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	<title>Cubadebate (Italiano) &#187; Rivoluzione</title>
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		<title>Fidel Castro:  Rivoluzione è consapevolezza del momento storico, è cambiare tutto quanto deve essere cambiato</title>
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		<pubDate>Fri, 01 May 2020 15:09:05 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Rivoluzione è consapevolezza del momento storico; è cambiare tutto quanto deve essere cambiato; è uguaglianza e libertà piene; vuol dire essere trattato e trattare gli altri come esseri umani; significa emanciparci noi stessi e con i propri sforzi; è sfidare potenti forze dominanti dentro e fuori l'ambito sociale e nazionale; è difendere i valori in cui si crede al prezzo di qualunque sacrificio; è modestia, disinteresse, altruismo, solidarietà ed eroismo; è lottare con audacia, intelligenza e realismo; è non mentire mai né violare principi etici; è convinzione profonda che non esiste forza al mondo capace di schiacciare la forza della verità e delle idee. Rivoluzione è unità, è indipendenza, è lottare per i nostri sogni di giustizia per Cuba e per il mondo che è la base del nostro patriottismo, del nostro socialismo e del nostro internazionalismo.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-11511" alt="FidelCubadebate" src="/files/2020/05/FidelCubadebate.jpg" width="580" height="327" />Discorso pronunciato dal Presidente della Repubblica di Cuba, Fidel Castro Ruz, nella tribuna aperta della gioventù, gli studenti e i lavoratori in occasione del Giorno Internazionale dei Lavoratori, Piazza della Rivoluzione, Primo Maggio del 2000</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Compatriotti,</p>
<p>La nostra riconoscenza alle ammirevoli personalità che ci accompagnano. La nostra riconoscenza ai lavoratori, agli studenti e a tutto il popolo che affolla questa piazza.</p>
<p>Stiamo vivendo giorni d&#8217;intensa e trascendentale lotta. E&#8217; da cinque mesi che lottiamo senza tregua. Milioni di compatriotti, quasi tutti, praticamente non ci sono eccezioni, hanno partecipato in essa. Le nostre armi sono state la coscienza e le idee che ha seminato la Rivoluzione durante più di quattro decenni.</p>
<p>Rivoluzione è consapevolezza del momento storico; è cambiare tutto quanto deve essere cambiato; è uguaglianza e libertà piene; vuol dire essere trattato e trattare gli altri come esseri umani; significa emanciparci noi stessi e con i propri sforzi; è sfidare potenti forze dominanti dentro e fuori l&#8217;ambito sociale e nazionale; è difendere i valori in cui si crede al prezzo di qualunque sacrificio; è modestia, disinteresse, altruismo, solidarietà ed eroismo; è lottare con audacia, intelligenza e realismo; è non mentire mai né violare principi etici; è convinzione profonda che non esiste forza al mondo capace di schiacciare la forza della verità e delle idee. Rivoluzione è unità, è indipendenza, è lottare per i nostri sogni di giustizia per Cuba e per il mondo che è la base del nostro patriottismo, del nostro socialismo e del nostro internazionalismo.</p>
<p>In termini reali e concreti, abbiamo affrontato durante quarantun anni la più forte potenza che sia mai esistita al mondo, vicina a noi solo 90 miglia, che attualmente assume carattere unipolare ed egemonico.</p>
<p>Questa volta la lotta è particolarmente aspra. Ciò è stato motivato dal sequestro di un bambino. E&#8217; stato forse l&#8217;unico? No! Altri bambini cubani sono stati separati di uno dei loro genitori e portati negli Stati Uniti in modo illegale senza che essi abbiano la più lontana possibilità di riaverli rivolgendosi alle autorità nordamericane. Solo nei primi due anni e mezzo della Rivoluzione, furono sottratti clandestinamente, con l&#8217;autorizzazione del padre, della madre o di entrambi, vittime dell&#8217;inganno, quando venne diffuso dai servizi d&#8217;intelligence degli Stati Uniti e dai loro agenti a Cuba il deliberato e accuratamente elaborato rumore, sostenuto da una legge apocrifa secondo cui i genitori sarebbero privati della patria potestà sui loro figli. L&#8217;ulteriore e subita soppressione dal governo degli Stati Uniti dei voli regolari a quel paese lasciò separati i genitori dai figli, molti dei quali vissero un inferno di sofferenza, abbandono e sradicamento.</p>
<p>In questa occasione, un modesto padre si era rivolto al governo chiedendo aiuto: suo figlio, che non aveva ancora compiuto sei anni, era stato vittima di una grande tragedia. Senza la sua conoscenza né autorizzazione il bambino era stato portato via dal paese in un viaggio illegale, irresponsabile e avventuroso, organizzato da un aggressivo e violento delinquente. Come disse Raquel, la nonna materna di Eliàn, quando arrivò a New York il 21 gennaio di quest&#8217;anno per cercare di liberare suo nipote, sua figlia fu trascinata alla tragedia dalla violenza di quel soggetto.</p>
<p>L&#8217;imbarcazione affondò e il bambino vide morire sua madre, affogata. Era un&#8217;ottima lavoratrice, membro della Gioventù e del Partito Comunista, di cui tutti i conoscenti conservano un&#8217;opinione positiva. Fu una delle vittime del naufragio in cui morirono undici cittadini cubani. Come tanti altri avvenuti durante 34 anni, furono trascinati alla morte da una mostruosa e sanguinosa invenzione chiamata Legge di Aggiustamento Cubano, che promuove le espatriazioni illegali e il contrabbando di emigranti, spinti a viaggiare negli Stati Uniti, come lo fanno milioni di persone provenienti da paesi poveri di questo e di altri continenti, attratti dall&#8217;ostentazione, il lusso e lo spreco delle società di consumo.</p>
<p>Nel caso specifico di Cuba, si aggiungono i grandi ed esclusivi privilegi che concede la suddetta legge a coloro che viaggiano illegalmente negli Stati Uniti provenienti da Cuba, e quattro decenni di blocco e guerra economica non meno mostruosi di questa legge. In questo modo, nonostante gli accordi migratori sottoscritti tra entrambi i paesi, per via illegale si riempie la Florida di delinquenti. Cinque di ogni dieci persone che usano tale via hanno dei precedenti penali quali furto con scasso e altri reati simili.</p>
<p>Come si sa, il bambino riuscì a sopravvivere, galleggiando alla deriva su un gommone per più di trenta ore. La mafia terrorista cubanoamericana, creata a propria immagine e somiglianza da governi irresponsabili degli Stati Uniti, s&#8217;impadronì del bambino come un pregiato trofeo pubblicitario; un personaggio corrotto e sinistro, a titolo di parente lontano, che solo aveva visto il bambino una volta in vita sua, ricevette la custodia temporale. Sotto l&#8217;assoluto controllo della mafia, si rifiutò di restituire il bambino al padre quando questi lo reclamò appena uscì dall&#8217;ospedale. Immediatamente il nostro popolo, con la sua tradizionale tenacità, cominciò la lotta per la restituzione del bambino al padre e alla famiglia diretta e stretta che convisse sempre con lui.</p>
<p>Secondo le leggi internazionali e le norme giuridiche degli Stati Uniti e di Cuba ciò che corrispondeva era far ritornare d&#8217;immediato il bambino al suo paese d&#8217;origine. Qualsiasi lite dovrebbe essere risolta nei tribunali cubani. La risposta alla nota diplomatica presentata dal Ministero di Affari Esteri cubano reclamando il ritorno del bambino, richiesto dal padre sin dal primo momento, si fece attendere quasi dieci giorni. Ormai erano avvenute le prime proteste pubbliche a Cuba che si sono prolungate fino ad oggi.</p>
<p>Risulta evidente che sottovalutarono il nostro popolo, che non ha smesso nemmeno un giorno di lottare per una causa assolutamente giusta, e ha potuto trasmettere al popolo nordamericano e al mondo il messaggio di dolore e indignazione di fronte all&#8217;ingiustizia commessa nei confronti di una umile famiglia cubana e il grande crimine che si stava perpetrando contro questo bambino. Il Dante non sarebbe stato capace di descrivere l&#8217;inferno di quasi cinque mesi di tortura mentale, pressione psichica e manipolazione politica che ha sofferto!</p>
<p>L&#8217;avvenuto sensibilizzò decine di milioni di famiglie nordamericane che hanno figli, nipoti e bisnipoti della stessa età di Elián. Essi, come il resto del mondo, capivano ogni giorno meglio che non ci poteva essere un pretesto politico o ideologico che giustificasse la commissione contro un bambino e un padre, qualunque fosse la loro nazionalità, di quel crimine barbaro e crudele.</p>
<p>La mafia terrorista di Miami e i suoi alleati dell&#8217;estrema destra degli Stati Uniti ci accusavano di politizzare il caso, quando in realtà ciò che facevamo era lottare contro quel crimine, e lo abbiamo fatto con mezzi pacifici: non una sola finestra dell&#8217;Ufficio d&#8217;Interessi degli Stati Uniti è stata rotta, nemmeno una pietra è stata lanciata contro questa struttura, nessun funzionario o visitatore nordamericano è stato disturbato, nessuna bandiera nordamericana è stata calpestata o bruciata nelle strade.</p>
<p>Mi domando che avrebbe fatto il governo di quel paese se ci fosse stata una storia simile con un bambino nordamericano di appena sei anni che fosse stato sequestrato a Cuba e sottoposto all&#8217;atroce trattamento che soffrì quel bambino negli Stati Uniti.</p>
<p>Durante quasi cinque mesi, da quando apparve il bambino nelle coste della Florida, avvennero cose incredibili e si commisero ogni tipo arbitrarietà e di errori. Fino a qualche ora prima del suo riscatto, nessuno dei diversi settori dell&#8217;amministrazione, anche se conoscevano bene quanto stava accadendo, sembrava preoccuparsi della sua salute mentale, della scandalosa esibizione pubblica e le manipolazioni di cui era vittima, e ciò che risulta ancora più censurabile: dei rischi fisici che stava affrontando.</p>
<p>Il capo del comando che lo riscattò ha appena affermato che la resistenza era stata perfettamente organizzata e c&#8217;erano numerosi uomini armati attorno alla casa dov&#8217;era sequestrato il bambino, lo stesso era stato avvertito al Dipartimento di Stato dal governo di Cuba e denunciato pubblicamente tra il 22 marzo e il 22 aprile.</p>
<p>L&#8217;ultima proposta di sette punti che il Procuratore Generale (Janet Reno. NdT.) aveva presentato al padre del bambino alle 22:00 circa del venerdì 21 aprile, sette ore prima delle 05:00, ora in cui fu liberato Elián dai sequestratori, conteneva tre punti che non ho voluto leggere nella Tribuna Aperta di Jaguey Grande in cui si evocava il doloroso episodio dell&#8217;invasione mercenaria di Girón perché li considerai semplicemente grotteschi e preferii la tregua di 24 ore di cui parlai come riconoscimento della decisione che finalmente adottò il Procuratore, seppur tali punti avevano lasciato in noi una profonda preoccupazione nei confronti degli avvenimenti futuri. I punti erano:</p>
<p>&#8220;2.- Nella mattina del sabato, Elián e la famiglia di Lázaro viaggeranno a Washington su un aereo del Servizio della Guardia Giudiziaria sotto la supervisione di essa. Il Dipartimento di Giustizia li trasporterà direttamente ad Airlie House. Il bambino sarà sotto la protezione dell&#8217;INS.</p>
<p>&#8220;3.- Durante la permanenza in Airlie, Elián abiterà con Juan Miguel, che avrà assoluta autorità su di lui, a eccezione di qualsiasi condizione relativa alla libertà sotto vigilanza o altre limitazioni imposte dall&#8217;INS, quali il controllo dell&#8217;uscita. Dopo l&#8217;arrivo di Juan Miguel ad Airlie House, il Procuratore Generale lascerá Elián in libertà sotto vigilanza, alle cure di Juan Miguel. La famiglia di Lázaro risiederà en Airlie House in camere separate.</p>
<p>&#8220;4.- Le parti rimarranno nel luogo specificato della residenza mentre l&#8217;interdizione della Corte di Appelli del Circuito 11 sia in vigore o finché il Procuratore Generale, in consulta con gli esperti, determini la pertinenza di modificare gli accordi convenuti.&#8221;</p>
<p>Niente potrebbe essere più umiliante né più simile a un trattamento carcerario o al sequestro di Juan Miguel con la moglie e i due bambini, l&#8217;inizio di una nuova tappa di torture psichiche per tutta la famiglia ancor peggiore di quella che soffrì il bambino a Miami.</p>
<p>Coloro che hanno visto la storia di Marisleysis alla TV e conoscono chi è il sinistro Lázaro, e tutti i psichiatri onesti, capiscono cosa avrebbe significato per Elián e la sua famiglia quella assurda e impossibile coabitazione. Questa era precisamente la richiesta della Fondazione Cubano Americana. Tale fu la proposta che determinò la decisione quasi suicida di Juan Miguel di partire d&#8217;immediato con la moglie e il bambino a riscattare personalmente Elián a Miami.</p>
<p>Fu tale la stupidità di que capetti impazziti che rifiutarono la proposta. Ed era esattamente uguale alla loro richiesta, solo che a Washington invece di a Miami.</p>
<p>Il noto legislatore Bob Menéndez, lobbysta e alleato stretto della mafia di Miami, e una Sottosegretaria Assistente di Stato cercavano affannosamente, il venerdì 21 aprile, un luogo simile ad Airlie House nelle vicinanze di Miami.</p>
<p>Ho citato questi fatti per dimostrare fino a che vergognoso punto il Procuratore Generale si sforzò per evitare l&#8217;uso della forza. Nessuno nel nostro paese può ignorare i rischi potenziali di questo distorto cammino che, a causa delle pressioni della Fondazione, scelsero le autorità nordamericane per risolvere ciò che sarebbe un semplice caso d&#8217;immigrazione se non si trattasse di un bambino cubano.</p>
<p>Fatti che supportano questa tesi:</p>
<p>Primo: I tre giudici del tribunale che deve decidere sul ricorso della mafia non sono da fidare. La risposta alla richiesta del Procuratore Generale perché fosse legalmente ordinato a Lázaro González di consegnare il bambino dopo la sua palese disubbidienza all&#8217;ordine dell&#8217;INS passerà alla storia come un esempio di arbitrarietà, parzialità e prepotenza. Quel giorno decretavano che un bambino di qualsiasi età e procedenza poteva chiedere asilo negli Stati Uniti contro la volontà dei genitori. D&#8217;altra parte si costringeva al bambino martirizzato a rimanere negli Stati Uniti fino alla conclusione del processo legale. Non si è pronunciato, invece, sulla disubbidienza all&#8217;ordine dato al sequestratore di consegnare il bambino. Lasciò senza alternativa il Procuratore Generale. La costringeva a fare concessioni impudiche o a utilizzare la forza. E lei fece ambedue le cose. Solo il caso e la perizia della guardia giudiziaria evitarono il peggio, e il bambino fu riscattato sano e salvo.</p>
<p>Che certezza può avere adesso il padre che l&#8217;incontro con suo figlio è definitivo? Nessuna!</p>
<p>Secondo: Il Nuevo Herald informa il 26 aprile che il giorno prima, martedì 25 aprile, di fronte a un gruppo di undici Senatori che convocarono il Procuratore Generale Janet Reno a una riunione per &#8220;discutere preoccupazioni&#8221;, alla domanda di &#8220;cosa succederebbe se la Corte di Atlanta o qualunque altra decidesse che il bambino deve ricevere asilo&#8221;, il Procuratore Generale rispose testualmente: &#8220;Penso che dovremmo allora rinviarlo a Miami.&#8221;</p>
<p>Il rischio che questo tribunale decida che il bambino ha diritto all&#8217;asilo è reale. Coincidirebbe interamente con la dottrina che sottoscrisse nella sua decisione del 19 aprile e che la mafia terrorista richiedeva. Nessuno potrebbe immaginare come reagirebbe l&#8217;opinione pubblica mondiale e la stessa opinione pubblica nordamericana, che ha visto tutto quanto hanno fatto al bambino a Miami e più tardi le commuoventi fotografie dell&#8217;incontro del padre con il figlio, se strappano il bambino a Juan Miguel per inviarlo ancora all&#8217;inferno della casa di Lázaro González. E&#8217; impossibile, però è stato detto dal Procuratore Generale e il tribunale di Atlanta può decidere ciò.</p>
<p>Terzo. Lo stesso giorno 26, l&#8217;agenzia ANSA divulga da Washington la seguente notizia: &#8221; &lt;&lt;Wye River&gt;&gt; &#8211; si chiama così il luogo dove sono Juan Miguel e la sua famiglia &#8211; &lt;&lt;è stato scelto perché ha un bel terreno che può essere utilizzato dal bambino. Ed è abbastanza grande perché potenzialmente possano esserci i parenti senza disturbarsi mutuamente&gt;&gt;, ha detto un funzionario del Dipartimento di Giustizia che chiese di rimanere anonimo.&#8221;</p>
<p>Como si può vedere emerge ancora la vecchia e tenebrosa idea contenuta negli orripilanti punti già riferiti della proposta consegnata a Juan Miguel la notte critica del venerdì 21 aprile. E lo dice nientemeno che un &#8220;anonimo&#8221; funzionario di Giustizia.</p>
<p>Quarto: Il 26 aprile, Gregory Craig, avvocato di Juan Miguel, presenta al Tribunale dei tre giudici della Corte di Atlanta ciò che si conosce come una mozione d&#8217;emergenza richiedendo l&#8217;intervento di Juan Miguel nel processo e la sostituzione di Lázaro González con il padre del bambino come suo unico rappresentante legale, sia nella condizione di padre superstite sia nel carattere di &#8220;amico stretto&#8221; di Elián, strano termine che si usa nella legislazione nordamericana quando un minore non ha un parente stretto che lo rappresenti in una corte, che senza ombra di dubbio non è il caso di Elián.</p>
<p>Il giorno seguente, 27 aprile, il tribunale di Atlanta rifiuta il carattere di Juan Miguel come unico rappresentante del bambino, e ammette per votazione divisa che partecipi al processo.</p>
<p>Su questo aspetto, il 28 aprile, il New York Times pubblica: &#8220;In una decisione mista sul caso di Elián González, una corte federale di Appelli rifiutò ieri la richiesta del padre del bambino di fungere come suo unico rappresentante legale, il che avrebbe messo fine in modo effettivo al processo giudiziario. (&#8230;) Nella decisione, il tribunale della Corte di Appelli disse che aveva dubitato se conferire o meno a Juan Miguel il diritto di partecipare al processo ormai avanzato, tuttavia aveva accettato perché si trattava del padre del bambino. Uno dei tre giudici non fu d&#8217;accordo con tale decisione.</p>
<p>&#8220;(&#8230;) La corte ritenne che sarebbe prematuro dire se il padre di Elián dovrebbe essere il suo unico rappresentante.</p>
<p>Il sicuro ricorso dell&#8217;avvocato di Juan Miguel e i solidi argomenti contenuti in esso riferiti alla rappresentatività esclusiva del padre del bambino furono rifiutati da questo tribunale.</p>
<p>Secondo esperti legali, se la decisione dei tre giudici nel processo, la cui udienza avverrà l&#8217;11 maggio, sarà divisa, vale a dire due a uno, la parte pregiudicata potrebbe richiedere che tutti i giudici della Corte di Appelli di Atlanta si pronuncino sul caso, non solo i tre nominati.</p>
<p>Gli esperti ritengono che questo ricorso significherebbe comunque una nuova possibilità di prolungare la durata del processo legale previamente alla presentazione del ricorso presso la Corte Suprema.</p>
<p>Ci sono altre cinque varianti per prolungare il processo per tempo indeterminato.</p>
<p>Gli avvocati dei mafiosi chiesero a loro volta diversi ordini e definizioni.</p>
<p>Quinto: Riprendendo l&#8217;avvenuto il 25 aprile, da Laredo, Texas, l&#8217;AP comunicò quanto segue: &#8220;&lt;&lt;Il governo di Bill Clinton dovrebbe cercare di persuadere il padre di Elián González a rimanere negli Stati Uniti per allevare qui suo figlio&gt;&gt;, disse il candidato repubblicano alla presidenza, George W. Bush. &lt;&lt;Spero che il governo spieghi al padre che se lo preferisce potrebbe allevare suo figlio in libertà, che il padre può rimanere qui negli Stati Uniti. E&#8217; importante che il nostro governo ricordi che la mamma fuggiva in cerca di libertà, per portare suo figlio alla libertà. Spero che il governo riesca a persuadere il babbo di allevare suo figlio negli Stati Uniti di America.&gt;&gt;&#8221;</p>
<p>Sesto: Il giorno successivo, secondo un dispaccio dell&#8217;agenzia EFFE, la signora Hillary Clinton, moglie del Presidente degli Stati Uniti, in un programma di radio della città di Buffalo, stato di New York, &#8220;fece pubblica la sua speranza che il padre del bambino cubano Elián González, decida alla fine di chiedere asilo e rimanere negli Stati Uniti.</p>
<p>&#8220;Spero che provare la libertà e l&#8217;occasione che ha di vivere insieme a suo figlio durante questo tempo qui, magari lo aiuterà a considerare di rimanere definitivamente negli Stati Uniti.</p>
<p>&#8220;(&#8230;) &lt;&lt;Sono convinta che ci sarà molta gente tanto contenta di accogliere lui se decide di defezionare&gt;&gt;, disse la prima donna utilizzando il termine usato per i militari che decidono di abbandonare il proprio paese per rifugiarsi in un altro, di solito quello del nemico.&#8221;</p>
<p>Cioè, parlano tranquillamente di istigare alla defezione di un padre che è stato vilmente oltraggiato durante mesi. Non possono immaginare nemmeno un cubano degno. Prima lo accusavano di essere un vigliacco, che non osava di viaggiare negli Stati Uniti, né s&#8217;interessava per il figlio. Dopo affermarono che il governo di Cuba non lo autorizzava a viaggiare a quel paese per evitare la sua defezione. Quando lo videro arrivare con la moglie e il figlio più piccolo, nel momento preciso e all&#8217;ora e minuti giusti, sono rimasti sorpresi, fino adesso, di fronte alla dignità, coraggio e onore di Juan Miguel. Cercano di trattenerlo fino alle calende greche con la speranza di sedurlo. Tutti all&#8217;unisono cercando lo stesso obiettivo: che il bambino non ritorni mai a Cuba per colpire moralmente un popolo caparbio ed eroico da cui sono nati Juan Miguel ed Elián.</p>
<p>Dove è andata a finire l&#8217;etica dei leader politici di quel paese? Com&#8217;è possibile che ignorino così tanto le realtà di Cuba? Perché tanto disprezzo? Fino a quando continueranno a credere le proprie menzogne?</p>
<p>Subitamente, il 27 aprile, sorgono restrizioni e ostacoli di ogni tipo allo spostamento dei funzionari cubani che attendevano Juan Miguel, la moglie e i suoi due figli, ormai sistemati a 70 miglia di distanza; si concedono solo quattro visti per i bambini che dovevano viaggiare per contribuire al recupero di Elián, limitandoli a 15 giorni; si stabilisce l&#8217;assurda formula di sostituirli ogni due settimane, e non si concede l&#8217;autorizzazione per viaggiare a nessuno degli specialisti indispensabili richiesti dalla famiglia. Era evidente il proposito di isolare Juan Miguel e la sua famiglia.</p>
<p>Coincidendo con le suddette dichiarazioni, la signora Albright, Segretaria di Stato, aveva detto due giorni prima alla rete FOX, in una intervista in televisione: &#8220;Abbiamo alcuni problemi molto seri con Cuba e manterremo la legge dell&#8217;embargo&#8221; -così chiama la signora il blocco e la guerra economica- &#8221; e la Legge per la Democrazia Cubana&#8221;- in questo modo si riferisce alla criminale Legge Helms Burton.</p>
<p>La cosa più curiosa è che nessuno a Cuba ha chiesto perdono al governo degli Stati Uniti; nesuno ha chiesto nemmeno l&#8217;eliminazione di quel blocco che risulta ogni giorno più insostenibile e che inevitabilmente crolla perché anacronico e ogni giorno più costoso per gli Stati Uniti dal punto di vista politico e morale.</p>
<p>I padri che iniziarono l&#8217;eroica tradizione della nostra patria di fronte ai sogni annessionisti concepiti dagli Stati Uniti nei confronti di Cuba duecento anni fa ci insegnarono che i diritti si esigono, non si mendicano. Niente sarà facile rispetto a Cuba nel futuro. Quarant&#8217;anni di resistenza contro aggressioni e ingiustizie di ogni tipo e la battaglia di idee che abbiamo portato avanti senza tregua per oltre cinque lunghi mesi ci hanno fatto diventare molto più forti. Lotteremo senza riposo contro l&#8217;assassina Legge di Aggiustamento Cubano, contro la crudele Legge Helms Burton, i cui autori devono -ai sensi dei patti sottoscritti tra 1948 e 1949 sia da Cuba che dagli Stati Uniti- essere processati da un tribunale per il delitto di genocidio; lotteremo contro la legge il cui autore, Robert Torricelli, è alleato della mafia terrorista di Miami; lotteremo contro il blocco e la guerra economica che il nostro popolo ha saputo resistere durante quasi mezzo secolo; lotteremo contro le attività sovversive che si eseguono dagli Stati Uniti, compreso il terrorismo per rendere instabile la nostra società, e lotteremo perché finalmente sia restituito alla nostra patria il territorio illegalmente occupato nel nostro paese. Compiremo tutto quanto abbiamo giurato a Baraguá davanti alla memoria indelebile e immortale del Titano di Bronzo (si riferisce al Generale Antonio Maceo uno dei capi più importanti della Guerra per l&#8217;Indipendenza dalla Spagna, NdT.).</p>
<p>Non incolpiamo il popolo nordamericano; incolpiamo i responsabili delle menzogne con cui lo hanno ingannato per molto più tempo di quello che immaginava Lincoln. Per il contrario, rendiamo omaggio al popolo che, malgrado le menzogne, in ampia maggioranza, è stato capace di rifiutare il ripugnante crimine che stavano commettendo contro un bambino cubano.</p>
<p>Sarebbe saggio che gli odierni e i futuri governanti degli Stati Uniti capiscano che Davide è cresciuto. Si è trasformato in un gigante morale che non lancia pietre con la fionda, ma esempi e idee di fronte a cui il grande Goliath delle finanze, le colossali ricchezze, le armi nucleari, la più sofisticata tecnologia e di un potere politico che si appoggia sull&#8217;egoismo, la demagogia, l&#8217;ipocrisia e la menzogna, è indifeso.</p>
<p>Perché non si facciano troppe illusioni con la sua ridicola vittoria di Pirro raggiunta con l&#8217;infame risoluzione a Ginevra, basata sulla calunnia e imposta dal governo degli Stati Uniti mediante umilianti pressioni e l&#8217;appoggio dei loro alleati della NATO, Cuba, nello stesso periodo di sessioni, propose sei risoluzioni in favore dei paesi del Terzo Mondo, che furono tutte approvate da una schiacciante maggioranza, sempre con il voto contrario degli Stati Uniti, che in generale contò con l&#8217;unico appoggio o l&#8217;astensione del gruppetto dei loro ricchi alleati europei.</p>
<p>I popoli di un mondo ingovernabile, che soffrono la povertà e la miseria, a cui sfruttano e saccheggiano ogni giorno di più, saranno i nostri migliori compagni di lotta. Per collaborare con loro non disponiamo di risorse finanziarie. Contiamo invece su uno straordinario e sacrificato capitale umano di cui non dispongono né disporranno mai i paesi ricchi.</p>
<p>Evviva il patriottismo!</p>
<p>Evviva il socialismo!</p>
<p>Evviva l&#8217;internazionalismo!</p>
<p>Patria o Morte!</p>
<p>Vinceremo!</p>
<p>Versiones Taquigraficas del Consejo de Estado</p>
<p>foto: AFP</p>
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		<title>61 anni di Rivoluzione: “Un popolo così non si improvvisa”</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Jan 2020 20:08:00 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Durante quest’anno, come nel 1959 che dava inizio alla Rivoluzione, abbiamo combattuto con cento braccia, con cento spade contro l'idra da cento teste. Abbiamo lasciato un'impronta di guerra e di lotta eterna. Da Cuba e fuori da lei sono state molte le voci che abbiamo combattuto insieme. Abbiamo celebrato anche questi giorni, come ha detto il presidente Diaz-Canel, come se trionfasse un'altra volta la Rivoluzione.  ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_11275" style="width: 580px" class="wp-caption alignleft"><img class="size-full wp-image-11275" alt="foto: Raul Corrales" src="/files/2020/01/Corrales.PrimeradeclaraciondeFidel-300dpi-580x321.jpg" width="580" height="321" /><p class="wp-caption-text">foto: Raul Corrales</p></div>
<p><strong>Durante quest’anno, come nel 1959 che dava inizio alla Rivoluzione, abbiamo combattuto con cento braccia, con cento spade contro l&#8217;idra da cento teste. Abbiamo lasciato un&#8217;impronta di guerra e di lotta eterna. Da Cuba e fuori da lei sono state molte le voci che abbiamo combattuto insieme. Abbiamo celebrato anche questi giorni, come ha detto il presidente Diaz-Canel, come se trionfasse un&#8217;altra volta la Rivoluzione.</strong></p>
<p>Nella prima rivista Bohemia dell&#8217;anno 1960 si dichiarò quel fine d’anno come il Capodanno più felice di Cuba: “È stato visibile e resta nel ricordo dei cubani per sempre. Queste festività sono state le più appassionate, le più spontanee che si sono celebrate nella Cuba indipendente.”</p>
<p>Questo Capodanno, a sua volta, l’abbiamo vissuto come quello, perché “la Rivoluzione trionfa ogni volta che strappiamo all&#8217;impero una vittoria per la nostra causa. E nel 2019 l’abbiamo fatto molte volte.”</p>
<p>Quel 1º gennaio 1960 alle nove e dieci minuti della notte Fidel apparve nel marciapiede numero due della Stazione Terminale per abbordare il treno speciale che avrebbe portato le milizie universitarie fino a Yara, un allenamento della brigata Josè Antonio Echeverria nella Sierra Maestra. Insieme a Celia ed ad altri compagni si sommò ai 390 membri dell&#8217;avventura.</p>
<p>Nell&#8217;ultimo vagone il leader ha risposto alle domande delle ragazze. “Questa spedizione mi ricorda quando io ero studente e sono andato in escursione al Pico Turquino. Ma allora andammo senza fucile ed ora gli studenti vanno armati per la Rivoluzione”, ha detto. Quando tutti dormivano, nel treno solo si ascoltava la sua voce conversando sulle battaglie. E così fu fino a che arrivò a Yara alle 11 della mattina.</p>
<p>Lì ha mostrato agli studenti le scuole che funzionavano già a Caney de las Mercedes. Ai piedi della Sierra descrisse il combattimento di Las Mercedes e si gettò sulla spalla il suo zaino di più di 70 libbre di peso. All&#8217;alba seguente intraprese l’arrampicata verso Minas del Frio, dove dimostrò la sua eccellente mira.</p>
<p>Poi continuarono verso La Plata, ed in quel ripido cammino si ascoltò Fidel cantare abbastanza stonato e quasi recitando con voce roca. Lui camminava bene, Celia sembrava non sentire il viaggio, e così arrivarono a La Plata. Quel 7 gennaio, dopo cinque giornate di marcia nella montagna, fissarono la bandiera cubana nel picco più alto di Cuba.</p>
<p>Ricordiamo allora un giorno come oggi 60 anni fa, quando la nascente Rivoluzione compiva un anno. Un anno di resistenza.</p>
<p>da Cubadebate/Gruppo di Editori di <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.fidelcastro.cu/es" >Fidel Soldato delle Idee</a></p>
<p>traduzione di Ida Garberi</p>
<div id="attachment_11277" style="width: 940px" class="wp-caption alignleft"><img class="size-full wp-image-11277" alt="Fidel a Santiago de Cuba 1º gennaio1959" src="/files/2020/01/Fidel-en-Santiago-de-Cuba-1-de-enero-de-1959-Triunfo-de-la-Revolución.jpg" width="940" height="501" /><p class="wp-caption-text">Fidel a Santiago de Cuba 1º gennaio1959</p></div>
<div id="attachment_11276" style="width: 580px" class="wp-caption alignleft"><img class="size-full wp-image-11276" alt="Foto: Burt Glinn" src="/files/2020/01/fidel-habana-1959-580x852.jpg" width="580" height="852" /><p class="wp-caption-text">Foto: Burt Glinn</p></div>
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		<title>Rivoluzione culturale</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Aug 2019 17:50:06 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L'arma più potente dell'imperialismo è quella con cui hanno cercato di dominarci: la transculturazione. E' stata la pretesa, fin dalla nascita di imporci il cosiddetto “modo di vita statunitense”: cercare di cancellare la nostra storia, i nostri valori e le nostre radici. Contro ciò, la Rivoluzione Bolivariana continua a sviluppare il riscatto della semina dell'autentica cultura venezuelana.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-11111" alt="Cultura-580x269" src="/files/2019/08/Cultura-580x269.jpg" width="580" height="269" />L&#8217;arma più potente dell&#8217;imperialismo è quella con cui hanno cercato di dominarci: la transculturazione. E&#8217; stata la pretesa, fin dalla nascita di imporci il cosiddetto “modo di vita statunitense”: cercare di cancellare la nostra storia, i nostri valori e le nostre radici. Contro ciò, la Rivoluzione Bolivariana continua a sviluppare il riscatto della semina dell&#8217;autentica cultura venezuelana. Ossia, continuiamo facendo rivoluzione culturale, tenendo conto, come ci ha insegnato il padre liberatore che “&#8230; morale e luci cono le colonne di una repubblica, morale e luci sono le nostre necessità primarie”. Continuiamo ad accelerare il consolidamento dell&#8217;educazione popolare, il riscatto dei nostri valori ancestrali ed il compimento del dettato costituzionale, per ottenere la liberazione definitiva.</strong></p>
<p>Teniamo in considerazione che il sistema capitalista mondiale imperante che si auto proclama come l&#8217;unico in grado di risolvere le necessità della popolazione, nella sua sostenuta aspirazione di rinforzare la propria egemonia, ha inteso fin dall&#8217;inizio che la dominazione culturale è fondamentale per i suoi fini, la progressiva erosione dei principali valori di una società, per cercarne la distruzione definitiva.</p>
<p>I centri di pensiero dell&#8217;imperialismo si sono dedicati a rubare ai Popoli la loro identità, le tradizioni, anche le loro lingue ancestrali; ed a creare la falsa idea della globalizzazione culturale, di una sola cultura, inscatolata secondo i loro canoni e diffusa come un prodotto di facile comprensione e consumo. E&#8217; anche la tesi del mondo unipolare, nel quale un solo polo di potere possiede la chiave per la salvezza.</p>
<p>Il Comandante Chavez, che ha denunciato costantemente di fronte al mondo le nuove e nefaste forme di schiavizzazione delle coscienze, ha enfatizzato la necessità della multipolarità, nella necessità di diversi poli per conquistare l&#8217;equilibrio dell&#8217;universo, che deve tradursi nella pace, nell&#8217;autodeterminazione dei Popoli, nella non ingerenza e nella cooperazione e solidarietà internazionale. E ancora nel diritto delle nazioni alla loro sovranità ed alla loro cultura, a lavorare liberamente nei loro processi di identità culturale.</p>
<p>La Rivoluzione Bolivariana, in questi due decenni di intensa lotta per continuare a diffondere la maggior quantità di felicità possibile è stata particolarmente insistente in questo aspetto. Il fatto culturale è una realtà collettiva, ossia esiste solo con la partecipazione e il protagonismo delle comunità. Sono loro le creatrici costanti della loro cultura, e per questo è così imprescindibile che abbiano accesso alla conoscenza. E&#8217;, per dirla come Luis Britto Garcia, un&#8217;azione liberatrice, “strumento di rottura dell&#8217;ordine di dipendenza sul piano internazionale e della stratificazione classista imposta sul piano interno”.</p>
<p>E&#8217; così che i più grandi sforzi del processo di liberazione nazionale e continentale devono puntare al riscatto della nostra storia, valori e identità. In questo cammino ci muoviamo, accompagnati dai Comandanti Chavez e Fidel, di cui si è commemorata la nascita, 93 anni fa, il 13 agosto. E&#8217; stato Fidel, nel calore delle battaglie permanenti contro l&#8217;aggressione dell&#8217;impero yankee che ha detto: “una rivoluzione può solo essere figlia della cultura e delle idee”. Nello stesso intervento a Caracas, nell&#8217;anno 1999, citando Martì, Fidel ha ricordato che si devono difendere le idee e la cultura, perché le trincee di idee valgono di più delle trincee di pietra. Onore e gloria al Comandante Fidel Castro Ruz!</p>
<p>Questa è la grande battaglia che dobbiamo continuare a combattere, quella delle idee, del pensiero, della difesa ad oltranza della nostra identità e cultura, l&#8217;infinita attività creatrice del Popolo. Bisogna continuare ad articolare i compiti in questo senso, non cadere nella disperazione né demoralizzarsi. Questo mondo nuovo, dove la fraternità, la pace, l&#8217;uguaglianza sociale e lo sviluppo integrale di ogni suo abitante non solo è possibile, ma necessario per preservare l&#8217;umanità e la vita nel pianeta.</p>
<p>Stiamo marciando verso questo orizzonte.</p>
<p>di Adan Chavez</p>
<p>da Cubadebate</p>
<p>traduzione di Marco Bertorello</p>
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		<title>La fermezza di Cuba di fronte ai signori della guerra</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Oct 2018 20:53:13 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Trent’anni fa mi chiedevo, a proposito dell’atteggiamento del governo degli Stati Uniti, che proibiva che i suoi cittadini viaggiassero liberamente a Cuba: "Se quest’Isola è, come dicono, l’inferno, perché gli Stati Uniti non organizzano escursioni per far sì che i loro cittadini la conoscano e si disingannino?". Oggi continuo a chiedermelo.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-10665" alt="vittimeterrorismo" src="/files/2018/10/vittimeterrorismo.jpg" width="580" height="399" />Trent’anni fa mi chiedevo, a proposito dell’atteggiamento del governo degli Stati Uniti, che proibiva che i suoi cittadini viaggiassero liberamente a Cuba: &#8220;Se quest’Isola è, come dicono, l’inferno, perché gli Stati Uniti non organizzano escursioni per far sì che i loro cittadini la conoscano e si disingannino?&#8221;.</p>
<p>Oggi continuo a chiedermelo.</p>
<p>Dieci anni fa formulavo un’altra domanda sull’inferno di Cuba: &#8220;Perché ora la dovrei confondere con l’inferno se non l’ho mai confusa con il Paradiso ?&#8221;.</p>
<p>E adesso continuo a chiedermelo.</p>
<p>Né inferno, né paradiso: la Rivoluzione, opera di questo mondo è sporca di fango umano e giustamente per questo, e nonostante questo, continua ad essere contagiosa. Non sono molto onorevoli, diciamo, questi tempi che stiamo vivendo.</p>
<p>Sembra che si stia disputando la Coppa Mondiale dello Zerbino.</p>
<p>Uno ha l’impressione, e magari fosse un’impressione sbagliata, che i governi competono tra di loro per vedere chi si strascina meglio e chi si lascia calpestare con più entusiasmo.</p>
<p>La competizione dura già da tempo, ma partendo dagli attentati di terrorismo dell&#8217;11 settembre, esiste quasi un&#8217;unanimità nell’ossequio ufficiale di fronte ai comandanti del mondo.</p>
<p>Quasi un&#8217;unanimità, dico. Ed oggi mi sento orgoglioso di ricevere questa distinzione nel paese che più chiaramente ha posto i puntini sulle I dicendo NO all’impunità dei poderosi. Il paese che, con più fermezza e lucidità, ha rifiutato accettare questa sorte di salvacondotto universale consegnato dai signori della guerra, che in nome della lotta contro il terrorismo possono praticare come vogliono tutto il terrorismo che vogliono, bombardando chi vogliono e ammazzando quando vogliono, quanti vogliono. In un mondo dove il servilismo è un’alta virtù, in un mondo dove chi non si vende si affitta, è raro ascoltare la voce della dignità. Cuba rappresenta, ancora una volta, le labbra di questa voce.<br />
Questa Rivoluzione castigata, bloccata, calunniata, ha fatto molto meno di quello che voleva, ma molto più di quello che ha potuto. E continua con questa opera. Prosegue, commettendo la pazzia pericolosa di credere che, noi, gli esseri umani, non siamo condannati all’umiliazione.</p>
<p>Frammenti dell’intervento di Eduardo Galeano alla sua nomina di Dottore Honoris Causa dell’Università de L’Avana, nel dicembre del 2001.</p>
<p>da Granma</p>
<p>traduzione di Ida Garberi</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-10666" alt="galeano" src="/files/2018/10/galeano.jpg" width="580" height="326" /></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Analizziamo a fondo il concetto di Rivoluzione di Fidel, per trasformarlo in guida per l&#8217;azione</title>
<link>http://it.cubadebate.cu/notizie/2016/07/04/analizziamo-fondo-il-concetto-di-rivoluzione-di-fidel-per-trasformarlo-guida-per-lazione/</link>
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		<pubDate>Tue, 05 Jul 2016 01:35:25 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Affinché un buon concetto o precetto non si trasformi in lettera morta, o solo in reiterazione formalista, è necessario penetrare nelle sue essenze e trasformarlo in guida per l'azione. Alcuni anni fa realizzai un'esperienza con un gruppo di più di 120 giovani che si preparavano per integrare una brigata di cambiamento, come riserva di dirigenti di base di un'importante organizzazione. Discutemmo a fondo questo rilevante concetto dato da Fidel, credo che ho imparato più di quello che insegnai in dialogo vivo e pieno di sincerità. Propongo che tra tutti pensiamo a questo concetto per fare meglio le cose.  ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2609" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img class="size-full wp-image-2609" alt="Fidel Castro nel gennaio del 1959. Foto: Archivo de Asuntos Históricos del Consejo de Estado" src="/files/2012/01/fidel-castro-23.jpg" width="300" height="179" /><p class="wp-caption-text">Fidel Castro nel gennaio del 1959. Foto: Archivio de Asuntos Históricos del Consejo de Estado</p></div>
<p><strong>Affinché un buon concetto o precetto non si trasformi in lettera morta, o solo in reiterazione formalista, è necessario penetrare nelle sue essenze e trasformarlo in guida per l&#8217;azione. Alcuni anni fa realizzai un&#8217;esperienza con un gruppo di più di 120 giovani che si preparavano per integrare una brigata di cambiamento, come riserva di dirigenti di base di un&#8217;importante organizzazione. Discutemmo a fondo questo rilevante concetto dato da Fidel, credo che ho imparato più di quello che insegnai in dialogo vivo e pieno di sincerità. Propongo che tra tutti pensiamo a questo concetto per fare meglio le cose.  </strong></p>
<p>La parola rivoluzione, in minuscola, non rappresenta un fatto storico consumato, è un processo in cui un gruppo di esseri umani che possono arrivare ad essere il gruppo invincibile integrato per la maggioranza di un popolo, si propone di raggiungere grandi obiettivi o mete.</p>
<p>Alcuni di quei giovani pensavano che Fidel stava definendo la nostra Rivoluzione. Questa definizione oltrepassa le nostre frontiere.</p>
<p>Rivoluzione è senso del momento storico;</p>
<p>Per giungere a conclusioni consistenti è imprescindibile stimare le circostanze e realtà che stanno succedendo a Cuba e nel mondo, i pericoli e le opportunità, quello che gli uomini e donne senza eccezione, pensano e fanno, desiderano o respingono; questo è avere senso del momento storico.</p>
<p>è cambiare tutto quello che deve essere cambiato;</p>
<p>Dobbiamo partire dal principio che l’unica cosa permanente è il cambiamento; cambiamento in primo luogo della mentalità che è la cosa più difficile da cambiare; cambiare per migliorare, benché non sempre i cambiamenti abbiano conclusioni felici, ma la migliore maniera di andare verso l’involuzione è l&#8217;immobilismo, la paura del cambiamento. Non a caso ha detto “tutto”, cioè evitare di rimanere in cambiamenti parziali o incompleti che alla fine sono sempre la stessa cosa. Dicendo “si deve”, ci mette in allerta che cambiare per cambiare, non è il proposito.</p>
<p>è uguaglianza e libertà piene;</p>
<p>Uguaglianza intesa nel senso che tutti abbiano le stesse opportunità di svilupparsi; libertà come coscienza della necessità, come il valore più pregiato di ogni essere umano. Ma non uguaglianza né libertà a metà, bensì piene, cioè in maniera profonda e conseguente.</p>
<p>è essere trattato e trattare gli altri come esseri umani;</p>
<p>Considero che è uno dei precetti di maggiore portata, poiché è l&#8217;essere umano l&#8217;oggetto e l’individuo di qualunque opera che ci proponiamo di realizzare. È certo che la complessità della natura umana, la sua diversità bio-psico-sociale, porta in occasioni a comportamenti inimmaginabili o incomprensibili.</p>
<p>è emanciparci da soli e con i nostri propri sforzi;</p>
<p>L&#8217;emancipazione l&#8217;interpreto in tutta la sua portata libertaria, indipendentista, come esseri umani e come nazione. Ma la seconda parte è essenziale, poiché sappiamo che quello che ci regalano non rappresenta la formazione cosciente né la soluzione duratura.</p>
<p>è sfidare poderose forze dominanti dentro e fuori dall&#8217;ambito sociale e nazionale;</p>
<p>Una delimitazione molto importante per quello che dobbiamo lottare, tanto nell&#8217;ambito della natura, senza aggredirla ovviamente, come nella vita in società. Con una messa a fuoco non solo nazionale, poiché oggigiorno è impossibile evitare la globalizzazione. Sono sicuro che qui Fidel assume l&#8217;importanza della scienza e della tecnologia per combattere con queste poderose forze dominanti.</p>
<p>è difendere valori nei quali si crede al prezzo di qualunque sacrificio;</p>
<p>E’ sottointeso che si tratta di valori etici e morali. È forte l&#8217;espressione “al prezzo di qualunque sacrificio”, ma la considero molto importante, poiché sappiamo che alcuni mettono un prezzo a proposte indegne per vivere più comodi, per evitare di sacrificarsi. Il nostro Josè Martì ed il Che Guevara, sono esempi principali di questo precetto.</p>
<p>è modestia, disinteresse, altruismo, solidarietà ed eroismo;</p>
<p>Questi valori umani hanno un significato speciale. La modestia è senza discussione una virtù importante, ma deve essere vera, non la falsa modestia molto abbondante che nasconde incapacità e mancanza di volontà, per non lasciarsi vincere davanti alle difficoltà. Il disinteresse ha significati diversi, l&#8217;interpretazione contestuale indica che la persona non deve agire per ricevere donazioni bensì per sentire la soddisfazione del dovere compiuto. Ho preferito sempre evitare questo termine, poiché l&#8217;attuazione onesta non è incompatibile con l&#8217;interesse che dobbiamo mettere nel compito che  assumiamo. L&#8217;altruismo esclude il concetto dell&#8217;interesse negativo, è come il caso del colesterolo, ce ne sono uno buono ed un altro cattivo; l&#8217;altruismo porta una forte carica di generosità. La solidarietà è una dei valori che abbiamo praticato di più e che molti altri hanno praticato con noi. L&#8217;eroismo come sinonimo di prodezza, lancio, audacia, in certe occasioni diventa imprescindibile per convertire l’impossibile in possibile; l&#8217;eroismo circostanziale è il più riconosciuto, ma l&#8217;eroismo di ogni giorno è quello che ci renderà trionfatori.</p>
<p>è lottare con audacia, intelligenza e realismo;</p>
<p>La lotta è inerente alle aspirazioni di ogni essere umano; completandola, Fidel utilizza tre parole che non devono separarsi. L&#8217;audacia senza realismo normalmente conduce all&#8217;ottimismo fatuo; senza intelligenza i problemi sono risolti in apparenza, l&#8217;intelligenza naturale e coltivata è garanzia di progresso e di crescita umana.</p>
<p>è non mentire mai né violare principi etici;</p>
<p>Un altro dei precetti forti, di elevato carico ontologico ed assiologico. “Mai”, parola molto esigente, ma come ho detto in un&#8217;occasione, Fidel non è progettato per occultare la verità al popolo; sta essendo conseguente col suo comportamento di sempre. Affinché questo precetto fornisca buoni risultati, è necessario sapere con chiarezza che cosa è un principio etico e che cosa non lo è. Non ammette discussione sul fatto che la violazione di principi etici, davvero condivisi, iniziano una decadenza umana molto dannosa.</p>
<p>è convinzione profonda che non esiste forza nel mondo capace di schiacciare la forza della verità e delle idee.</p>
<p>Un precetto profondamente martiano. “Un&#8217;idea giusta dal fondo di una grotta, ha più potere di un esercito”. “La parola è per dire la verità, non per occultarla”. Oggi più che mai riscuote importanza questo precetto fidelista in cui la battaglia di idee non può relegarsi ad un secondo piano rispetto alla battaglia economica; devono camminare assieme ed in totale sinergia.</p>
<p>Rivoluzione è unità, è indipendenza, è lottare per i nostri sogni di giustizia per Cuba e per il mondo, che è la base del nostro patriottismo, il nostro socialismo ed il nostro internazionalismo.</p>
<p>Questo paragrafo finale riassume e risalta aspetti trascendentali di ieri, di oggi e di domani. Ritorna ad un&#8217;essenza martiana. “Patria è umanità”. Unità che interpreto con la messa a fuoco di Raul che combatte la falsa unanimità, fatto che tarla l&#8217;unità e la rende vulnerabile.</p>
<p>Quasi finendo, ritorno all&#8217;egregio Eusebio Leal che scrisse nel 2010 e cito: “Quando rilessi queste parole vidi che molti si fermano al concetto che bisogna cambiare tutto quello che sia necessario da cambiare, ma c&#8217;è un concetto che è un po&#8217; più criptico ed enigmatico: “bisogna affrontare poderose forze esterne ed interne”. Quali erano le interne? Quelli che ci sono con la testa, ma non col cuore. Un giorno le domandava un deputato al dottore Raul Roa nell&#8217;Assemblea: “che cosa vuole dire secondo lei, dottore, quando dice di ‘essere concorde &#8216;?” “Essere concorde vuole dire ‘stare col cuore’. Viene dal latino ‘corde’, e vuole dire concorde, vuole dire fraternità. Ma vuole anche dire compromesso.</p>
<p>Come si può vedere, non si tratta di un&#8217;analisi esaustiva, né fatta da un cattedratico, con un concetto tanto comprensivo e profondo; altri potrebbero scrivere qualcosa con più valore, ma la mia intenzione principale è stata sollevare il dibattito affinché questi pensieri non siano una lettera morta, e si trasformino in guida per l&#8217;azione cosciente, creativa e tenace di tutti i cubani.</p>
<p>di Nestor del Prado, da Cubadebate</p>
<p>traduzione di Ida Garberi</p>
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		<title>Un’epopea lunga 56 anni</title>
<link>http://it.cubadebate.cu/notizie/2015/01/05/unepopea-lunga-56-anni/</link>
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		<pubDate>Tue, 06 Jan 2015 01:27:27 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In un giorno come quello di ieri, 56 anni fa, una nuova fase storica si apriva nella ‘Nuestra America’. Batista con i suoi accoliti, insieme ai mentori e complici nordamericani e l’oligarchia filo-yankee, fuggiva da L’Avana. Si compiva così il trionfo della Rivoluzione Cubana. A partire da quel momento nulla sarebbe rimasto più uguale a prima in America Latina.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="aligncenter size-full wp-image-8322" alt="" src="/files/2015/01/Entrada_de_Fidel_a_La_Habana-2-580x278.jpg" width="580" height="278" />In un giorno come quello di ieri, 56 anni fa, una nuova fase storica si apriva nella ‘Nuestra America’. Batista con i suoi accoliti, insieme ai mentori e complici nordamericani e l’oligarchia filo-yankee, fuggiva da L’Avana. Si compiva così il trionfo della Rivoluzione Cubana. A partire da quel momento nulla sarebbe rimasto più uguale a prima in America Latina.</strong></p>
<p>L’infallibile istinto dell’impero non si sbagliò, e sin dal suo inizio la Rivoluzione fu combattuta a morte, osteggiata, sabotata, isolata e i suoi capi furono oggetto di innumerevoli attentati, così come il suo popolo. Fu vittima del criminale ‘bloqueo’ commerciale, finanziario, migratorio, informatico più lungo della storia umana, che ancora prosegue nonostante sia stato ferito a morte e i suoi fautori ed esecutori costretti ad ammettere il suo fallimento.</p>
<p>Tutte le armi sono state utilizzate per distruggerla. Ma non hanno avuto successo, e nonostante questi furiosi attacchi la Rivoluzione ha garantito alla sua popolazione alti indici in materia di salute, educazione, accesso alla cultura e allo sport; un grado di sicurezza sociale uguale o superiore a quello raggiunto dai paesi capitalisti sviluppati. E inoltre fatto dell’internazionalismo socialista, della solidarietà internazionale, una bandiera incancellabile di lotta, portando i suoi medici, infermieri ed educatori in tutto il mondo, mentre i suoi detrattori inviavano truppe e scaricavano bombe.</p>
<p>E quando il suo aiuto è stato richiesto per sferrare il colpo definitivo contro il razzismo, l’apartheid e i resti del colonialismo in Africa, i Cubani in Angola sconfissero definitivamente i baluardi della reazione, come testimonierà ripetutamente un emozionato Nelson Mandela.</p>
<p>Se questa Rivoluzione (così, sempre con la maiuscola) fosse stata schiacciata, la storia dell’America Latina e dei Caraibi, e le nostre piccole biografie, sarebbero state differenti. Per questo saremo eternamente grati e in debito con la Rivoluzione Cubana, con Fidel, Raúl, il Che, Camilo, “Barbarroja” Piñeiro, Almeida e con tutti gli uomini e le donne che hanno lottato sotto la loro guida. Un debito enorme e impagabile.</p>
<p>La nostra solidarietà verso la Rivoluzione e la sua difesa dev’essere incondizionata, permanente e attiva, come lo è stata la campagna che ha reso possibile la liberazione de «Los 5». Oggi dobbiamo continuare a lottare, più che mai, perché l’impero si appresta a cambiare tattica per raggiungere, utilizzando il cosiddetto «soft power» (un pericoloso eufemismo!) quello che non è riuscito a ottenere, per oltre mezzo secolo, con la forza.</p>
<p>Ma Cuba, con l’appoggio di tutti i popoli della Nuestra America, resisterà e sconfiggerà anche questo insidioso assalto architettato da Washington.</p>
<p>di Atilio Boron- Cubadebate</p>
<p>Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde</p>
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		<title>Ricordando il Che Guevara nel 47° anniversario della sua scomparsa</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Oct 2014 00:04:16 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Milioni di persone in tutto il mondo ricordano oggi Ernesto Che Guevara, a proposito del 47° anniversario della sua scomparsa nella località boliviana de La Higuera. Il lottatore rivoluzionario nacque il 14 giugno 1928 a Rosario, in Argentina, ma a quattro anni di età la sua famiglia si è trasferita alla città di Altagracia per allontanare il bambino asmatico dall'inquinamento cittadino. ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-8154" alt="" src="/files/2014/10/che.jpg" width="300" height="250" />Milioni di persone in tutto il mondo ricordano oggi Ernesto Che Guevara, a proposito del 47° anniversario della sua scomparsa nella località boliviana de La Higuera.  </strong></p>
<p>Il lottatore rivoluzionario nacque il 14 giugno 1928 a Rosario, in Argentina, ma a quattro anni di età la sua famiglia si è trasferita alla città di Altagracia per allontanare il bambino asmatico dall&#8217;inquinamento cittadino.</p>
<p>Alla fine del 1947 ha cominciato i suoi studi di medicina nell&#8217;Università di Buenos Aires, e frequentando il quinto anno del corso ha intrapreso un viaggio di nove mesi attraverso Cile, Perù, Colombia e Venezuela, insieme al suo amico Alberto Granado.</p>
<p>Nel luglio del 1955 in Messico ha conosciuto Fidel Castro, leader del Movimento 26 Luglio, e si è arruolato come medico della spedizione dello yacht Granma che porterebbe a Cuba 82 uomini per continuare la lotta contro la dittatura di Fulgencio Batista.</p>
<p>Una volta nell&#8217;isola, ha partecipato ad alcune delle azioni più importanti della guerriglia, anche conosciuta come Esercito Ribelle, tra queste: La Plata, l&#8217;attacco alla caserma dell&#8217;Uvero, fino a che in luglio del 1957 si è trasformato nel primo combattente asceso a Comandante per ordine di Fidel Castro.</p>
<p>Il 21 agosto 1958, il Che ha avanzato alla provincia de Las Villas, nel centro dell&#8217;isola, per dirigere le unità del Movimento 26 Luglio che operavano in quella zona.</p>
<p>Il Guerrigliero Eroico ha comandato l’attacco e la conquista della città di Santa Clara -la terza in importanza del paese &#8211; tra il 28 ed il 31 dicembre 1958; fatto che ha contribuito al trionfo della Rivoluzione il 1° gennaio 1959.</p>
<p>Dopo quella data ha occupato vari incarichi nel governo rivoluzionario, tra questi la presidenza della Banca Nazionale di Cuba ed il Ministero dell’Industria; oltre a viaggiare per paesi dell&#8217;ex campo socialista ed America Latina, rappresentando l&#8217;isola.</p>
<p>È memorabile anche il suo appoggio nel 1965 al movimento rivoluzionario congolese nella sua lotta contro il governo di Moise Tshombe, appoggiato dalle potenze occidentali e mercenari, nella loro maggioranza europei e nordamericani.</p>
<p>Nel 1966 arriva alla città di La Paz con un nome falso e passaporto uruguaiano per incorporarsi alla lotta contro il dittatore Renè Barrientos; le sue esperienze come combattente rimasero plasmate nel suo Diario in Bolivia, pubblicato come libro dopo la sua morte.</p>
<p>L’8 ottobre 1967 è ferito in combattimento e catturato nella località rurale Quebrada del Yuro; dopo un giorno è assassinato nel paese de La Higuera e le sue mani sono state amputate per ordine dell&#8217;Agenzia Centrale di Intelligenza statunitense.</p>
<p>Solo nell&#8217;estate del 1997 un gruppo di esperti argentini e cubani ha potuto scoprire una fossa comune a Valle Grande con i resti del combattente cubano-argentino ed altri sei guerriglieri; quello stesso anno sono stati ricevuti nell&#8217;aeroporto di San Antonio de Los Baños dalla sua famiglia e da Fidel Castro.</p>
<p>Il Complesso Scultorio Memoriale Comandante Ernesto Che Guevara, progettato nel 1987 nella città di Santa Clara, a 300 chilometri all&#8217;est de L&#8217;Avana, ha ricevuto nel 1997 i resti del guerrigliero e del suo distaccamento di rinforzo.</p>
<p>L&#8217;immagine del Che è la più riprodotta, ed è un simbolo di disubbidienza e resistenza dei gruppi che cercano un&#8217;alternativa al modello economico e sociale capitalista.</p>
<p>da Prensa Latina</p>
<p>traduzione di Ida Garberi</p>
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		<title>Sottolineano opera di Julio Garcia Luis, decano del giornalismo a Cuba</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Sep 2013 15:56:04 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L'opera del giornalista Julio Garcia Luis (1942-2012) segna profondamente oggi il giornalismo cubano, perché le sue idee propongono un cammino da seguire in questi tempi di cambiamenti, più che necessari nella stampa cubana. Così ha affermato la direttrice della Casa editrice “Mujer”, Isabel Moya, che ha presentato oggi il libro “Rivoluzione, socialismo, giornalismo, la stampa ed i giornalisti cubani di fronte al secolo XXI”, risultato della tesi di dottorato di Garcia Luis.  ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong></p>
<div id="attachment_7042" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><strong><img class="size-full wp-image-7042" src="/files/2013/09/julio-garcia-luis.jpg" alt="Julio Garcia Luis" width="300" height="236" /></strong><p class="wp-caption-text">Julio Garcia Luis</p></div>
<p>L&#8217;opera del giornalista Julio Garcia Luis (1942-2012) segna profondamente oggi il giornalismo cubano, perché le sue idee propongono un cammino da seguire in questi tempi di cambiamenti, più che necessari nella stampa cubana. </strong></p>
<p>Così ha affermato la direttrice della Casa editrice “Mujer”, Isabel Moya, che ha presentato oggi il libro “Rivoluzione, socialismo, giornalismo, la stampa ed i giornalisti cubani di fronte al secolo XXI”, risultato della tesi di dottorato di Garcia Luis.</p>
<p>Il testo costituisce una guida per il lavoro dell&#8217;Unione dei Giornalisti di Cuba (UPEC), e benché sia stato scritto 10 anni fa, i suoi temi mantengono una validità straordinaria, ha sottolineato Moya.</p>
<p>Garcia Luis conosceva bene il potere delle parole, la loro espressione nel giornalismo e la relazione col potere politico, ha aggiunto.</p>
<p>Inoltre, è stato un pioniere negli studi di comunicazione in questa isola e riesce ad articolare nella sua opera teoria, divenire storico e realtà, ha segnalato la giornalista a carico delle rivista “Mujer”.</p>
<p>Questo libro è un materiale necessario, imprescindibile ed opportuno: da una prospettiva marxista propone modi di fare il giornalismo, senza cadere in dogmi o ricette.</p>
<p>Abborda anche la necessità di generare un sistema di stampa legittimo nel modello socialista perché conosceva l&#8217;importanza dei mezzi nella formazione del capitale simbolico.</p>
<p>Il presidente dell&#8217;UPEC, Antonio Moltò, ha catalogato il testo come un invito a guardare la stampa dall&#8217;interno ed analizzare con profondità i problemi che la colpiscono.</p>
<p>Durante più di 10 anni, Garcia Luis è stato decano della Facoltà di Comunicazione dell&#8217;Università de L&#8217;Avana ed i suoi insegnamenti accompagnano oggi varie generazioni di giornalisti.</p>
<p>E’ anche stato presidente dell&#8217;UPEC dal 1986 al 1993 e tra i premi ottenuti per il suo lavoro nella stampa, raffigura il Nazionale di Giornalismo Josè Martì per l&#8217;Opera della Vita.</p>
<p>da Prensa Latina</p>
<p>traduzione di Ida Garberi</p>
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		<title>Ida Garberi, giornalista italiana: “Cuba è parte di me, o per meglio dire, sono già parte del suo popolo”</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Feb 2012 23:34:38 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ida Garberi è un'amica di Boltxe, di quelle amiche affettuose che Boltxe ha in tutto il pianeta. È una cittadina italiana molto speciale che vive da anni a Cuba e che lavora per Prensa Latina e Cubadebate. Infaticabile rivoluzionaria, viaggiatrice ed internazionalista, dà risposta a varie domande che gli abbiamo fatto.  ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong></p>
<div id="attachment_3230" style="width: 186px" class="wp-caption alignleft"><img class="size-full wp-image-3230" src="/files/2012/02/ida_garberi.jpg" alt="Ida Garberi" width="186" height="300" /><p class="wp-caption-text">Ida Garberi</p></div>
<p>Ida Garberi è un&#8217;amica di Boltxe*, di quelle amiche affettuose che Boltxe ha in tutto il pianeta. È una cittadina italiana molto speciale che vive da anni a Cuba e che lavora per Prensa Latina e Cubadebate. Infaticabile rivoluzionaria, viaggiatrice ed internazionalista, dà risposta a varie domande che gli abbiamo fatto. </strong></p>
<p>-Ida, per incominciare, affinché i lettori conoscano la tua traiettoria, commentaci perché hai deciso di abbandonare l&#8217;Italia europea e suppostamente prospera per stabilirti nella Cuba rivoluzionaria?</p>
<p>-Bhé, per i miei ideali di sinistra e comunisti. Io non ho paura di dichiararmi così, al contrario di molti europei che conosco; credo che determinati ideali sono sempre validi, non crollano coi muri, sono gli uomini o le donne quelli e quelle che falliscono nell’applicarli alla realtà… Nel 1999 decisi che l&#8217;Europa era troppo soffocante per me, che il capitalismo stava giustiziando il mio popolo e volli vivere il socialismo di Cuba, l&#8217;unico mondo migliore possibile.</p>
<p>Ora per me sarebbe impossibile ritornare a vivere in Italia, già Cuba è parte di me, sta dentro me… o per meglio dire, sono già parte del suo popolo.</p>
<p>-53 anni sono trascorsi dal trionfo della rivoluzione… dicci, che radiografa faresti dell&#8217;attuale stato della stessa?</p>
<p>-Guarda, mi piacciono le misure che Raul Castro ed il Partito Comunista di Cuba hanno deciso nel Congresso e nella Conferenza. La tensione che abbiamo nel paese è tra le necessarie trasformazioni economiche, d’accordo con i tempi, e le resistenze interne di determinati spazi di potere intermedio. È un binomio classico, corrispondente alla lotta tra coloro che, lealmente, desiderano migliorare il processo socialista e certe caste burocratiche che vedono menomare, coi cambiamenti, le loro piccole e medie quote di potere.</p>
<p>Come lavoratrice della stampa, per esempio, credo che siano fondamentali le parole di Raul Castro al termine della Conferenza del Partito:</p>
<p>“È necessario incentivare un maggiore professionismo tra i lavoratori della stampa, compito nel quale siamo sicuri conteremo con l&#8217;appoggio dell&#8217;Unione dei Giornalisti di Cuba (UPEC), dei mezzi di comunicazione e degli organismi e delle istituzioni che devono tributare informazioni fedeli ed opportune per, tra tutti, con pazienza ed unità di criterio, perfezionare ed elevare continuamente l&#8217;effettività dei messaggi e l&#8217;orientazione ai compatrioti”.</p>
<p>“Allo stesso tempo, la conformazione di una società più democratica contribuirà anche a superare atteggiamenti simulanti ed opportunisti sorti, sotto la protezione della falsa unanimità e del formalismo nel trattamento di differenti situazioni della vita nazionale”.</p>
<p>“È necessario abituarci tutti a dire la verità di fronte, guardandoci negli occhi, divergere e discutere, divergere perfino con quello che dicono i capi, quando consideriamo che abbiamo ragione, come è logico, nel posto adeguato, nel momento opportuno ed in forma corretta, cioè, nelle riunioni, non nei corridoi. Bisogna essere disposti a provocarci dei problemi difendendo le nostre idee ed affrontando con fermezza quanto fatto male.”</p>
<p>-Le nuove misure economiche proposte dal governo di Raul, che livello di successo stanno avendo dalla tua prospettiva e che livello di accettazione hanno nella popolazione?</p>
<p>-Io credo che il popolo sia molto contento dei cambiamenti, ogni giorno aumentano i lavoratori autonomi, i cubani e le cubane aderiscono ai prestiti delle banche per riparare le case&#8230; Raul ha esperienza di un&#8217;economia di guerra, per questo motivo continua a lavorare senza fretta ma senza pausa, per continuare a costruire, dal momento che si è fatto molto… però anche, manca ancora molto da fare.</p>
<p>-Che rotta consideri che sta seguendo il processo rivoluzionario? Credi che Cuba tenta di imitare qualche modello straniero come il cinese od il vietnamita…?</p>
<p>-Io credo che Cuba, mentre alcuni fanno resistenza al cambiamento ed altri superano gli ostacoli per proseguire, il paese continua ad incontrare strade proprie per uscire dal pantano burocratico. Io credo come Galeano che sarà più presto che tardi, “perché la burocrazia si riproduce ripetendosi, ma le rivoluzioni, quando sono vere, si moltiplicano trasformandosi.”</p>
<p>-Inevitabilmente Fidel per ragioni di età decederà… Come vedi la Cuba post-Fidel?</p>
<p>-Bhé, stiamo già nella Cuba post Fidel e mi sembra che il paese stia dimostrando che possa proseguire grazie alla strada che lo stesso Comandante in Capo tracciò.</p>
<p>E’ stato lo stesso comunista Fidel che ci ha avvisato alla fine del 2005: segnalò che la Rivoluzione può arrivare ad essere reversibile per i nostri errori… per questo le nuove relazioni di produzione dovranno crearsi con una nuova coscienza nella misura in cui i lavoratori si riconoscano come attori, direttori e padroni della produzione materiale, perché il socialismo di oggi non è solo distribuzione, è una rinnovatrice forma di produrre. E sempre ricordando Fidel, sono convinta che prima trionferà una rivoluzione socialista negli USA che una controrivoluzione in Cuba.</p>
<p>-Sei stata in Honduras dopo il golpe di stato del 2009… dicci come stanno ora le cose nel paese centroamericano e se credi che i golpisti hanno raggiunto i loro obiettivi.</p>
<p>-Sinceramente io credo che il ritorno di Mel Zelaya nel maggio del 2011, negoziata poco prima dallo stesso ex presidente nell&#8217;accordo di Cartagena de Indias, abbia avuto una contropartita polemica dentro il Fronte: il riconoscimento della legittimità del Governo di Porfirio Lobo, sbloccando il reingresso dell’Honduras nell&#8217;Organizzazione degli Stati Americani (OSA). Dopo il ritorno di Zelaya, nel Fronte di Resistenza si crearono due spazi: quello che scommette sulla via elettorale, e lo spazio rifondazionale, che mantiene la Costituente come primo obiettivo e considera che non ci sono le condizioni per presentarsi a nessuna elezione.</p>
<p>Chi opta per continuare a lottare per una Costituente bisogna segnalare che non appoggia per niente l&#8217;uso delle armi, vuole fermare il paese con un&#8217;occupazione pacifica. Presentando un partito nelle prossime elezioni ci si sta muovendo coi tempi dei golpisti. Sono convinta che sia un errore, perché il potere popolare non si costruisce dai governi, si costruisce dalle basi. La mia paura è che la riforma costituente, la reclamata Rifondazione del paese, rimanga sempre di più in un secondo piano.</p>
<p>Come pensare di andare alle elezioni finché continua l&#8217;impunità totale e l&#8217;oligarchia golpista controlla la Corte Suprema di Giustizia, la Procura, il Congresso ed il Tribunale Elettorale?&#8230;</p>
<p>Ho fede che il popolo honduregno non è più lo stesso, che crebbe enormemente che non può fermarsi nel suo cammino rivoluzionario… che come diceva il Che Guevara: “Perché questa gran umanità ha detto ‘Basta! &#8216; ed ha cominciato a camminare. E la sua marcia, di gigante, non si fermerà oramai fino a conquistare la vera indipendenza, per la quale sono morti già inutilmente più di una volta. Ora, in ogni caso, quelli che muoiano, morranno come quelli di Cuba, quelli di Playa Giron, morranno per la loro unica, vera ed irrinunciabile indipendenza.”</p>
<p>-Consideri che l&#8217;evoluzione di altri processi come quello dell&#8217;Ecuador o del Venezuela, sono verso il socialismo o pensi che possano rimanere a metà strada?</p>
<p>-Io penso che il socialismo in un solo paese non può sopravvivere, è indispensabile che le rivoluzioni che abbiamo ora in America Latina si approfondiscano completamente fino al socialismo o tutti perderemo. Non possiamo cedere né un tantino così all&#8217;imperialismo, è indispensabile, per me, non cedere al fascismo riformista, bisogna seguire l&#8217;esempio di Fidel che ruppe definitivamente con l&#8217;imperialismo. Affinché il popolo oppresso sia il vero padrone del suo futuro deve ascoltare Martì: fa molto danno in questo mondo la vigliaccheria; fa molto danno la lirica governativa e la politica importata.</p>
<p>-In generale e per la tua esperienza in Prensa Latina, tra gli altri mezzi di comunicazione, come vedi la prospettiva di lotta dei popoli d&#8217;America?</p>
<p>-Voglio dirti che l&#8217;ultimo Vertice dell&#8217;ALBA mi ha fatto sentire molto ottimista, anche la creazione della CELAC è un evento molto importante per camminare fino ad un&#8217;unità dei popoli dell&#8217;America Latina, senza gringo imperialisti infiltrati tra noi. Ora è importante che i popoli, dal basso ed a sinistra, facciano ascoltare le loro voci, non hanno mai avuto un’opportunità come quella di oggi, non possiamo permettere che ci strappino i sogni, mai. Bisogna agire, perché credo che America Latina, in questo mondo di pazzi disposti a tirare la “bomba finale del mondo”, ha la responsabilità di dimostrare che l&#8217;unico mondo possibile è il socialismo. Se fallisce… non credo che ci sia una seconda possibilità.</p>
<p>-Ida, sei comunista come noi ed abbiamo un capitalismo che ogni giorno si assomiglia sempre più alle barbarie che ha narrato Rosa Luxemburgo&#8230; Pensi che tutto questo condurrà al socialismo o al contrario i popoli sono stati sufficientemente anestetizzati dal capitale?</p>
<p>-Non credo che i popoli siano anestetizzati, al contrario, perfino Internet è diventato più rosso…altrimenti perché cercare una “SOPA” per farci tacere???? Il punto sarà non permettere che gli infiltrati, gli opportunisti, i corrotti possano interrompere questa voglia di gridare e ribellarsi dei popoli, dobbiamo fare un&#8217;integrazione rivoluzionaria contando moltissimo solo sui rivoluzionari veri. Non dobbiamo chiedere permesso, dobbiamo agire ed esigere che i governi abbiano posizioni interne più radicali a beneficio dei loro popoli per potere ottenere la tanto rimpianta integrazione.</p>
<p>-Un&#8217;ultima domanda, sappiamo che sei sempre molto occupata…Da Cuba, come vedi il processo per la sovranità e per il socialismo di Euskal Herria?</p>
<p>-Come tutti i popoli oppressi, il popolo basco ha perso la sua sovranità e la sua identità a causa della divisione che hanno deciso due potenze colonialiste. Sappiamo che il capitalismo cercherà sempre la forma di incolpare gli innocenti e gli oppressi, di nascondere la realtà dietro bugie comode.</p>
<p>Spero che il popolo basco possa reclamare la sua sovranità perché la sua indipendenza è il primo passo per un vero socialismo, dove i valori che si generano possano proporzionare risultati sociali ed ecologici più efficaci e, simultaneamente, i frutti dei miglioramenti economici siano ripartiti nella forma più equilibrata possibile. Per terminare, ti cito alcune frasi del Che Guevara, dal suo scritto “Il socialismo e l&#8217;uomo in Cuba”, sono del 1965, ma dopo 47 anni continuano ad essere più che vigenti: “Per costruire il comunismo, simultaneamente con la base materiale bisogna fare l&#8217;uomo nuovo. Da lì deve essere molto importante scegliere correttamente lo strumento di mobilitazione delle masse. Questo strumento deve essere di indole morale, fondamentalmente, senza dimenticare un corretto utilizzo dello stimolo materiale, soprattutto di natura sociale… La strada è lunga e piena di difficoltà. A volte, per perdere la rotta, bisogna retrocedere; altre volte, per camminare troppo rapidamente, ci separiamo dalle masse; in altre occasioni per farlo lentamente, sentiamo l&#8217;alito di quello che ci sta pestando i talloni. Nella nostra ambizione di rivoluzionari, tentiamo di camminare tanto rapidamente quanto sia possibile, facendo un cammino, ma sappiamo che dobbiamo nutrirci della massa e che questa potrà avanzare più rapido solo se l&#8217;incoraggiamo col nostro esempio.”</p>
<p>-Bhé grazie per la tua gentilezza, sai che per Boltxe sei una persona molto speciale e che questa sarà sempre la tua casa. Ti salutiamo molto affettuosamente e come ha detto il nostro Che… Hasta la victoria sempre.</p>
<p>*Boltxe è una pubblicazione basca</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>preso da cubaperiodistas.cu</p>
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		<title>Una fantasia orientale: la rivoluzione in Israele-Palestina</title>
<link>http://it.cubadebate.cu/opinioni/2011/09/19/una-fantasia-orientale-la-rivoluzione-israele-palestina/</link>
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		<pubDate>Mon, 19 Sep 2011 19:06:06 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dateline: Tel Aviv, un giorno o l’altro, alla fine del 2011, o… più avanti… Le strade di Tel Aviv sono inondate da dimostranti che stanno sventolando la bandiera della Palestina, le sue insegne sovrastano un mare indistinto di altre bandiere, alcune di queste con la stella di Davide. Al culmine di mesi di proteste di massa, anche qui, come in altre città israeliane e in tutta la Striscia di Gaza e nella Cisgiordania da tanto tempo sotto occupazione, Israeliani, sia arabi sia ebrei, uniscono le loro mani con i rifugiati Palestinesi liberati dai campi, per festeggiare la nascita della nuova Palestina.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong> Muriel Mirak-Weissbach </strong></p>
<p><span> Traducido por <strong> Curzio Bettio</strong></span></p>
<p><span><strong>(Tlaxcala)<br />
</strong></span></p>
<blockquote><p>Dateline: Tel Aviv, un giorno o l’altro, alla fine del 2011, o… più avanti…</p>
<p>Le  strade di Tel Aviv sono inondate da dimostranti che stanno sventolando  la bandiera della Palestina, le sue insegne sovrastano un mare  indistinto di altre bandiere, alcune di queste con la stella di Davide.</p></blockquote>
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<blockquote><p>Al  culmine di mesi di proteste di massa, anche qui, come in altre città  israeliane e in tutta la Striscia di Gaza e nella Cisgiordania da tanto  tempo sotto occupazione, Israeliani, sia arabi sia ebrei, uniscono le  loro mani con i rifugiati Palestinesi liberati dai campi, per  festeggiare la nascita della nuova Palestina.</p>
<p>Tutti  gli abitanti della Palestina storica si stanno preparando per un  referendum popolare, attraverso cui saranno loro a decidere con il voto  se optare per un singolo Stato, che garantisca pari diritti di  cittadinanza a tutti, indipendentemente dalla religione o  dall’appartenenza etnica, o per due Stati separati e sullo stesso piano  di dignità.</p></blockquote>
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<div id="attachment_1797" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img class="size-full wp-image-1797" src="/files/2011/09/Israeliani-osservano-la-manifestazione-di-protesta-di-massa.jpg" alt="" width="300" height="250" /><p class="wp-caption-text">Mare di gente: Israeliani osservano la manifestazione di protesta di massa che il 3 settembre 2011 ha visto la partecipazione di 450.000 persone. Mettendo questo dato in relazione alla popolazione di Israele, questa presenza corrisponde ad un equivalente di 18 milioni di Statunitensi. (Foto gentilmente concessa da : www.forward.com)</p></div>
<p>Un governo provvisorio, composto da attivisti per il movimento  della pace, da membri di organizzazioni per i diritti umani e da  esponenti politici palestinesi, tra cui Marwan Barghouti liberato, ha  assunto la responsabilità di organizzare il referendum, mentre una  commissione di esperti del diritto ha iniziato a studiare i parametri di  una Costituzione &#8211; sia per la soluzione ad un unico Stato che per un  nuovo Stato palestinese &#8211; una Costituzione di una tal natura che lo  Stato di Israele non ha conosciuto mai.</p></div>
<div>La legge marziale, imposta di volta in volta dal 1948, è stata  definitivamente revocata, e i check-point, le barriere di controllo e  tutti gli altri ostacoli che avevano ridotto a brandelli il territorio  della Palestina in tanti Bantustan sono stati rimossi.</div>
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<div>I primi bulldozer hanno iniziato a  smantellare il muro odiato, il confine con Gaza è stato aperto da  entrambe le parti, all’Egitto e al resto della Palestina.</div>
<div>È stata insediata una “Commissione della Verità”, sul modello  dell’esperienza sudafricana, per porre le basi per la riconciliazione  tra Israeliani e Arabi. La  Commissione ha due dipartimenti, uno che  esaminerà tutti i documenti riguardanti l’espulsione dei Palestinesi  durante la Nakba, e il secondo che passerà in rassegna le violazioni dei  diritti umani da quel momento ad oggi.</div>
<div>Gli ex leader del passato regime hanno lasciato il paese, molti,  come l’ex primo ministro Benjamin Netanyahu, hanno fatto ritorno alla  loro terra d’origine, gli Stati Uniti. Altri, come la Tzipi Livni, Ehud  Barak, Avigdor Lieberman, e Shimon Peres, se ne sono andati in grande  segretezza, vale a dire hanno raggiunto luoghi più sicuri, per evitare  di essere bollati con mandati di cattura internazionali. Numerosi sono  gli ambasciatori israeliani all’estero che hanno presentato le loro  dimissioni, ugualmente alla ricerca di rifugio politico da qualche  parte, in qualche modo.</div>
<p><strong>Com’è accaduto</strong></p>
<div>Tutto è cominciato con le ribellioni arabe che hanno colpito il  Nord Africa all’inizio del dicembre 2010 in Tunisia, Egitto, e poi  Yemen, Bahrein, e via così.</div>
<div>Fin dall’inizio, è stata la questione della giustizia sociale che  ha scatenato gli sconvolgimenti. L’auto-immolazione di Mohammad Bouazizi  in Tunisia è stato un atto di protesta contro l’ingiustizia sociale ed  economica a cui lui e la sua famiglia erano stati sottoposti. Dopo la  fuga dello sgraziato dittatore Ben Ali e della sua odiata moglie Leila  Trabelsi in Arabia Saudita, la scintilla della rivoluzione si è  trasferita come fiaccola olimpica all’Egitto.</div>
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<div>Oltre un milione di Egiziani, dimostrando nella Piazza Tahrir e in  tutto il paese, hanno costretto Hosni Mubarak ad abbandonare, per poi  trascinarlo davanti a un tribunale a rispondere della morte di oltre 800  manifestanti.</div>
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<div>Nello Yemen, l’uomo forte Ali Abdullah Saleh ha fatto resistenza  alle pressioni della strada, così come alle offerte di generosa  mediazione del Consiglio per la  Cooperazione fra gli Stati Arabi del  Golfo (GCC), finché è stato indotto ad uscire di scena per salute  sofferente e per pressioni politiche. La spietata repressione di Muammar  Gheddafi contro civili che dimostravano ha fornito il pretesto per una  risoluzione delle Nazioni Unite di dubbia legalità, che a sua volta è  stata sfruttata per scatenare una guerra della NATO contro la Libia.  Solo dopo mesi di prolungata distruzione massiccia di Tripoli, che tanto  sangue ha fatto scorrere attraverso i bombardamenti aerei, un  compromesso è stato raggiunto, permettendo al leader libico una via di  uscita.</div>
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<div>In Siria, il regime di Assad ha colpito con estrema brutalità la  sua gente, uccidendo oltre 2.000 persone, resistendo comunque a tutti i  tentativi di mediazione dall’esterno, fino a quando una fazione  pragmatica all’interno della minoranza alawita, sfruttando l’isolamento  che un embargo petrolifero dell’Unione Europea aveva imposto alla Siria,  si è mossa contro il clan Assad, e lo ha deposto, creando così le  condizioni per una transizione verso una qualche forma di governo  rappresentativo.</div>
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<div>E l’ondata di ribellione araba non si è fermata qui.</div>
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<div>I manifestanti in Bahrein hanno inscenato proteste senza  precedenti. La ribellione, presentata nei media internazionali come una  sfida puramente settaria lanciata dalla maggioranza sciita repressa  contro la minoranza dominante sunnita, invocava riforme economiche,  politiche e sociali di grande respiro. Alcune forze di opposizione  perseguivano una monarchia costituzionale, altre esigevano tout court  l’abolizione della monarchia.</div>
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<div>La famiglia reale del Bahrein, sovrastata politicamente e  militarmente, ha dovuto chiamare a rinforzo gli Stati confinanti membri  del Consiglio per la  Cooperazione fra gli Stati Arabi del Golfo, che  sono arrivati in suo soccorso il 14 marzo 2011.  In una grottesca  parodia di “unità araba”, i soldati dall’Arabia Saudita e dagli Emirati  Arabi Uniti si sono mossi per proteggere posizioni strategiche,  liberando la polizia del Bahrein dal compito di affrontare i  manifestanti.</div>
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<div>La dinastia saudita ha prevenuto la sollevazione sociale  nell’Arabia Saudita, annunciando che avrebbe messo subito sul piatto100  miliardi di dollari per elevare gli standard di vita del popolo.</div>
<div>Oman e Kuwait non sono stati immuni dall’ondata di proteste radicali, né lo sono stati gli Emirati Arabi Uniti.</div>
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<div>Nei casi degli sceiccati del Golfo, sono stati i rappresentanti  delle diseredate comunità etniche e religiose ad esigere la fine della  discriminazione e un’adeguata rappresentanza politica in nuove  istituzioni dello Stato, che dovrebbero rimpiazzare le strutture  arcaiche, oligarchiche, attraverso cui gli sceicchi petrolieri avevano  governato i loro feudi, in totale disprezzo dei più elementari diritti  umani.</div>
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<div>Dato l’enorme patrimonio economico in gioco nei diversi piccoli, ma  immensamente ricchi di petrolio, emirati e sceiccati, non vi è stata  alcuna esitazione da parte dei loro alleati occidentali e consumatori di  petrolio a venire in loro aiuto. Ma la dinamica sociale, psicologica e  politica che si era scatenata, non si sarebbe arresa alle misure  tradizionali di repressione. Condizioni di guerra civile hanno  minacciato molti degli sceiccati, costringendo a cambiamenti forzati  nello status quo politico: le riforme profonde hanno ridefinito alcune  delle monarchie assolute in entità costituzionali secondo i modelli  spagnolo o scandinavo. Sebbene lontani dal raggiungere la perfezione, i  cambiamenti forzati attraverso il potere della strada sono riusciti a  sostituire alcune delle antiquate strutture medievali aristocratiche con  decenti “pseudo-democrazie”, con sistemi solo a mezza strada  democratici, dove la gente comunque ha la possibilità di cominciare a  pensare a se stessa non come comunità di sottoposti ma di cittadini.</div>
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<div>I monarchi della Giordania e del Marocco, più giovani e dalle  concezioni più moderne, sono riusciti ad evitare il conflitto sociale in  campo aperto con l’introduzione di riforme, che hanno ridotto il potere  della monarchia e progressivamente esteso le prerogative del  parlamento. Anche se ben lontane dal costituire un fondamentale  cambiamento politico, le misure cosmetiche hanno contribuito a mantenere  saldo il controllo sociale.</div>
<p><strong>Panico a Tel Aviv</strong></p>
<div>È stato in Israele che sono emerse le risposte più allarmate per la  “Primavera Araba”. L’establishment israeliano è stato colto  completamente alla sprovvista dalla rivoluzione egiziana. Le formidabili  agenzie d’intelligence, a partire dal Mossad, sono venute meno nel  prevedere l’improvviso slancio rivoluzionario, non perché non fossero  consapevoli dello sviluppo delle tendenze di opposizione negli ultimi  dieci anni, ma a causa della loro convinzione ideologica che gli  Egiziani (che sono solo Arabi, dopo tutto!) non avrebbero costituito  mai, non avrebbero potuto mai lanciare una sfida credibile al governo di  Mubarak.</div>
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<div>Rafforzando i loro pregiudizi, il loro impegno politico si era  rivolto in favore del regime di Mubarak, che aveva fornito ad Israele un  partner arabo affidabile nella lotta contro la causa palestinese, sia  attraverso pressioni politiche su Fatah o addirittura mediante misure  repressive contro Hamas.</div>
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<div>Secondo Wikileaks, Mubarak non solo aveva passivamente tollerato  nel 2008 la guerra di Israele contro Gaza, ma ne aveva sollecitato  l’aggressione.</div>
<div>Ora Mubarak, il pilastro della stabilità di Israele nel mondo arabo, è stato rovesciato. E non finisce qui.</div>
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<div>Israele teme che, se l’Egitto fa marcia indietro e non riconosce  più gli accordi di pace di Camp David del 1978-79, la Giordania potrebbe  seguirne l’esempio, abrogando il trattato di pace con Israele del 1994.  E questo non è paranoia!</div>
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<div>Come la rivoluzione egiziana ha prevalso e i manifestanti in Libia  hanno sfidato il regime di Muammar Gheddafi, i dimostranti hanno  riempito le strade di Amman, chiedendo un nuovo governo e l’introduzione  di effettive riforme, al di là dei cambiamenti proposti dal re Abdallah  II.</div>
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<div>L’élite israeliana veniva fulminata. Le prime dichiarazioni  rilasciate da parte del governo facevano eco a quelle degli Arabi  detronizzati, evocando il fantasma dei fondamentalisti Fratelli  Musulmani, estremisti pronti a prendere il potere.</div>
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<div>D’altro canto, Tel Aviv implorava clemenza: si pregava il nuovo  governo egiziano, qualunque esso fosse, di non rompere i precedenti  trattati con Israele e, soprattutto, di non entrare in un rapporto di  contrapposizione antagonista.</div>
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<div>Le sollecite dichiarazioni dal Cairo da parte di dirigenti  razionali e maturi nell’ambito dell’Alto Consiglio militare egiziano,  con le assicurazioni che tutti gli obblighi internazionali sarebbero  stati rispettati, fornivano sollievo ai nervosi politicanti di Tel Aviv.  E le assicurazioni che le consegne di gas naturale, temporaneamente  sospese, sarebbero riprese, allontanavano ancor più i timori di Israele.</div>
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<div>Ma poi, nel mese di febbraio 2011, per la prima volta in 30 anni,  l’Egitto consentiva all’Iran di inviare due navi da guerra attraverso il  Canale di Suez, una mossa che infiammava i timori paranoici di Tel  Aviv, che il nuovo regime del Cairo avrebbe potuto allearsi con l’Iran,  acerrimo nemico di Israele.</div>
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<div>Più in generale, gli Israeliani erano terrorizzati che gli Egiziani  potessero abbandonare l’impegno di Mubarak rispetto alle clausole non  scritte a Camp David in materia di sicurezza a Gaza. Soprattutto,  temevano che la nuova leadership egiziana avrebbe instaurato rapporti  con la fazione di Fatah e con Hamas su un piano di parità, e aprire la  frontiera di Gaza. I leader israeliani temevano che, se avessero dovuto  lanciare una nuova guerra contro i Palestinesi a Gaza o in Cisgiordania,  l’Egitto, questa volta, non si sarebbe seduto in disparte a guardare.</div>
<p><strong>La rivolta arriva in Israele-Palestina</strong></p>
<div>Mentre i politici israeliani si stavano mangiando le unghie presi  dall’ansia per una tale terribile eventualità, nessuno di loro metteva  in conto la possibilità che un tale sviluppo, come stava spazzando il  mondo arabo, poteva inghiottire anche Israele. Così come il Mossad,  dalla fama di onnisciente servizio di intelligence israeliano, era stato  colto completamente di sorpresa dalle rivolte in Tunisia ed Egitto,  anche i dirigenti di Israele avevano sottovalutato o ignorato i segni di  un crescente processo di simile fermentazione nella stessa Israele /  Palestina.</div>
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<div>In tutte le migliaia di editoriali di stampa sulla rivoluzione  araba, ci sono stati pochi giornalisti eccezionali che hanno contemplato  la possibilità che questo processo poteva spazzare anche la Palestina.  Ciò deriva dal tacito presupposto non solo negli ambienti giornalistici,  ma anche fra semplici cittadini della regione, che Israele è Israele,  cioè uno Stato ebraico, e quindi, qualsiasi cosa che si definisca una  rivoluzione araba non aveva la possibilità di avvenire qui.</div>
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<div>Ma, in realtà, Israele/Palestina è araba &#8230;</div>
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<div>Il primo passo significativo verso la rivoluzione in  Israele-Palestina è stato mosso quando i rappresentanti della Gioventù  palestinese da Gaza e dalla Cisgiordania si sono incontrati al Cairo il 3  marzo, con l’intenzione di sollecitare i leader di Fatah e Hamas a  superare le loro ostilità e, nell’interesse di organizzare i Palestinesi  per la creazione di uno Stato sovrano, a serrare i ranghi. Dopo gli  incontri del Cairo, i giovani di Ramallah hanno organizzato una  dimostrazione per l’unità palestinese, esibendo tutti la bandiera della  Palestina. Il 15 marzo, i loro coetanei a Gaza hanno messo in atto una  protesta simile, chiedendo ai leader di Fatah e Hamas di superare le  loro insignificanti e a volte meschine differenze, e di delineare una  strategia seria per uno Stato palestinese. Si stima che decine di  migliaia di persone abbiano marciato attraverso la Striscia con cartelli  su cui stava scritto “Fine delle divisioni!”</div>
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<div>Nel mese di aprile, il leader di Hamas Haniyeh ha rivolto un invito  ad Abbas a visitare Gaza per colloqui. Nel corso delle loro  discussioni, i leader di Hamas e Fatah hanno letto una scritta sul muro:  “o superare le divergenze politiche, e creare un fronte unito per uno  Stato palestinese, o, come per Hamas a Gaza e Fatah in Cisgiordania,  venire contestati dalle masse palestinesi, e, come Ben Ali, Mubarak,  Saleh, ecc., essere costretti a rinunciare al potere.”</div>
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<div>Infatti, dopo la caduta di Mubarak, c’erano state in Cisgiordania  molte dimostrazioni sicuramente di dimensioni più ridotte, ma che  lanciavano slogan del tipo: “Mubarak oggi, Abbas domani!”</div>
<div>A Gaza, un sondaggio di metà marzo dimostrava che due terzi degli  intervistati appoggiavano manifestazioni per il cambio di regime.</div>
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<div>Le manifestazioni palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di  Gaza sono state determinanti nel dare la sveglia alla leadership  palestinese, sempre in preda alle divisioni, con l’ammonizione che,  nella attuale congiuntura rivoluzionaria, questi dirigenti non potevano  permettersi di sedersi ed aspettare.</div>
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<div>Alla fine di aprile avevano trovato un accordo in 5 punti, che  comprendeva un governo di unità ad interim, elezioni entro un anno,  l’unione delle forze di sicurezza, e la liberazione dei prigionieri. Abu  Mazen è sembrato prendere il toro per le corna il 18 luglio, quando ha  annunciato che avrebbe presentato la dichiarazione di uno Stato  palestinese al Consiglio di sicurezza dell’ONU, e, nel caso probabile di  un veto degli Stati Uniti, avrebbe trasferito la questione  all’Assemblea Generale.</div>
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<div>Il progetto era quello di scatenare manifestazioni sul tema  “Palestina 194”, per reclamare la presentazione della Palestina come lo  Stato n.194 al momento della riunione generale delle Nazioni Unite.</div>
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<div>E infatti, subito, il 20 settembre, nei Territori Occupati sono esplose dimostrazioni – perfino anche all’interno di Israele.</div>
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<div>Il movimento di protesta in Israele, che aveva visto il suo inizio  nel mese di luglio, era partito come un movimento per alloggi a prezzi  accessibili, per migliori condizioni di vita, &#8211; insomma, per una  “giustizia sociale” – comunque, i suoi leader esplicitamente evitavano  di collegare questo processo al sostegno politico in favore della  nascita di uno Stato palestinese.</div>
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<div>Molti tra i giovani israeliani avevano temuto che allargando la  protesta ad abbracciare la nascita di uno Stato palestinese, avrebbe  alienato i partecipanti più conservatori. Ma avevano dovuto rendersi  conto del fatto che ogni invocazione di “giustizia sociale” sarebbe  risultata una beffa se non veniva compreso il problema della Palestina.</div>
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<div>Mentre le dimostrazioni si sviluppavano, e tendopoli popolavano  l’intero paese, partecipavano alle manifestazioni in numero crescente  anche Arabi israeliani.</div>
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<div>Alla fine di luglio, gli appelli per la giustizia sociale avevano  lasciato il posto alla domanda di cambiamento di regime in Israele,  quando i manifestanti esibivano cartelli con: “Bibi, vai a casa!” e  “Vattene!” (in arabo) &#8211; tutti diretti contro Benjamin Netanyahu.</div>
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<div>Il 30 luglio, si mobilitavano ben più di una dozzina di città,  compresa Nazareth, dove Ebrei e Arabi marciavano insieme. Ai primi di  agosto, i manifestanti raggiungevano il quarto di milione. Nonostante la  “crisi di sicurezza” orchestrata dal governo Netanyahu in seguito  all’uccisione, il 18 agosto, di 8 Israeliani vicino a Eilat, e i  bombardamenti di rappresaglia di Israele su Gaza, le proteste in Israele  non cessavano.</div>
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<div>A metà agosto, migliaia marciavano a Tel Aviv per protestare contro  l’alto costo della vita. Significativamente, anche qui, la solidarietà  arabo-ebraica era un tema delle manifestazioni: “Gli Ebrei e gli Arabi  rifiutano di essere nemici”, cantavano i dimostranti.</div>
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<div>Le tante promesse di Netanyahu, che una sua “commissione” avrebbe  riesaminato le questioni sociali, non avrebbero potuto arginare la  protesta, che si è allargata culminando il 3 settembre nelle  manifestazioni che hanno visto quasi mezzo milione in piazza. In un  paese di 7,7 milioni di cittadini, questo costituiva una presenza di  enormi dimensioni. Si stava assistendo alle più grandi dimostrazioni mai  tenute in Israele. I manifestanti parlavano dell’evento come una  “seconda giornata di indipendenza”.</div>
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<div>Nel momento che la questione di uno Stato palestinese veniva  portata davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, i due  processi, quello dello Stato e quello della “giustizia sociale”,  diventavano un tutt’uno.</div>
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<div>Le proteste degli Israeliani contro i tagli al diritto alla casa,  all’assistenza sanitaria, e ad altre infrastrutture sociali erano  attacchi indiretti contro la politica di Netanyahu in favore di  insediamenti espansionisti. I coloni, estremisti di destra, stavano  godendo di sussidi e di strutture abitative moderne, mentre gli studenti  a Tel Aviv non riuscivano a trovare un posto dove vivere. Nel frattempo  il governo continuava ad autorizzare nuovi insediamenti in territorio  palestinese, Gerusalemme Est compresa.</div>
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<div>Le due questioni non potevano più essere tenute separate. Come  programmato da parte della leadership palestinese, il 20 settembre  avevano inizio le manifestazioni in appoggio al voto delle Nazioni Unite  in tutta la Cisgiordania e Gaza, che venivano integrate con continue  manifestazioni di protesta in Israele.</div>
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<div>Così, sebbene il voto del Consiglio di sicurezza, come previsto,  veniva sabotato dal veto degli Stati Uniti &#8211; un gesto che strappava al  presidente Obama i suoi ultimi brandelli di credibilità – l’Assemblea  generale delle Nazioni Unite esprimeva un voto ad enorme maggioranza in  favore della nascita di uno Stato palestinese. Nel frattempo, i  manifestanti in Israele-Palestina rappresentavano una realtà in campo.</div>
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<div>Era lo “tsunami diplomatico” che Barak aveva temuto. Il 13 marzo,  aveva avvertito che la data del 20 settembre si avvicinava, “ci troviamo  ad affrontare uno tsunami diplomatico, di cui la maggioranza  dell’opinione pubblica non se ne rende conto”, con riferimento al  “movimento internazionale che può riconoscere uno Stato palestinese  entro i confini del 1967.”</div>
<div>A Barak si erano uniti altri leader israeliani e i loro equivalenti  negli Stati Uniti in una grande campagna diplomatica per estorcere ai  membri delle Nazioni Unite l’impegno di non votare per uno Stato  palestinese, ma senza alcun risultato.</div>
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<div>Gli Stati Uniti si erano spinti fino a dar luogo ad un’iniziativa  diplomatica alla fine di agosto nei confronti di oltre 70 paesi,  chiedendo la loro opposizione alla dichiarazione dello Stato  palestinese, per motivi che questo sarebbe stato destabilizzante della  regione e avrebbe ostacolato il progresso del (ormai defunto da tempo)  “processo di pace”.</div>
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<div>L’establishment israeliano si dimostrava impotente di fronte a tale  fenomeno. Non era il voto delle Nazioni Unite che di per sé creava la  differenza &#8211; poiché il suo valore era ampiamente simbolico, anche se  moralmente potente &#8211; ma la convergenza delle agitazioni sociali  all’interno di Israele con le dimostrazioni dei Palestinesi nei  Territori Occupati. Le Forze di Sicurezza di Israele potevano non  esitare ad aprire il fuoco sui Palestinesi come in passato, ma non  potevano fare lo stesso con i cittadini israeliani.</div>
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<div>Anche affrontare una rivolta palestinese di per sé sola avrebbe ora  presentato problemi. Ai primi di agosto, il Tenente generale Benny  Gantz riferiva ad una commissione della Knesset che “esiste la  possibilità di un confronto nel mese di settembre”, e ribadiva che  l’esercito non avrebbe permesso ai manifestanti di marciare contro gli  insediamenti. Ma Amos Gilad, capo del Dipartimento politico del  Ministero della Difesa aveva ammesso, “Non siamo bravi a trattare con…  Gandhi.”</div>
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<div>Ora quello che hanno dovuto affrontare è stato ben più di questo:  una sollevazione generale dei cittadini israeliani a fianco dei  Palestinesi, e tutti chiedevano giustizia per tutti.</div>
<p><strong>Miti israeliani e cecità della stampa</strong></p>
<div>La rivoluzione in Israele-Palestina aveva colto di sorpresa molti  analisti e giornalisti, soprattutto perché avevano ignorato la realtà  sociale, politica ed economica del paese, mentre erano sempre disposti a  bersi le prevalenti assunzioni sulle condizioni di vita in Israele.</div>
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<div>Avevano trascurato le caratteristiche comuni tra le condizioni di  vita in Israele e la vita in quelle nazioni arabe che ora erano  squassate dalla rivolta.</div>
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<div>Un’ipotesi sbagliata di questo tipo, ritenuta come universale, era  che Israele fosse una democrazia, anzi l’unica democrazia nella regione.</div>
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<div>I commenti del portavoce del primo ministro, Mark Regev, dopo le  massicce proteste del 30 luglio erano del tutto risibili: affermava di  pensare che i manifestanti “non chiedevano riforme democratiche, perché  sanno che noi viviamo in una società democratica.”</div>
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<div>Quale società democratica??!? Pochi avevano sollevato la questione,  come si può avere una democrazia quando non si possiede una  Costituzione? Sicuramente una Costituzione è necessaria, più che avere  elezioni periodiche, condotte tra una collezione di partiti che possono  presentare differenze, ma di facciata, però che tutti accettano lo  status quo.</div>
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<div>Un’altra questione che non è stata sollevata in precedenza: come si  può avere una democrazia, quando è in vigore la legge marziale?</div>
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<div>Non siamo in presenza di una democrazia, ma di un’oligarchia che  governa Israele, come i manifestanti a poco a poco sono arrivati a  realizzare. Esaminando la struttura del potere economico e finanziario  del paese, hanno denunciato l’esistenza di una ridotta élite, costituita  da una decina di famiglie potenti che hanno tenuto sotto controllo la  ricchezza della nazione.</div>
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<div>Un altro fattore sociale che Israele aveva in comune con le  dittature arabe era l’esistenza di una classe dirigente invecchiata e  corrotta. Anche se non rappresentata da una dinastia, questa élite  israeliana si è configurata in una dinastia collettiva guidata da figure  come Shimon Peres e Ariel Sharon (anche se attualmente del tutto  inabile), che hanno detenuto il potere per decenni.</div>
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<div>E la corruzione era diffusa: visti gli scandali sessuali, come  quello che ha colpito l’ex presidente Katsav, che è stato incarcerato  per stupro, o la corruzione finanziaria, come nel caso di Ehud Olmert o  del presidente Ezer Weizman, per non parlare dei rapporti sporchi di  Ariel Sharon e dei suoi figli, l’élite israeliana non può dirsi  differente dalle sue corrispondenti in Egitto o in Tunisia. E non  parliamo delle accuse di abusi continui inflitti dalla moglie di  Netanyahu, Sara, contro i domestici.</div>
<div></div>
<div>Così, la rivoluzione in Israele-Palestina non avrebbe dovuto  sorprendere nessuno. Erano solo i paraocchi ideologici che impedivano  all’opinione pubblica mondiale di vedere ciò che stava sviluppandosi in  Israele-Palestina, come parte del processo della Primavera araba.</div>
<p><strong>Fantasia o Realtà?</strong></p>
<div>Da tanto tempo ho sempre sostenuto la tesi per cui, se deve  avvenire un qualche progresso nelle relazioni arabo-israeliane, deve  esplodere in Israele una crisi decisiva, una crisi dalle dimensioni  morali, politiche ed esistenziali, che costringa l’élite e la  popolazione in generale a ripensare a tutti i loro assunti di base, &#8211; di  come Israele ha iniziato ad esistere, qual è stato il rapporto con il  popolo palestinese fin dal 1948, come la sua ragion d’essere come  nazione dovrebbe essere giustificabile per pretendere di avere  legittimità.</div>
<div></div>
<div>La crisi è ormai a portata di mano, e deve essere accolta come un  fenomeno, il più salubre &#8211; non importa cosa potrà emergere alla fine del  processo.</div>
</div>
<p></span></div>
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