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	<title>Cubadebate (Italiano) &#187; stampa</title>
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		<title>Che ruolo svolge il giornalismo nella costruzione di una credibile egemonia dell&#8217;ideologia rivoluzionaria?</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Feb 2018 01:09:16 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Che cosa è più importante in una società moderna ed interconnessa: la prevalenza di un ampio sistema di proprietà pubblica dei mezzi di comunicazione o la fiducia dei loro destinatari? Il tipo di proprietà dei mass media garantisce da sola la credibilità tanto disputata? Queste, come altre, sono tra le domande che dobbiamo farci nella Cuba che ha iniziato il cammino verso l'aggiornamento del suo modello di socialismo.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-10391" alt="visualgiornalismo" src="/files/2018/02/visualgiornalismo.jpg" width="580" height="325" />Che cosa è più importante in una società moderna ed interconnessa: la prevalenza di un ampio sistema di proprietà pubblica dei mezzi di comunicazione o la fiducia dei loro destinatari? Il tipo di proprietà dei mass media garantisce da sola la credibilità tanto disputata? Queste, come altre, sono tra le domande che dobbiamo farci nella Cuba che ha iniziato il cammino verso l&#8217;aggiornamento del suo modello di socialismo.</strong></p>
<p>O forse, il quesito, dovrebbe formularsi diversamente: Il monopolio della proprietà pubblica dei mezzi di comunicazione, garantisce quello della credibilità, quello delle influenze, quello dell&#8217;autorità?</p>
<p>Il grado di esposizione pubblica e di informazione esistenti attualmente richiedono che il discorso, per essere effettivo, sia legittimato davanti all&#8217;opinione pubblica.</p>
<p>Il Dottore in Scienze della Comunicazione Julio Garcia Luis sosteneva che, naturalmente, ci sono monopoli sul discorso mediatico, grandi monopoli, parte di una tirannia grottesca, a livelli differenti, cioè locali, regionali, mondiale; ma questi sussistono per la loro apparente porosità, per la loro capacità di mimetizzarsi, per la loro falsa indipendenza dal potere reale. La cosa difficile, al contrario, oggi sarebbe un monopolio di pretese ermetiche come quelli che abbiamo già conosciuto.</p>
<p>Aggregava che l&#8217;ideologia, realizzata o no per mezzo del discorso, è quella che permette percepire il mondo —con vetri deformanti o con nitidezza—; è quella che permette di organizzare il potere e l&#8217;esercizio dell&#8217;egemonia, e è quella che dà la capacità di controllo sui fattori della società.</p>
<p>Nel caso cubano, affermava, questo controllo non può sostentarsi nell&#8217;inganno, nella manipolazione dei simboli, bensì nell&#8217;adeguata informazione, interpretazione, persuasione e convinzione della gran maggioranza protagonista, in definitiva, cioè del pubblico.</p>
<p>Le reti sociali, il giornalismo cittadino, tra gli altri fenomeni, stanno cambiando radicalmente le forme tradizionali delle quali si accontentava la chiamata opinione pubblica ed i consensi.</p>
<p>Perciò dobbiamo farci delle altre domande: come si costruiscono i consensi nella società dell&#8217;informazione nella quale c&#8217;addentriamo inesorabilmente?, che ruolo svolge il giornalismo nella costruzione di un&#8217;autenticazione e credibile egemonia dell&#8217;ideologia rivoluzionaria? Come possono appropriarsi i sistemi di comunicazione dei nuovi strumenti per avanzare verso forme più democratiche e partecipative? Come garantire maggiore autorità ed ascendenza davanti ai diversi pubblici, che tendono ad atomizzarsi?</p>
<p>La cosa certa è che il sistema di comunicazione pubblico di Cuba è stato sfidato a riproporsi la sua autorità davanti ai diversi pubblici, in base all’unica cosa che la garantisce: la credibilità; qualcosa che è solamente possibile non solo con un cambiamento nel modello di stampa, bensì di tutto il modello di comunicazione della società, e con una concezione davvero rivoluzionaria, che ubichi la stampa come parte delle forme di controllo popolare.</p>
<p>Le indagini degli ultimi anni dimostrano che questa debolezza strutturale ha dimensioni diverse, e pertanto di quello che si tratta nella nuova congiuntura è di porsi un cambiamento strutturale, come è rimasto stipulato nell&#8217;ultimo congresso dell&#8217;Unione dei Giornalisti e nei successivi incontri professionali e politici.</p>
<p>Per superare queste tendenze abbiamo, oltre a professionisti qualificati, la forza di una tradizione giornalistica e rivoluzionaria sedimentata dalla più profonda vocazione di servizio, ereditata dai fondatori della nazione, tra loro il padre Felix Varela, che ha detto, abbordando la funzione e la portata del giornalismo: “Io rinuncio al piacere di essere applaudito per la soddisfazione di essere utile alla patria”. Il suo geniale e fedele seguace Josè Martì considerava che la stampa doveva essere il cane da guardia della casa patria: “Deve disubbidire agli appetiti del bene personale, e servire imparzialmente il bene pubblico.”</p>
<p>Questo lascito dovrebbe anche servire per quelli abituati all&#8217;apologia, ai silenzi ed alle distorsioni, che non sono mai mancati nel cammino complesso della costruzione del socialismo.</p>
<p>Ci sono ragioni basilari per considerare inviabile il fatto di continuare con il modello di giornalismo di dipendenza istituzionale e di riaffermazione, che come regola è prevalso fino ad oggi, e dobbiamo crescere verso un altro, che sia di discussione tra le migliori idee rivoluzionarie.</p>
<p>Il giornalismo verticalizzato e di riaffermazione, sebbene ha permesso di forgiare i grandi consensi che aveva bisogno il paese di fronte all&#8217;aggressività dei governi nordamericani, ed a strutturare un modello di società per alcune condizioni storiche molto concreta, ha distorto le funzioni di contrappeso ed equilibrio dei mezzi di comunicazione, come è accaduto, allo stesso modo, nelle altre strutture di discussione democratica del paese.</p>
<p>Questo succede quando la Rivoluzione aggiorna il suo modello economico, come primo passo verso trasformazioni graduali, sulle quali, come già facciamo —non senza difficoltà ed incomprensioni—, ci corrisponde la responsabilità storica di aiutare a creare i necessari consensi politici e la vigilanza professionale, per evitare che si distorcano le sue capacità.</p>
<p>Non possiamo ignorare che la Rivoluzione sta per addentrarsi nella sua più dura prova del fuoco: il cambio dalla generazione storica, mentre i mezzi cubani stanno cedendo gradualmente ed inesorabilmente, il monopolio delle influenze, come risultato dell&#8217;auge delle nuove tecnologie.</p>
<p>In questa riorganizzazione la stampa pubblica cubana deve avere la strada aperta per appoggiare il dibattito civico ed il contraccolpo rivoluzionario.</p>
<p>di Ricardo Ronquillo, vice direttore di Juventud Rebelde, da Cubadebate</p>
<p>traduzione di Ida Garberi</p>
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		<title>Rosa Miriam Elizalde: “L’approccio d’internet non può essere fatto con paura”</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Dec 2013 00:58:28 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Alla terza volta ci siamo riusciti. Dopo due tentativi falliti per avere di ritorno ad Holguin Rosa Miriam Elizalde, editrice di Cubadebate e studiosa del tema della nuova tecnologia, è diventata realtà nel Festival della Stampa Holguinera “Irma Armas Fonseca in Memoriam” che dal 4 dicembre si sviluppa in questa città dell'oriente di Cuba. Su convergenza, internet, blogger, mezzi di stampa e molti altri temi comuni ci ha parlato durante quasi due ore.  
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong></p>
<div id="attachment_7356" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img class="size-full wp-image-7356" src="/files/2013/12/Rosa-Miriam.jpg" alt="Rosa Miriam Elizalde" width="300" height="212" /><p class="wp-caption-text">Rosa Miriam Elizalde</p></div>
<p>Alla terza volta ci siamo riusciti. Dopo due tentativi falliti per avere di ritorno ad Holguin Rosa Miriam Elizalde, editrice di Cubadebate e studiosa del tema della nuova tecnologia, è diventata realtà nel Festival della Stampa Holguinera “Irma Armas Fonseca in Memoriam” che dal 4 dicembre si sviluppa in questa città dell&#8217;oriente di Cuba. Su convergenza, internet, blogger, mezzi di stampa e molti altri temi comuni ci ha parlato durante quasi due ore. </strong></p>
<p>Lo scambio si è effettuato nell&#8217;accogliente Sala Alberto Davalos del Teatro Suñol di Holguin e benché non sia delegato all&#8217;evento, è bastata una chiamata telefonica 24 ore prima per sollecitare il corrispondente “libero accesso.”</p>
<p>Nonostante la stanchezza della notte anteriore, Rosa ha condiviso alcuni dei risultati della sua più recente investigazione (tra qualche giorno difende il suo dottorato) ed esperienze dei movimenti sociali nella sua partecipazione nelle reti sociali. Ho registrato con interesse i riferimenti a Lance Bennet ed il suo studio sull&#8217;influenza delle reti sociali nella partecipazione politica nel mondo di oggi. Questa frase l’ho copiata espressamente per condividerla con voi: “La nascita di forme personalizzate di partecipazione politica è magari il cambiamento decisivo nella cultura politica della nostra era.”</p>
<p>Più di una volta, usando come esempio sua figlia, ci ha ricordato che i giovani si appropriano della tecnologia con molta più facilità di noi. Per questo il tema della convergenza tra il mondo reale ed il virtuale come riflesso della realtà, non ha molto senso. Quello che possiamo apprendere in 3 settimane, noi che siamo nati prima del 1982, momento in cui si produce il BOOM delle nuove tecnologie, un giovane di questi tempi lo risolve in appena un paio d’ore.</p>
<p>Un&#8217;altra delle chiavi che ho imparato nella sua classe, come lei stessa ha qualificato l&#8217;incontro, è la necessità di collegare “emozioni” affinché un contenuto riesca a posizionarsi nelle reti sociali o qualunque altro medio. Se a Cuba continuiamo ad assumere la comunicazione con i modelli tradizionali stiamo rinunciando a conquistare l&#8217;elevato numero di lettori che non vedono il Granma, il Telegiornale od i mezzi tradizionali come fonti fidate di informazione. Per loro quello che dicono Facebook o internet è la verità e come tale si proiettano davanti agli altri.</p>
<p>Se lo teniamo in considerazione, dobbiamo poi combinarlo col necessario cambiamento di mentalità nell’assumere come fidati altre fonti alternative come i blog, le reti sociali e quanta variante si generalizza oggi nel paese. Magari i mezzi stampati pubblicassero una delle sue riflessioni davanti alla domanda di un partecipante. Rosa si è chiesta perché, come fanno mezzi di stampa internazionali, non si dedicano spazi per pubblicare buoni lavori di blogger del paese. Soprattutto quelli che assumono il loro lavoro con serietà.<br /> Dalle sue parole ho potuto capire che molto (e buono) è quello che si sta progettando per cambiare la visione verso le nuove alternative di comunicazione che coesistono nella Cuba di oggi. Non è casuale che la massima direzione del paese stia seguendo ben da vicino i dibattiti che il settore della stampa viene toccando. Quello che più mi è piaciuto è sapere che quelli che siamo fuori dall&#8217;UPEC abbiamo anche delle buone opzioni. Ora ad aspettare, ma non a braccia incrociate, bensì mostrando risultati per potere
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<p>  saltare il muro che si sono incaricati di costruire quelli che si oppongono a vedere le tecnologie come un alleato.</p>
<p>Ho lasciato con ogni intenzione la frase che mi ha motivato il titolo di questo post. È impossibile ignorare che oggi internet ed in questione le reti sociali sono uno scenario vitale per noi cubani. Non possiamo entrare in internet con paura. Secondo le sue stesse parole “la paura è paralizzante” ed ha aggiunto che quelli che non riescano a vedere la luce alla fine del tunnel rimarranno nella storia come gendarmi tonti di una verità che viene sempre a galla. Per noi non valgono blocchi o cavi infossati, sorge sempre la variante affinché quella verità si irrighi come polvere da sparo, di mano in mano grazie all’“internet in memoria flash”, da e-mail ad e-mail, o qualche giorno (perché no) su autostrade ad alta velocità.</p>
<p>di Luis Ernesto Ruiz Martinez</p>
<p>traduzione di Ida Garberi</p>
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		<title>I Cinque ed io: dall&#8217;apatia all&#8217;empatia</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Jun 2012 23:29:27 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Se speri di trovare in questo testo un'apologia sul tema, ti consiglio di occupare il tuo tempo in un'altra cosa. Non penso di raccontare la realtà che alcuni vorrebbero ascoltare, né enumerare fatti falsificati come fanno altri, ti racconterò come mi implicai nel ritorno dei Cinque a Cuba, e non è stato grazie alla nostra stampa o campagna politica, piuttosto, nonostante loro.  ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-4715" src="/files/2012/06/cinco-heroes-cuba.jpg" alt="" width="300" height="300" />Se speri di trovare in questo testo un&#8217;apologia sul tema, ti consiglio di occupare il tuo tempo in un&#8217;altra cosa. Non penso di raccontare la realtà che alcuni vorrebbero ascoltare, né enumerare fatti falsificati come fanno altri, ti racconterò come mi implicai nel ritorno dei Cinque a Cuba, e non è stato grazie alla nostra stampa o campagna politica, piuttosto, nonostante loro. </strong></p>
<p>Ricordo la prima volta che ascoltai qualcosa anni fa sul caso dei Cinque, con un certo ritardo siamo arrivati a conoscere sul tema, e la mia opinione iniziale non è stata la migliore. Stavo terminando l&#8217;adolescenza con l&#8217;impressione che noi cubani vivevamo da una campagna politica ad un&#8217;altra senza concentrarci nel più importante appello di tutti: la sospensione del bloqueo. Il tempo mi dimostrerebbe che benché la mia logica non fosse del tutto incorretta, questa posizione era un poco egoista.</p>
<p>All&#8217;inizio ignorai il caso, solo avevo ascoltato che, dovuto ad un nostro errore, gli yankee ne avevano approfittato ed avevano imprigionato vari agenti cubani negli Stati Uniti. Non è stato fino alla mia entrata all&#8217;università che mi interessai, ed approfondendo il tema, ho scoperto che c&#8217;era ancora più carne al fuoco. La mia opinione stava cambiando gradualmente, Socrate aveva ragione, dopo tutto: solo se si sa, si può scorgere il bene.</p>
<p>Chi può incolparmi per la mia ignoranza volontaria sui Cinque? Era la risposta naturale dopo avere visto tanti spot televisivi di pessima fattura e di molto mal gusto che ci allontanavano sistematicamente, invece di incorporare gente alla causa. I colpevoli di questo sono gli addetti di fare arrivare il messaggio alle persone.</p>
<p>Vorrei conoscere la squadra di comunicatori sociali che sono dietro a tutto ciò, perché i simboli e le immagini che si utilizzano propiziano più l&#8217;apatia che l&#8217;empatia. Se qualcuno mi domanda, invece di trasmettere l&#8217;idea che i Cinque sono eroi, che lo sono, dobbiamo umanizzare di più il messaggio e chiamarli uomini o semplicemente cubani. Le persone hanno più inclinazione ad appoggiare qualcuno con cui c&#8217;identifichiamo, come noi e con le nostre stesse caratteristiche, che figure esaltate che a furia di alzarle, ci sono sembrate sempre più lontane.</p>
<p>Questa immagine si trasforma in qualcosa di caricaturale, di difficile da credere, perché l&#8217;apologia provoca sempre la sfiducia, ed improvvisamente, se gonfiamo molto il globo, può scoppiarci tra le mani. I Cinque mi ricordano un pò Josè Martì, che è stato utilizzato in certe occasioni e si sono fatte cose in suo nome, con le quali, sono sicuro, non sarebbe mai stato d’accordo.</p>
<p>D&#8217;altra parte, se dovessimo parlare di eroi, conosco undici milioni di cubani che servirebbero anche come modello da seguire, per avere appoggiato l&#8217;utopia socialista durante più di mezzo secolo, opposti alla nazione più poderosa del mondo. Bene, varrebbe la pena di far loro uno spot, ma per favore che gli autori non siano gli stessi che fanno gli annunci pubblici nella TV cubana, se quello è il caso migliore, per favore, non si sforzino.</p>
<p>L&#8217;apatia sui Cinque per me è terminata il giorno in cui un amico mi ha raccontato un paio di fatti sul caso, che smentiscono qualunque qualifica negativa contro di loro, nonostante, non si tratta neanche di ideologie né di tecnicismi, ma di buonsenso ed empatia, li appoggio perché il loro lavoro era animato dall&#8217;altruismo, ed al posto loro avrebbe potuto esserci qualsiasi cubano.</p>
<p>Evitare atti terroristi nel mio paese è un lavoro onorato che fa bene a tutti, sia a chi appoggia la loro causa sia a quello che non l’appoggia, esiste perfino questo, che sono lontani dalle loro famiglie ed imprigionati, quattro di loro, per difendere i rivoluzionari e quelli che non lo sono, tutti i cubani, pertanto la loro difesa non si tratta di ideologia.</p>
<p>Negli Stati Uniti esistono telefilm e film che per irreali che siano, finiscono per identificare già a buona parte della popolazione mondiale con le cause che espongono, sia la chiamata “guerra contro il terrorismo” o la “ricerca della democrazia” nei paesi del sud. Qua abbiamo il vantaggio che i nostri progetti sono giusti e sinceri, ma lo svantaggio di essere tremendamente inefficienti nel trasmettere queste idee al popolo.</p>
<p>Appoggio i Cinque a dispetto della mia stampa, a dispetto degli striscioni che vedo ovunque ed a dispetto dell&#8217;avversione che mi provocano la maggioranza dei messaggi creati. Bisogna riconoscere che esistono programmi e spot molto buoni, bisogna menzionare La Colmenita, con la sua opera di teatro “Abracadabra” e qualche altro documentario di buona fattura, ma nei mass media cubani abbondano gli slogan e la ripetizione automatica, per quanto il mio presidente si impegni a cambiare questa realtà.</p>
<p>Ringrazio infinitamente La Joven Cuba per avermi offerto la possibilità di comunicarmi con alcuni dei Cinque, per aiutarmi a demistificare ed a spolverare quella caricatura che mi avevano dato di loro stessi e comprendere che sono cubani che non hanno perso il contatto con la loro realtà ed hanno un carattere davvero rivoluzionario. Quando Gerardo mi racconta che Cuba ha luci ed ombre noto un pensiero critico molto compromesso col futuro della sua nazione, quando Renè scrive ne La Joven Cuba l’ho visto come una persona che sa ascoltare l&#8217;altro, lontano dall&#8217;intolleranza mascherata di intransigenza che praticano altre persone qui.</p>
<p>È stato un immenso piacere ed emozione per me ascoltarli di prima mano, lontano dai grandi scenari dove si leggono le loro lettere, negli spazi stereotipati di sempre dove il pensiero conservatore e conformista si è vestito da rivoluzionario, lontano dal palpito e vicino a me nel pubblico, così ho dovuto vederli per conoscerli realmente. Preferisco vedere i Cinque in direzione orizzontale, come cubani che si giocano la loro vita a beneficio di un paese impegnato ad essere ogni giorno più efficiente, mai più tornerò a vederli in quell&#8217;immagine verticale ed edulcorata che si dà di loro, quelli non sono i Cinque, loro sono reali e condividono il nostro destino, pertanto, il loro ritorno a Cuba è la nostra stessa lotta.</p>
<p>L&#8217;apatia che esisteva in me è già morta, ora rimane solo l&#8217;empatia e l&#8217;affanno di lottare per il loro ritorno, qua, abbiamo bisogno di più cubani che vedano le sfumature di questo paese, che affrontino il pensiero schematico che tenterà sempre di imporsi. Lotto affinché ritornino i Cinque uomini che sono lontani dalle loro famiglie ingiustamente, i Cinque cubani che tanto bene potrebbero fare qua, ritornino, e cerchiamo insieme la sospensione del bloqueo, per avere il paese che ci meritiamo tutti noi.</p>
<p>Approfitto di un blog per trasmettere questo messaggio, i grandi mezzi tradizionali non pubblicherebbero mai la metà di quello che ho detto qui, né i cubani né gli stranieri, l&#8217;apologia non mi viene mai bene e la critica da franco tiratore, neanche. Solo, mi rimane da chiedervi che appoggiate questa causa che benché possa sembrare ritrita, è giusta, io ho camminato dall&#8217;apatia all&#8217;empatia, ora facciamo possibile che questo succeda in tutti quelli che rimangono ancora al margine, i Cinque hanno bisogno di noi… …..e noi di loro.</p>
<p>scritto da Harold Cardenas Lema</p>
<p>preso da La Joven Cuba</p>
<p>traduzione di Ida Garberi</p>
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		<title>Lezione sulla libertà di stampa: colpiscono ed arrestano i giornalisti che seguono Occupy Wall Street</title>
<link>http://it.cubadebate.cu/notizie/2011/11/17/lezione-sulla-liberta-di-stampa-colpiscono-ed-arrestano-i-giornalisti-che-seguono-occupy-wall-street/</link>
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		<pubDate>Fri, 18 Nov 2011 01:01:22 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Occupy Wall Street]]></category>
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		<description><![CDATA[Mentre migliaia di manifestanti sono usciti sulle strade il giovedì per protestare contro Wall Street, i giornalisti sono stati un'altra volta bersaglio della violenza della polizia e delle detenzioni, d’accordo con una nota di The Huffington Post. Vari reporter hanno denunciato in Twitter ed, in alcuni casi, alla televisione, le situazioni di violenza della polizia contro di loro, in quello che sembrava essere una ripetizione di una scena simile a quella di due giorni fa, quando i giornalisti sono stati colpiti ed arrestati con la forza a New York, dopo lo sfollamento di un accampamento a Manhattan.  ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong></p>
<div id="attachment_2155" style="width: 277px" class="wp-caption alignleft"><img class="size-full wp-image-2155" src="/files/2011/11/keith-gessen.jpg" alt="Keith Gessen colpito dalla polizia" width="277" height="250" /><p class="wp-caption-text">Keith Gessen colpito dalla polizia</p></div>
<p>Mentre migliaia di manifestanti sono usciti sulle strade il giovedì per protestare contro Wall Street, i giornalisti sono stati un&#8217;altra volta bersaglio della violenza della polizia e delle detenzioni, d’accordo con una nota di The Huffington Post. </strong></p>
<p>Vari reporter hanno denunciato in Twitter ed, in alcuni casi, alla televisione, le situazioni di violenza della polizia contro di loro, in quello che sembrava essere una ripetizione di una scena simile a quella di due giorni fa, quando i giornalisti sono stati colpiti ed arrestati con la forza a New York, dopo lo sfollamento di un accampamento a Manhattan.</p>
<p>Lucy Kafanov, una reporter della catena di televisione RT, ha detto che è stata colpita con un manganello della polizia mentre cercava di filmare le proteste. Lei aveva la sua credenziale di giornalista chiaramente visibile, ma è stata colpita ugualmente. Ha detto anche che lei è stata testimone della violenza contro un altro reporter della rete Indymedia che risultò “buttato contro la parete” ed arrestato.</p>
<p>“Non sembra che la polizia stia facendo una distinzione tra la stampa ed i manifestanti”, ha detto. Altri giornalisti hanno informato di incidenti simili.</p>
<p>“Ho visto colpire un uomo con un manganello. Ho tentato di fare una foto, ma la polizia mi afferrò e mi trascinò per tutta la strada”, ha scritto l&#8217;editore di DNAInfo, Julie Shapiro nel suo Twitter. “La polizia di New York si è accanita dietro una barricata contro un fotografo”, diceva un&#8217;altra relazione.</p>
<p>Il Daily Cáller ha detto che due dei suoi reporter sono stati “assaltati” dalla polizia con bastoni.</p>
<p>Josh Stearns, un membro di un gruppo indipendente che ha dato seguito alle detenzioni dei giornalisti che coprono il Movimento Occupy, stima che almeno 26 giornalisti sono stati fermati da quando cominciarono le proteste due mesi fa. Il giovedì, il numero sembrava che andasse aumentando sostanzialmente.</p>
<p>Inoltre, in un&#8217;immagine divulgata in Twitter si vede Keith Gessen, editore della rivista N +1, tirato al suolo dalla polizia. Gessen ed altri due giornalisti hanno detto che erano stati fermati, e che possiedono un video dove si apprezza Gessen arrestato dalla polizia.</p>
<p>scritto da Jack Mirkinson del The Huffington Post</p>
<p>preso da www.cubadebate.cu</p>
<p>traduzione di Ida Garberi</p>
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