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	<title>Cubadebate (Italiano) &#187; Sahara Occidentale</title>
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		<title>Brahim Gali avverte Antonio Guterres: l&#8217;attacco marocchino è un atto di aggressione premeditato da parte dello Stato occupante per interrompere gli sforzi dell&#8217;ONU</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Nov 2020 20:49:28 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il Presidente della Repubblica Araba Saharawi Democratica e Segretario Generale del Fronte POLISARIO, Brahim Ghali, ha inviato oggi una lettera urgente al Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ed al Presidente del Consiglio di Sicurezza, ambasciatrice Inga Rhonda King, rappresentante permanente di Saint Vincent e Grenadine alle Nazioni Unite, informando loro del violento attacco di oggi da parte delle forze marocchine contro civili saharawi disarmati, che stavano manifestando pacificamente a Guerguerat, nel Sahara occidentale sudoccidentale.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_11795" style="width: 580px" class="wp-caption alignleft"><img class="size-full wp-image-11795" alt="Brahim Gali" src="/files/2020/11/brahim_gali_presidente_saha.jpg" width="580" height="326" /><p class="wp-caption-text">Brahim Gali</p></div>
<p><strong>Il Presidente della Repubblica Araba Saharawi Democratica e Segretario Generale del Fronte POLISARIO, Brahim Ghali, ha inviato oggi una lettera urgente al Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ed al Presidente del Consiglio di Sicurezza, ambasciatrice Inga Rhonda King, rappresentante permanente di Saint Vincent e Grenadine alle Nazioni Unite, informando loro del violento attacco di oggi da parte delle forze marocchine contro civili saharawi disarmati, che stavano manifestando pacificamente a Guerguerat, nel Sahara occidentale sudoccidentale.</strong></p>
<p>&#8220;È con grande urgenza e preoccupazione che scrivo per informarla che le forze militari marocchine hanno lanciato un brutale attacco contro civili saharawi disarmati che stavano manifestandosi pacificamente a Guerguerat, nel sud-ovest del Sahara occidentale&#8221;.</p>
<p>&#8220;L&#8217;operazione militare delle forze marocchine contro i civili saharawi è un atto di aggressione ed una flagrante violazione del cessate il fuoco che le Nazioni Unite ed il Consiglio di Sicurezza dovrebbero condannare con la massima fermezza possibile&#8221;, ha chiesto il leader saharawi.</p>
<p>L&#8217;anche capo delle forze armate ha indicato nella sua lettera che “di fronte a questo atto di aggressione, le forze militari del Fronte POLISARIO sono state costrette a confrontarsi con le forze marocchine in legittima difesa e protezione della popolazione civile&#8221;.</p>
<p>&#8220;Riteniamo lo Stato di occupazione marocchino pienamente responsabile delle conseguenze della sua operazione militare, e chiediamo alle Nazioni Unite di intervenire urgentemente per porre fine a questa aggressione contro il nostro popolo ed il nostro territorio&#8221;.</p>
<p>Allo stesso modo, il presidente saharawi, Brahim Gali, ha denunciato che “il fatto che l&#8217;azione militare si svolga alla vigilia dei contatti tra il Segretario generale delle Nazioni Unite e il Fronte POLISARIO, previsti per oggi, dimostra chiaramente che l&#8217;operazione è un atto premeditato di aggressione da parte dello Stato occupante per interrompere gli sforzi dell&#8217;ONU per disinnescare le tensioni nella violazione illegale di Guerguerat&#8221;.</p>
<p>Gali ha avvertito che “con il lancio oggi di questa operazione militare, lo Stato di occupazione marocchino ha seriamente minato non solo il cessate il fuoco ed i relativi accordi militari, ma anche ogni possibilità di raggiungere una soluzione pacifica e duratura alla questione della decolonizzazione nel Sahara occidentale &#8220;.</p>
<p>testo e foto Sahara Press Service</p>
<p>traduzione di Ida Garberi</p>
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		<title>Uno stato in esilio, il Saharawi, dove il deserto è il grande mare prosciugato (1)</title>
<link>http://it.cubadebate.cu/notizie/2020/03/16/uno-stato-esilio-il-saharawi-dove-il-deserto-e-il-grande-mare-prosciugato-1/</link>
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		<pubDate>Mon, 16 Mar 2020 21:20:23 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non è la prima volta che scrivo del popolo Saharawi, che stimo e rispetto per la sua resistenza e resilienza in condizioni critiche, senza purtroppo aver conosciuto di persona la loro terra. Questa volta presto le mie parole ad una carissima amica, Federica Cresci, che ha fatto una bellissima esperienza partecipando al viaggio "Missione 2020" dell'Associazione Città Visibili dell'ARCI di Campi Bisenzio, (che collabora con Ban Slout Larbi, il circolo Legambiente Gli Amici del Lago, militanti delle Pubbliche Assistenze, Clowncare M’illumino d’immenso Onlus e dell’Auser) che si occupa di adozioni e sostegno a distanza di bambine e bambini, ragazze e ragazzi, tra i più poveri dei campi profughi nel deserto algerino, indicati dalle Autorità della R.A.S.D. (Repubblica Araba Saharawi Democratica).]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-11389" alt="saharawi" src="/files/2020/03/saharawi.jpg" width="580" height="773" />&#8220;Non puoi spiegare il deserto a chi non ha gli occhi pieni di libertà, tramonti e malinconia&#8221;</p>
<p>(Fabrizio Caramagna)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Non è la prima volta che scrivo del popolo Saharawi, che stimo e rispetto per la sua resistenza e resilienza in condizioni critiche, senza purtroppo aver conosciuto di persona la loro terra. Questa volta presto le mie parole ad una carissima amica, Federica Cresci, che ha fatto una bellissima esperienza partecipando al viaggio &#8220;Missione 2020&#8243; dell&#8217;Associazione Città Visibili dell&#8217;ARCI di Campi Bisenzio, (che collabora con Ban Slout Larbi, il circolo Legambiente Gli Amici del Lago, militanti delle Pubbliche Assistenze, Clowncare M’illumino d’immenso Onlus e dell’Auser) che si occupa di adozioni e sostegno a distanza di bambine e bambini, ragazze e ragazzi, tra i più poveri dei campi profughi nel deserto algerino, indicati dalle Autorità della R.A.S.D. (Repubblica Araba Saharawi Democratica).</strong> Il gruppo che arriva nei campi è anche formato da studenti di medicina e medici giovani dell&#8217;Università di Tor Vergata, a Roma, che prestano servizio volontario e consegnano medicine negli ospedali dei campi profughi. I tre capi gruppo sono Nadia Conti (Città Visibili), Massimiliano Caligara (Legambiente) e Fabrizio Mazzinghi (Progetto Saharawi-Tor Vergata). Massimiliano Caligara e Claudio Cantù (CISP, Comitato Italiano per lo Sviluppo dei Popoli e incaricato della Rete di Solidarietà per il Popolo Saharawi) sono i responsabili del progetto &#8220;Acqua nel deserto&#8221;, che aiuta all&#8217;approvvigionamento dell&#8217;acqua nei campi profughi. Quest&#8217;anno gli interventi di solidarietà e cooperazione internazionale, che vengono sviluppati da tempo nel campo profughi di Ausserd, situato nel deserto algerino, si estenderanno anche a Tifariti, una delle sette “città” dei territori liberati del Sahara occidentale. Verrà attivato un progetto molto articolato, focalizzato &#8211; come i progetti degli anni precedenti &#8211; sulla raccolta e la gestione dell’acqua in territori desertici.</p>
<p>La guerra nel Sahara incomincia quando Spagna, nel 1975, ha ceduto l’amministrazione del Sahara Occidentale ai suoi limitrofi Marocco e Mauritania, mediante accordi illegali, dal punto di vista del diritto internazionale, dato che una potenza coloniale non può “cedere” un territorio colonizzato da lei ad altri Stati.</p>
<p>Dopo che la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) ha dichiarato che gli abitanti del Sahara Occidentale godevano del diritto di autodeterminazione che constava nelle risoluzioni delle Nazioni Unite (CIG, 1975), il re Hasan II ha iniziato una mobilitazione che passerebbe alla storia come la “marcia verde”, o per meglio dire la “marcia nera”, secondo i saharawi, per il suo saldo cruento e luttuoso, che ha implicato il trasferimento di circa 350 mila persone e 25 mila soldati verso la zona saharawi per occupare il territorio. Tutto ciò è stato accompagnato dai bombardamenti dell’aviazione marocchina con fosforo bianco e napalm contro i civili saharawi che intraprendevano l’esodo forzato verso il deserto algerino.</p>
<p>In quella cornice, varie migliaia di saharawi sono fuggiti verso Algeria ed il 27 febbraio 1976 il Fronte Polisario (braccio armato del popolo saharawi) ha proclamato la Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD). Nel 1979, Mauritania ha sottoscritto un accordo di pace coi combattenti della RASD e, da allora, è solo Marocco quello che continua affermando di avere una sovranità sulla zona, che include l’area alla quale Mauritania ha rinunciato.</p>
<p>Le forze marocchine e saharawi hanno continuato i combattimenti, fino al 1991, quando è stato firmato il cessate il fuoco e l’ONU ha creato la Minurso (Missione delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale) che si sarebbe dovuta incaricare di mantenere la pace e di convocare un referendum di autodeterminazione. Tuttavia, a dispetto dei tentativi reiterati per portarlo a termine, il referendum – l’ultima data fallita è stata il 31 luglio 2000 – non si è mai realizzato e Marocco continua a proporre come soluzione al contenzioso, di offrire al territorio un regime di autonomia sotto l’ombrello della sovranità marocchina.</p>
<p>Attualmente, circa 165 mila saharawi vivono negli accampamenti dei rifugiati vicino a Tindouf (sud-ovest dell’Algeria), dipendendo maggiormente dall’aiuto umanitario e nell’attesa di potere esercitare quel diritto all’autodeterminazione proclamato ed avallato dalla comunità internazionale, attraverso decine di risoluzioni e dichiarazioni di varie delle sue distinte istanze e rappresentanti.</p>
<p>Nel 1980, Marocco ha cominciato a costruire un muro nel deserto per accerchiare parte del territorio del Sahara Occidentale, divide cioè i territori liberati dal Fronte Polisario dai territori occupati dal Marocco, con l’obiettivo di ostacolare -in pieno confronto armato – l’avanzamento dell’esercito saharawi del Fronte Polisario. La costruzione (distribuita in vari tratti) ha una lunghezza approssimata di 2720 chilometri ed è seminata con un numero sconosciuto, si parla tra 7 e 10 milioni, di mine antiuomo, che continuano attive oggigiorno.</p>
<div id="attachment_11390" style="width: 580px" class="wp-caption alignleft"><img class="size-full wp-image-11390" alt="Nadia Conti" src="/files/2020/03/Nadia-Conti.jpg" width="580" height="580" /><p class="wp-caption-text">Nadia Conti</p></div>
<p>&#8220;L&#8217;idea delle adozioni a distanza ci è venuta perché ci siamo accorti che molte volte quello che noi, come associazioni, portavamo nel deserto non era quello che esattamente il popolo sarahawi aveva bisogno davvero, per quanto tutti, io da Campi Bisenzio, altri da Prato, principalmente dalle amministrazioni della regione Toscana, lo facessimo totalmente senza interessi. Allora, lavorando fianco a fianco con i funzionari della RASD, abbiamo deciso che era importante aiutare i giovani affinché possano raggiungere un po di autonomia per poter studiare. Dal 2016 abbiamo adottato già 198 bambini, coinvolgiamo le famiglie italiane adottive affinché conoscano la realtà saharawi, affinché possano aiutarci   a denunciare il muro della vergogna che divide il Sahara Occidentale, occupato illegalmente dal Marocco, dai territori liberati dal popolo saharawi. La maledizione di questo popolo è che sotto la loro terra ci sono ricchezze immense ed anche il mare di fronte alle loro coste è un enorme fonte di guadagno per Marocco, che fa affari d&#8217;oro con gli stati europei e non solo!&#8221;.</p>
<p>Chi sta raccontando la sua esperienza è Nadia Conti, che si emoziona molto mentre ricorda, in un dialogo con Federica, che è una vergogna enorme che il popolo saharawi stia aspettando da 43 anni un referendum per decidere se saranno autonomi o no dal Marocco, che l&#8217;ONU non faccia nulla per difendere questo popolo senza identità, senza la libertà di muoversi dai campi profughi (che per fortuna esistono nel deserto algerino) e che solo Cuba aiuta nello studio, totalmente gratuito: dall&#8217;isola ribelle sono usciti migliaia di medici saharawi che ritornano ai campi per aiutare i loro fratelli.</p>
<p>&#8220;Ci chiamiamo Città Visibili parafrasando il titolo di un libro di Italo Calvino, Città Invisibili, perché il nostro impegno è rendere visibili quei popoli che nessuno ascolta, gridare il loro disagio, la loro rabbia, la mancanza dei diritti, l&#8217;amore, la passione, l&#8217;allegria, ingredienti indispensabili per restare umani. Abbiamo anche aderito all&#8217;ARCI (Associazione Ricreativa e Culturale Italiana) perché anche noi approviamo la Dichiarazione Universale dei Diritti dell&#8217;Uomo, pratichiamo la solidarietà internazionale e rappresentiamo i valori democratici della Resistenza Italiana contro il fascismo&#8221;.</p>
<p>&#8220;Abbiamo deciso di portare nei campi profughi giovani studenti di medicina o comunque giovani medici perché abbiamo visto che sono entusiasti di questo lavoro di solidarietà, forse perché siamo rimasti tra i pochi che riescono a trasmettere, in questo sistema disumano, la generosità e la disponibilità verso il prossimo che soffre e il volontariato gratuito&#8221;.</p>
<p>Nadia termina la sua chiacchierata confessando &#8220;che si sono formate tante alleanze perché è la magia del deserto che fa incontrare le persone disinteressate, che ci infiamma i cuori, e ci ha permesso di conoscere Cuba, con il suo esercito di medici ed educatori, una piccola isola che esporta solidarietà, dove gli altri esportano armi. Questo è un messaggio che innamora, ed anche io, con 60 anni, grazie a Cuba mi convinco, una volta di più, che questa è l&#8217;unica via possibile per un futuro migliore&#8221;.</p>
<div id="attachment_11391" style="width: 580px" class="wp-caption alignleft"><img class="size-full wp-image-11391" alt="Federica Cresci" src="/files/2020/03/Federica-Cresci.jpg" width="580" height="578" /><p class="wp-caption-text">Federica Cresci</p></div>
<p>Federica invece mi racconta che ha deciso di associarsi a Città Visibili perché rispetta molto il lavoro di Nadia Conti, che considera un&#8217;attivista con un cuore puro, che dal 1996, percorre il deserto dei campi profughi saharawi per stendere la sua mano disinteressata a questo popolo. &#8220;Fin da ragazza ho amato il Che Guevara, ho conosciuto il suo pensiero attraverso i suoi scritti ed i suoi libri e mi sono convinta che aveva ragione quando diceva che un&#8217;economia socialista non potrà mai instaurarsi completamente senza la costruzione dell&#8217;Uomo Nuovo. Per questo mi sono dedicata alla gioventù e mi sono laureata in Pedagogia, con la speranza di costruire una coscienza nei miei alunni basata sui valori più positivi di condivisione e di solidarietà. Per completare la mia preparazione ho studiato in un corso di spagnolo per stranieri a L&#8217;Avana e mi sono incorporata nel gruppo di lavoro dell&#8217;ambasciata cubana a Roma per 20 anni. Questo più di un lavoro è stata una crescita importante nella mia fede politica e nei miei valori etici e morali, devo molto al popolo cubano&#8221;. &#8220;Ed ora con questo viaggio sto conoscendo la resistenza del popolo saharawi, che come il cubano od il palestinese, vengono calpestati quotidianamente dall&#8217;imperialismo, che sia marocchino, statunitense o israeliano, che però non ha mai potuto dominarli. Combattono duramente per conservare la loro identità, la loro cultura ed il loro diritto all&#8217;autodeterminazione. Qui nei campi profughi mi ha colpito l&#8217;allegria che conserva questa popolo e la capacità di condividere anche quel poco che hanno con estrema naturalezza e disponibilità&#8221;. &#8220;Sono stati molti i momenti emozionanti in questo viaggio nel deserto, voglio ricordare quando abbiamo incontrato la brigata dei medici cubani che prestano il loro servizio negli ospedali di Ausserd e di Rabuni, grazie alla mediazione della dottoressa Aleida Guevara March, la figlia del Guerrigliero Eroico, Ernesto Che Guevara. È stato molto bello vedere i medici cubani con quelli italiani di Tor Vergata e quelli saharawi conversare tra loro e creare ponti di solidarietà.</p>
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<div id="attachment_11392" style="width: 580px" class="wp-caption alignleft"><img class="size-full wp-image-11392" alt="il dottor Hector Mendez Lopez con la maglietta rossa" src="/files/2020/03/capo-brigata.jpg" width="580" height="773" /><p class="wp-caption-text">il dottor Hector Mendez Lopez con la maglietta rossa</p></div>
<p>Il capo della brigata dei medici cubani, il dottor Hector Mendez Lopez, mi ha raccontato che gli ultimi saharawi laureati a Cuba in medicina stanno studiando un master in medicina generale integrale nei campi profughi, grazie alla brigata dei medici cubani, per allestire poi consultori medici famigliari, grazie ad un progetto scritto e pensato dal Comandante in Capo, Fidel Castro Ruz&#8221;. Federica continua raccontando che il popolo cubano ha anche una brigata di educatori nell&#8217;Istituto Simon Bolivar, nella città di Smara, per bambini delle elementari e ragazzi delle medie. Uno degli obiettivi è cercare di coinvolgere negli studi anche le bambine e le ragazze, che purtroppo molte volte sono discriminate rispetto ai maschi. Però Federica ci tiene a specificare che le donne hanno anche un ruolo importante nello stato, occupano cariche di dirigenza ed hanno anche uno spazio chiamato La Casa delle Donne, gestito solo da loro, con attività politiche e culturali e diretto dalla prima donna saharawi laureata ad Algeri in Ingegneria Aeronautica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(continuerà)</p>
<p>di Ida Garberi</p>
<p>foto dal facebook di Nadia Conti e Federica Cresci</p>
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]]></content:encoded>
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		<title>Moulud Yeslem: Un saharawi nato sotto le bombe di napalm nel deserto</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Jan 2018 00:03:48 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ “Mi chiamo Mohamed Moulud Yeslem, sono un rifugiato saharawi che è nato in piena guerra nel Sahara, ho 40 anni, e faccio parte di un popolo che lotta per ottenere la sua indipendenza. Sono un artista, un pittore che crede che un pennello, è un arma di lotta, di libertà e di espressione; ed arriva più lontano dei missili, perché arriva ai cuori della gente, seminando vita.”  ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-10348" alt="moulud1" src="/files/2018/01/moulud1.jpg" width="580" height="581" />“O riusciremo ad ottenere cittadini liberi in un paese indipendente o saremo martiri col resto dei martiri che hanno dato la loro vita”.<br />
Brahim Gali, presidente saharawi</p>
<p><strong> “Mi chiamo Mohamed Moulud Yeslem, sono un rifugiato saharawi che è nato in piena guerra nel Sahara, ho 40 anni, e faccio parte di un popolo che lotta per ottenere la sua indipendenza. Sono un artista, un pittore che crede che un pennello, è un arma di lotta, di libertà e di espressione; ed arriva più lontano dei missili, perché arriva ai cuori della gente, seminando vita.”</strong></p>
<p>Ho conosciuto Moulud a Barcellona, in ottobre del 2017, mentre cercavo di partecipare ad un evento culturale negli accampamenti dei rifugiati saharawi a Tindouf (Algeria).</p>
<p>Dopo alcuni giorni di un’attesa estenuante, purtroppo, l&#8217;incontro non si è svolto, non sono potuta mai arrivare agli accampamenti, questa volta. Ma ho avuto l&#8217;onore ed il piacere di potere godere dell&#8217;affetto e della compagnia di Moulud, di sua moglie Olga e della sua meravigliosa bambina, Nura.</p>
<p>Mentre ero ospite a casa sua, ho voluto conoscere di più sulla vita del suo popolo, la sua lotta e che cosa rappresenta per lui non potere vivere nella sua patria legittima.</p>
<p>Sahara Occidentale è l&#8217;ultima colonia dell&#8217;Africa, dato che si trova tra i 17 territori non autonomi in attesa della decolonizzazione, secondo l&#8217;elenco stabilito dalle Nazioni Unite, che non riconosce la sovranità che reclama Marocco sullo stesso, denunciando la presenza del muro marocchino come una delle principali manifestazioni del colonialismo nelle sue dimensioni sociale, politica, spaziale ed economica.</p>
<p>La guerra nel Sahara che sta raccontandomi Moulud, incomincia quando Spagna, nel 1975, ha ceduto l&#8217;amministrazione del Sahara Occidentale ai suoi limitrofi Marocco e Mauritania, mediante accordi illegali, dal punto di vista del diritto internazionale, dato che una potenza coloniale non può “cedere” un territorio colonizzato da lei ad altri Stati.</p>
<p>Dopo che la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) ha dichiarato che gli abitanti del Sahara Occidentale godevano del diritto di autodeterminazione che constava nelle risoluzioni delle Nazioni Unite (CIG, 1975), il re Hasan II ha iniziato una mobilitazione che passerebbe alla storia come la “marcia verde”, o per meglio dire la “marcia nera”, secondo i saharawi, per il suo saldo cruento e luttuoso, che ha implicato il trasferimento di circa 350 mila persone e 25 mila soldati verso la zona saharawi per occupare il territorio. Tutto ciò è stato accompagnato dai bombardamenti dell&#8217;aviazione marocchina con fosforo bianco e napalm contro i civili saharawi che intraprendevano l&#8217;esodo forzato verso il deserto algerino.</p>
<p>In quella cornice, varie migliaia di saharawi sono fuggiti verso Algeria ed il 27 febbraio 1976 il Fronte Polisario (braccio armato del popolo saharawi) ha proclamato la Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD). Nel 1979, Mauritania ha sottoscritto un accordo di pace coi combattenti della RASD e, da allora, è solo Marocco quello che continua affermando di avere una sovranità sulla zona, che include l&#8217;area alla quale Mauritania ha rinunciato.</p>
<p>Le forze marocchine e saharawi hanno continuato i combattimenti, fino al 1991, quando è stato firmato il cessate il fuoco e l&#8217;ONU ha creato la Minurso (Missione delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale) che si sarebbe dovuta incaricare di mantenere la pace e di convocare un referendum di autodeterminazione. Tuttavia, a dispetto dei tentativi reiterati per portarlo a termine, il referendum – l’ultima data fallita è stata il 31 luglio 2000 &#8211; non si è mai realizzato e Marocco continua a proporre come soluzione al contenzioso, di offrire al territorio un regime di autonomia sotto l&#8217;ombrello della sovranità marocchina.</p>
<p>Attualmente, circa 165 mila saharawi vivono negli accampamenti dei rifugiati vicino a Tindouf (sud-ovest dell&#8217;Algeria), dipendendo maggiormente dall&#8217;aiuto umanitario e nell&#8217;attesa di potere esercitare quel diritto all&#8217;autodeterminazione proclamato ed avallato dalla comunità internazionale, attraverso decine di risoluzioni e dichiarazioni di varie delle sue distinte istanze e rappresentanti.</p>
<p>Nel 1980, Marocco ha cominciato a costruire un muro nel deserto per accerchiare parte del territorio del Sahara Occidentale, con l&#8217;obiettivo di ostacolare -in pieno confronto armato &#8211; l&#8217;avanzamento dell&#8217;esercito saharawi del Fronte Polisario. La costruzione (distribuita in vari tratti) ha circa 2,5 metri di altezza ed una lunghezza approssimata di 2720 chilometri.</p>
<p>“Io, Moulud, sono uno dei figli della guerra, e dopo l&#8217;esodo che è durato anni per la mia famiglia, che è scappata sotto le bombe, camminando nel deserto e poche volte utilizzando camion, sono arrivato nel 1979 agli accampamenti in Algeria. Ho incominciato a studiare sotto una “jaima” (tenda di campagna) fino al 1989, quando con altri 850 tra bambini e bambine, tra gli undici ed i quattordici anni, mi hanno mandato a Cuba per continuare gli studi. Sono rimasto 10 anni ed ho acquisito un carattere forte ed indipendente, perché sono stato lontano dalla mia famiglia, senza quasi contatti e nessun viaggio di vacanze. Noi, i bambini e le bambine saharawi abbiamo imparato ben presto ad essere responsabili dei nostri atti, la situazione ci ha fatto crescere prima del tempo e la considero l&#8217;esperienza più bella della mia vita. Ringrazio molto Cuba per tutto quello che ha fatto, non solo mi ha dato una professione, ma per me è stata una scuola di vita, mi ha preparato alla resistenza con gli altri rifugiati ed oggigiorno l&#8217;isola caraibica continua ad appoggiare il mio popolo e sta crescendo migliaia di saharawi nelle sue università.”</p>
<p>“Il problema della vita negli accampamenti è che lì dipendiamo totalmente dall&#8217;aiuto internazionale, è un deserto, non c&#8217;è acqua, devono trasportarla per centinaia di chilometri, non possiamo coltivare nulla, ma continuiamo a resistere da 40 anni contro molti aggressori, perché non è solo Marocco, sono gli Stati Uniti, è Francia, il più colpevole di tutti è  Spagna, e tutti loro vogliono eliminare totalmente il nostro popolo, vogliono che non si ascolti la nostra voce, vogliono seppellirci definitivamente nel deserto dell&#8217;Algeria. Tutta questa oppressione ha fatto nascere una Rivoluzione, un sentimento nazionale, un sentimento di resistenza nonostante i nemici siano più poderosi in armi, in economia, nella distruzione. Ci hanno isolati creando un muro nella comunicazione e costruendo un muro di pietre e recinti, con l&#8217;aiuto di Israele, per ostacolare che i rifugiati ritornino nella loro patria e l&#8217;hanno seminato con milioni di mine: secondo l&#8217;ONU il Sahara Occidentale è uno dei 10 paesi più minati nel mondo, si calcola che nella guerra dei 16 anni tra il Fronte Polisario, Marocco e Mauritania hanno seminato tra 7 e 10 milioni di mine antiuomo       che continuano attive oggigiorno.”</p>
<p>Moulud, come artista, è molto sensibile fin da giovane alla lotta del suo popolo, e col suo pennello vuole dare voce ai senza voce e coi suoi fratelli, che sono anche loro pittori, ha creato una scuola d’arte negli accampamenti nell&#8217;anno 2005 per formare i giovani. Considera che la pittura permette di fare conoscere la bellezza della cultura saharawi, ma anche di denunciare la durezza della vita nel deserto e dialogare con altri artisti di altri paesi per sensibilizzarli con la lotta del suo popolo.</p>
<p>“L&#8217;arte è uno strumento molto effettivo per trasformare la società, così ho deciso di mettere il mio granello di sabbia per lottare contro le mine antiuomo. In tal modo, ho creato il progetto ‘Per ogni mina un fiore’ che vuole sensibilizzare sull&#8217;esistenza di questo muro assassino.”</p>
<p>“Il problema delle mine è che sono seminate molto superficialmente e con le piogge e le tempeste di sabbia sono trasportate verso un luogo diverso, ed è per questo motivo che vicino al muro non esiste nessun luogo sicuro dove camminare. Purtroppo sia l&#8217;ONU che altre organizzazioni non governative che si occupano dello sminamento, oggigiorno, agiscono solamente se ricevono sovvenzioni, se non c&#8217;è denaro, non importa loro i pericoli che rappresentano le mine, principalmente per i bambini e per le bambine. Cosicché non potevo rimanere con le braccia incrociate, ho fatto un documentario, ‘I fiori del muro &#8216; per sensibilizzare la gente, dove si vedono le vittime del muro, le mutilazioni, e voglio seminare un fiore artificiale per ogni mina, fatti di carta, di plastica, di tessuto e seminarli fronte al muro, come protesta ed azione simbolica che la pace vincerà, alla fine. Ho già ottenuto migliaia di fiori, hanno partecipato i popoli della Spagna, del Messico, del Perù, dell&#8217;Argentina e di altri paesi europei.”</p>
<p>“Sono contento dei risultati perché ho ottenuto che abbiano partecipato principalmente bambini, bambine ed adolescenti. Prossimamente vogliamo riuscire a comprare con altri artisti, un rullo compressore, installargli un comando a distanza ed utilizzarlo per fare scoppiare le mine del muro senza rischi per le persone.”</p>
<p>“Personalmente e come migliaia di saharawi, queste quattro decadi di combattimento, solo mi hanno dato ancora più forze per lottare, mi hanno dato più ispirazione creativa per sviluppare un antidoto, sempre di più efficace e più forte; perché il suolo dove coltivo questi antidoti è l&#8217;arte, è la cultura della pace ed è la società civile, non solamente la saharawi, bensì la società civile mondiale.”</p>
<p>“Alla fine, come pittore, credo che l&#8217;Arte deve essere uno strumento fondamentale per denunciare, per comunicare in pace con tutti i popoli, affinché il genere umano capisca che la vita è unica, come il pianeta terra, e se non li proteggiamo tra tutti e tutte spariremo per sempre.”</p>
<p>scritto e tradotto da Ida Garberi</p>
<p>da Cubadebate</p>
<p>foto di Moulud Yeslem</p>
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