l’abolizione della monarchia.</div>
<div></div>
<div>La famiglia reale del Bahrein, sovrastata politicamente e  militarmente, ha dovuto chiamare a rinforzo gli Stati confinanti membri  del Consiglio per la  Cooperazione fra gli Stati Arabi del Golfo, che  sono arrivati in suo soccorso il 14 marzo 2011.  In una grottesca  parodia di “unità araba”, i soldati dall’Arabia Saudita e dagli Emirati  Arabi Uniti si sono mossi per proteggere posizioni strategiche,  liberando la polizia del Bahrein dal compito di affrontare i  manifestanti.</div>
<div></div>
<div>La dinastia saudita ha prevenuto la sollevazione sociale  nell’Arabia Saudita, annunciando che avrebbe messo subito sul piatto100  miliardi di dollari per elevare gli standard di vita del popolo.</div>
<div>Oman e Kuwait non sono stati immuni dall’ondata di proteste radicali, né lo sono stati gli Emirati Arabi Uniti.</div>
<div></div>
<div>Nei casi degli sceiccati del Golfo, sono stati i rappresentanti  delle diseredate comunità etniche e religiose ad esigere la fine della  discriminazione e un’adeguata rappresentanza politica in nuove  istituzioni dello Stato, che dovrebbero rimpiazzare le strutture  arcaiche, oligarchiche, attraverso cui gli sceicchi petrolieri avevano  governato i loro feudi, in totale disprezzo dei più elementari diritti  umani.</div>
<div></div>
<div>Dato l’enorme patrimonio economico in gioco nei diversi piccoli, ma  immensamente ricchi di petrolio, emirati e sceiccati, non vi è stata  alcuna esitazione da parte dei loro alleati occidentali e consumatori di  petrolio a venire in loro aiuto. Ma la dinamica sociale, psicologica e  politica che si era scatenata, non si sarebbe arresa alle misure  tradizionali di repressione. Condizioni di guerra civile hanno  minacciato molti degli sceiccati, costringendo a cambiamenti forzati  nello status quo politico: le riforme profonde hanno ridefinito alcune  delle monarchie assolute in entità costituzionali secondo i modelli  spagnolo o scandinavo. Sebbene lontani dal raggiungere la perfezione, i  cambiamenti forzati attraverso il potere della strada sono riusciti a  sostituire alcune delle antiquate strutture medievali aristocratiche con  decenti “pseudo-democrazie”, con sistemi solo a mezza strada  democratici, dove la gente comunque ha la possibilità di cominciare a  pensare a se stessa non come comunità di sottoposti ma di cittadini.</div>
<div></div>
<div>I monarchi della Giordania e del Marocco, più giovani e dalle  concezioni più moderne, sono riusciti ad evitare il conflitto sociale in  campo aperto con l’introduzione di riforme, che hanno ridotto il potere  della monarchia e progressivamente esteso le prerogative del  parlamento. Anche se ben lontane dal costituire un fondamentale  cambiamento politico, le misure cosmetiche hanno contribuito a mantenere  saldo il controllo sociale.</div>
<p><strong>Panico a Tel Aviv</strong></p>
<div>È stato in Israele che sono emerse le risposte più allarmate per la  “Primavera Araba”. L’establishment israeliano è stato colto  completamente alla sprovvista dalla rivoluzione egiziana. Le formidabili  agenzie d’intelligence, a partire dal Mossad, sono venute meno nel  prevedere l’improvviso slancio rivoluzionario, non perché non fossero  consapevoli dello sviluppo delle tendenze di opposizione negli ultimi  dieci anni, ma a causa della loro convinzione ideologica che gli  Egiziani (che sono solo Arabi, dopo tutto!) non avrebbero costituito  mai, non avrebbero potuto mai lanciare una sfida credibile al governo di  Mubarak.</div>
<div></div>
<div>Rafforzando i loro pregiudizi, il loro impegno politico si era  rivolto in favore del regime di Mubarak, che aveva fornito ad Israele un  partner arabo affidabile nella lotta contro la causa palestinese, sia  attraverso pressioni politiche su Fatah o addirittura mediante misure  repressive contro Hamas.</div>
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<div>Secondo Wikileaks, Mubarak non solo aveva passivamente tollerato  nel 2008 la guerra di Israele contro Gaza, ma ne aveva sollecitato  l’aggressione.</div>
<div>Ora Mubarak, il pilastro della stabilità di Israele nel mondo arabo, è stato rovesciato. E non finisce qui.</div>
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<div>Israele teme che, se l’Egitto fa marcia indietro e non riconosce  più gli accordi di pace di Camp David del 1978-79, la Giordania potrebbe  seguirne l’esempio, abrogando il trattato di pace con Israele del 1994.  E questo non è paranoia!</div>
<div></div>
<div>Come la rivoluzione egiziana ha prevalso e i manifestanti in Libia  hanno sfidato il regime di Muammar Gheddafi, i dimostranti hanno  riempito le strade di Amman, chiedendo un nuovo governo e l’introduzione  di effettive riforme, al di là dei cambiamenti proposti dal re Abdallah  II.</div>
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<div>L’élite israeliana veniva fulminata. Le prime dichiarazioni  rilasciate da parte del governo facevano eco a quelle degli Arabi  detronizzati, evocando il fantasma dei fondamentalisti Fratelli  Musulmani, estremisti pronti a prendere il potere.</div>
<div></div>
<div>D’altro canto, Tel Aviv implorava clemenza: si pregava il nuovo  governo egiziano, qualunque esso fosse, di non rompere i precedenti  trattati con Israele e, soprattutto, di non entrare in un rapporto di  contrapposizione antagonista.</div>
<div></div>
<div>Le sollecite dichiarazioni dal Cairo da parte di dirigenti  razionali e maturi nell’ambito dell’Alto Consiglio militare egiziano,  con le assicurazioni che tutti gli obblighi internazionali sarebbero  stati rispettati, fornivano sollievo ai nervosi politicanti di Tel Aviv.  E le assicurazioni che le consegne di gas naturale, temporaneamente  sospese, sarebbero riprese, allontanavano ancor più i timori di Israele.</div>
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<div>Ma poi, nel mese di febbraio 2011, per la prima volta in 30 anni,  l’Egitto consentiva all’Iran di inviare due navi da guerra attraverso il  Canale di Suez, una mossa che infiammava i timori paranoici di Tel  Aviv, che il nuovo regime del Cairo avrebbe potuto allearsi con l’Iran,  acerrimo nemico di Israele.</div>
<div></div>
<div>Più in generale, gli Israeliani erano terrorizzati che gli Egiziani  potessero abbandonare l’impegno di Mubarak rispetto alle clausole non  scritte a Camp David in materia di sicurezza a Gaza. Soprattutto,  temevano che la nuova leadership egiziana avrebbe instaurato rapporti  con la fazione di Fatah e con Hamas su un piano di parità, e aprire la  frontiera di Gaza. I leader israeliani temevano che, se avessero dovuto  lanciare una nuova guerra contro i Palestinesi a Gaza o in Cisgiordania,  l’Egitto, questa volta, non si sarebbe seduto in disparte a guardare.</div>
<p><strong>La rivolta arriva in Israele-Palestina</strong></p>
<div>Mentre i politici israeliani si stavano mangiando le unghie presi  dall’ansia per una tale terribile eventualità, nessuno di loro metteva  in conto la possibilità che un tale sviluppo, come stava spazzando il  mondo arabo, poteva inghiottire anche Israele. Così come il Mossad,  dalla fama di onnisciente servizio di intelligence israeliano, era stato  colto completamente di sorpresa dalle rivolte in Tunisia ed Egitto,  anche i dirigenti di Israele avevano sottovalutato o ignorato i segni di  un crescente processo di simile fermentazione nella stessa Israele /  Palestina.</div>
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<div>In tutte le migliaia di editoriali di stampa sulla rivoluzione  araba, ci sono stati pochi giornalisti eccezionali che hanno contemplato  la possibilità che questo processo poteva spazzare anche la Palestina.  Ciò deriva dal tacito presupposto non solo negli ambienti giornalistici,  ma anche fra semplici cittadini della regione, che Israele è Israele,  cioè uno Stato ebraico, e quindi, qualsiasi cosa che si definisca una  rivoluzione araba non aveva la possibilità di avvenire qui.</div>
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<div>Ma, in realtà, Israele/Palestina è araba &#8230;</div>
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<div>Il primo passo significativo verso la rivoluzione in  Israele-Palestina è stato mosso quando i rappresentanti della Gioventù  palestinese da Gaza e dalla Cisgiordania si sono incontrati al Cairo il 3  marzo, con l’intenzione di sollecitare i leader di Fatah e Hamas a  superare le loro ostilità e, nell’interesse di organizzare i Palestinesi  per la creazione di uno Stato sovrano, a serrare i ranghi. Dopo gli  incontri del Cairo, i giovani di Ramallah hanno organizzato una  dimostrazione per l’unità palestinese, esibendo tutti la bandiera della  Palestina. Il 15 marzo, i loro coetanei a Gaza hanno messo in atto una  protesta simile, chiedendo ai leader di Fatah e Hamas di superare le  loro insignificanti e a volte meschine differenze, e di delineare una  strategia seria per uno Stato palestinese. Si stima che decine di  migliaia di persone abbiano marciato attraverso la Striscia con cartelli  su cui stava scritto “Fine delle divisioni!”</div>
<div></div>
<div>Nel mese di aprile, il leader di Hamas Haniyeh ha rivolto un invito  ad Abbas a visitare Gaza per colloqui. Nel corso delle loro  discussioni, i leader di Hamas e Fatah hanno letto una scritta sul muro:  “o superare le divergenze politiche, e creare un fronte unito per uno  Stato palestinese, o, come per Hamas a Gaza e Fatah in Cisgiordania,  venire contestati dalle masse palestinesi, e, come Ben Ali, Mubarak,  Saleh, ecc., essere costretti a rinunciare al potere.”</div>
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<div>Infatti, dopo la caduta di Mubarak, c’erano state in Cisgiordania  molte dimostrazioni sicuramente di dimensioni più ridotte, ma che  lanciavano slogan del tipo: “Mubarak oggi, Abbas domani!”</div>
<div>A Gaza, un sondaggio di metà marzo dimostrava che due terzi degli  intervistati appoggiavano manifestazioni per il cambio di regime.</div>
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<div>Le manifestazioni palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di  Gaza sono state determinanti nel dare la sveglia alla leadership  palestinese, sempre in preda alle divisioni, con l’ammonizione che,  nella attuale congiuntura rivoluzionaria, questi dirigenti non potevano  permettersi di sedersi ed aspettare.</div>
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<div>Alla fine di aprile avevano trovato un accordo in 5 punti, che  comprendeva un governo di unità ad interim, elezioni entro un anno,  l’unione delle forze di sicurezza, e la liberazione dei prigionieri. Abu  Mazen è sembrato prendere il toro per le corna il 18 luglio, quando ha  annunciato che avrebbe presentato la dichiarazione di uno Stato  palestinese al Consiglio di sicurezza dell’ONU, e, nel caso probabile di  un veto degli Stati Uniti, avrebbe trasferito la questione  all’Assemblea Generale.</div>
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<div>Il progetto era quello di scatenare manifestazioni sul tema  “Palestina 194”, per reclamare la presentazione della Palestina come lo  Stato n.194 al momento della riunione generale delle Nazioni Unite.</div>
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<div>E infatti, subito, il 20 settembre, nei Territori Occupati sono esplose dimostrazioni – perfino anche all’interno di Israele.</div>
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<div>Il movimento di protesta in Israele, che aveva visto il suo inizio  nel mese di luglio, era partito come un movimento per alloggi a prezzi  accessibili, per migliori condizioni di vita, &#8211; insomma, per una  “giustizia sociale” – comunque, i suoi leader esplicitamente evitavano  di collegare questo processo al sostegno politico in favore della  nascita di uno Stato palestinese.</div>
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<div>Molti tra i giovani israeliani avevano temuto che allargando la  protesta ad abbracciare la nascita di uno Stato palestinese, avrebbe  alienato i partecipanti più conservatori. Ma avevano dovuto rendersi  conto del fatto che ogni invocazione di “giustizia sociale” sarebbe  risultata una beffa se non veniva compreso il problema della Palestina.</div>
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<div>Mentre le dimostrazioni si sviluppavano, e tendopoli popolavano  l’intero paese, partecipavano alle manifestazioni in numero crescente  anche Arabi israeliani.</div>
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<div>Alla fine di luglio, gli appelli per la giustizia sociale avevano  lasciato il posto alla domanda di cambiamento di regime in Israele,  quando i manifestanti esibivano cartelli con: “Bibi, vai a casa!” e  “Vattene!” (in arabo) &#8211; tutti diretti contro Benjamin Netanyahu.</div>
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<div>Il 30 luglio, si mobilitavano ben più di una dozzina di città,  compresa Nazareth, dove Ebrei e Arabi marciavano insieme. Ai primi di  agosto, i manifestanti raggiungevano il quarto di milione. Nonostante la  “crisi di sicurezza” orchestrata dal governo Netanyahu in seguito  all’uccisione, il 18 agosto, di 8 Israeliani vicino a Eilat, e i  bombardamenti di rappresaglia di Israele su Gaza, le proteste in Israele  non cessavano.</div>
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<div>A metà agosto, migliaia marciavano a Tel Aviv per protestare contro  l’alto costo della vita. Significativamente, anche qui, la solidarietà  arabo-ebraica era un tema delle manifestazioni: “Gli Ebrei e gli Arabi  rifiutano di essere nemici”, cantavano i dimostranti.</div>
<div></div>
<div>Le tante promesse di Netanyahu, che una sua “commissione” avrebbe  riesaminato le questioni sociali, non avrebbero potuto arginare la  protesta, che si è allargata culminando il 3 settembre nelle  manifestazioni che hanno visto quasi mezzo milione in piazza. In un  paese di 7,7 milioni di cittadini, questo costituiva una presenza di  enormi dimensioni. Si stava assistendo alle più grandi dimostrazioni mai  tenute in Israele. I manifestanti parlavano dell’evento come una  “seconda giornata di indipendenza”.</div>
<div></div>
<div>Nel momento che la questione di uno Stato palestinese veniva  portata davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, i due  processi, quello dello Stato e quello della “giustizia sociale”,  diventavano un tutt’uno.</div>
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<div>Le proteste degli Israeliani contro i tagli al diritto alla casa,  all’assistenza sanitaria, e ad altre infrastrutture sociali erano  attacchi indiretti contro la politica di Netanyahu in favore di  insediamenti espansionisti. I coloni, estremisti di destra, stavano  godendo di sussidi e di strutture abitative moderne, mentre gli studenti  a Tel Aviv non riuscivano a trovare un posto dove vivere. Nel frattempo  il governo continuava ad autorizzare nuovi insediamenti in territorio  palestinese, Gerusalemme Est compresa.</div>
<div></div>
<div>Le due questioni non potevano più essere tenute separate. Come  programmato da parte della leadership palestinese, il 20 settembre  avevano inizio le manifestazioni in appoggio al voto delle Nazioni Unite  in tutta la Cisgiordania e Gaza, che venivano integrate con continue  manifestazioni di protesta in Israele.</div>
<div></div>
<div>Così, sebbene il voto del Consiglio di sicurezza, come previsto,  veniva sabotato dal veto degli Stati Uniti &#8211; un gesto che strappava al  presidente Obama i suoi ultimi brandelli di credibilità – l’Assemblea  generale delle Nazioni Unite esprimeva un voto ad enorme maggioranza in  favore della nascita di uno Stato palestinese. Nel frattempo, i  manifestanti in Israele-Palestina rappresentavano una realtà in campo.</div>
<div></div>
<div>Era lo “tsunami diplomatico” che Barak aveva temuto. Il 13 marzo,  aveva avvertito che la data del 20 settembre si avvicinava, “ci troviamo  ad affrontare uno tsunami diplomatico, di cui la maggioranza  dell’opinione pubblica non se ne rende conto”, con riferimento al  “movimento internazionale che può riconoscere uno Stato palestinese  entro i confini del 1967.”</div>
<div>A Barak si erano uniti altri leader israeliani e i loro equivalenti  negli Stati Uniti in una grande campagna diplomatica per estorcere ai  membri delle Nazioni Unite l’impegno di non votare per uno Stato  palestinese, ma senza alcun risultato.</div>
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<div>Gli Stati Uniti si erano spinti fino a dar luogo ad un’iniziativa  diplomatica alla fine di agosto nei confronti di oltre 70 paesi,  chiedendo la loro opposizione alla dichiarazione dello Stato  palestinese, per motivi che questo sarebbe stato destabilizzante della  regione e avrebbe ostacolato il progresso del (ormai defunto da tempo)  “processo di pace”.</div>
<div></div>
<div>L’establishment israeliano si dimostrava impotente di fronte a tale  fenomeno. Non era il voto delle Nazioni Unite che di per sé creava la  differenza &#8211; poiché il suo valore era ampiamente simbolico, anche se  moralmente potente &#8211; ma la convergenza delle agitazioni sociali  all’interno di Israele con le dimostrazioni dei Palestinesi nei  Territori Occupati. Le Forze di Sicurezza di Israele potevano non  esitare ad aprire il fuoco sui Palestinesi come in passato, ma non  potevano fare lo stesso con i cittadini israeliani.</div>
<div></div>
<div>Anche affrontare una rivolta palestinese di per sé sola avrebbe ora  presentato problemi. Ai primi di agosto, il Tenente generale Benny  Gantz riferiva ad una commissione della Knesset che “esiste la  possibilità di un confronto nel mese di settembre”, e ribadiva che  l’esercito non avrebbe permesso ai manifestanti di marciare contro gli  insediamenti. Ma Amos Gilad, capo del Dipartimento politico del  Ministero della Difesa aveva ammesso, “Non siamo bravi a trattare con…  Gandhi.”</div>
<div></div>
<div>Ora quello che hanno dovuto affrontare è stato ben più di questo:  una sollevazione generale dei cittadini israeliani a fianco dei  Palestinesi, e tutti chiedevano giustizia per tutti.</div>
<p><strong>Miti israeliani e cecità della stampa</strong></p>
<div>La rivoluzione in Israele-Palestina aveva colto di sorpresa molti  analisti e giornalisti, soprattutto perché avevano ignorato la realtà  sociale, politica ed economica del paese, mentre erano sempre disposti a  bersi le prevalenti assunzioni sulle condizioni di vita in Israele.</div>
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<div>Avevano trascurato le caratteristiche comuni tra le condizioni di  vita in Israele e la vita in quelle nazioni arabe che ora erano  squassate dalla rivolta.</div>
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<div>Un’ipotesi sbagliata di questo tipo, ritenuta come universale, era  che Israele fosse una democrazia, anzi l’unica democrazia nella regione.</div>
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<div>I commenti del portavoce del primo ministro, Mark Regev, dopo le  massicce proteste del 30 luglio erano del tutto risibili: affermava di  pensare che i manifestanti “non chiedevano riforme democratiche, perché  sanno che noi viviamo in una società democratica.”</div>
<div></div>
<div>Quale società democratica??!? Pochi avevano sollevato la questione,  come si può avere una democrazia quando non si possiede una  Costituzione? Sicuramente una Costituzione è necessaria, più che avere  elezioni periodiche, condotte tra una collezione di partiti che possono  presentare differenze, ma di facciata, però che tutti accettano lo  status quo.</div>
<div></div>
<div>Un’altra questione che non è stata sollevata in precedenza: come si  può avere una democrazia, quando è in vigore la legge marziale?</div>
<div></div>
<div>Non siamo in presenza di una democrazia, ma di un’oligarchia che  governa Israele, come i manifestanti a poco a poco sono arrivati a  realizzare. Esaminando la struttura del potere economico e finanziario  del paese, hanno denunciato l’esistenza di una ridotta élite, costituita  da una decina di famiglie potenti che hanno tenuto sotto controllo la  ricchezza della nazione.</div>
<div></div>
<div>Un altro fattore sociale che Israele aveva in comune con le  dittature arabe era l’esistenza di una classe dirigente invecchiata e  corrotta. Anche se non rappresentata da una dinastia, questa élite  israeliana si è configurata in una dinastia collettiva guidata da figure  come Shimon Peres e Ariel Sharon (anche se attualmente del tutto  inabile), che hanno detenuto il potere per decenni.</div>
<div></div>
<div>E la corruzione era diffusa: visti gli scandali sessuali, come  quello che ha colpito l’ex presidente Katsav, che è stato incarcerato  per stupro, o la corruzione finanziaria, come nel caso di Ehud Olmert o  del presidente Ezer Weizman, per non parlare dei rapporti sporchi di  Ariel Sharon e dei suoi figli, l’élite israeliana non può dirsi  differente dalle sue corrispondenti in Egitto o in Tunisia. E non  parliamo delle accuse di abusi continui inflitti dalla moglie di  Netanyahu, Sara, contro i domestici.</div>
<div></div>
<div>Così, la rivoluzione in Israele-Palestina non avrebbe dovuto  sorprendere nessuno. Erano solo i paraocchi ideologici che impedivano  all’opinione pubblica mondiale di vedere ciò che stava sviluppandosi in  Israele-Palestina, come parte del processo della Primavera araba.</div>
<p><strong>Fantasia o Realtà?</strong></p>
<div>Da tanto tempo ho sempre sostenuto la tesi per cui, se deve  avvenire un qualche progresso nelle relazioni arabo-israeliane, deve  esplodere in Israele una crisi decisiva, una crisi dalle dimensioni  morali, politiche ed esistenziali, che costringa l’élite e la  popolazione in generale a ripensare a tutti i loro assunti di base, &#8211; di  come Israele ha iniziato ad esistere, qual è stato il rapporto con il  popolo palestinese fin dal 1948, come la sua ragion d’essere come  nazione dovrebbe essere giustificabile per pretendere di avere  legittimità.</div>
<div></div>
<div>La crisi è ormai a portata di mano, e deve essere accolta come un  fenomeno, il più salubre &#8211; non importa cosa potrà emergere alla fine del  processo.</div>
</div>
<p></span></div>
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