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	<title>Cubadebate (Italiano) &#187; Ricchezza</title>
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		<title>Josè Mujica fa un appello nel Vertice delle Cooperative per combattere una battaglia culturale</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Nov 2016 04:45:07 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[battaglia culturale]]></category>
		<category><![CDATA[economia solidale]]></category>
		<category><![CDATA[Josè Mujica]]></category>
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		<category><![CDATA[Vertice delle Coperative delle Americhe]]></category>

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		<description><![CDATA[L'ex presidente uruguaiano Josè Mujica ha fatto un appello oggi a Montevideo nella chiusura del IV Vertice delle Cooperative delle Americhe per combattere una battaglia culturale e per creare un mondo che si dedichi al bene dell'umanità. In un intervento, varie volte interrotto dagli applausi, l'attuale senatore del Fronte Ampio uruguaiano, segnalò che il mondo intero è malato non solo per la povertà, bensì per la disuguaglianza cronica  di carattere esplosivo, e non possiamo considerare il ruolo della Cultura “se la testa non cambia”.  ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-9601" alt="mujica1" src="/files/2016/11/mujica1.jpg" width="580" height="386" />L&#8217;ex presidente uruguaiano Josè Mujica ha fatto un appello oggi a Montevideo nella chiusura del IV Vertice delle Cooperative delle Americhe per combattere una battaglia culturale e per creare un mondo che si dedichi al bene dell&#8217;umanità.  </strong></p>
<p>In un intervento, varie volte interrotto dagli applausi, l&#8217;attuale senatore del Fronte Ampio uruguaiano, segnalò che il mondo intero è malato non solo per la povertà, bensì per la disuguaglianza cronica  di carattere esplosivo, e non possiamo considerare il ruolo della Cultura “se la testa non cambia”.</p>
<p>“C&#8217;è una battaglia culturale da combattere perché la vita non è solo denaro, la vita è tempo per vivere”, sottolineò, ed affermò che i problemi del mondo attuale non sono solo di produzione e distribuzione, bensì di una costruzione culturale diversa.</p>
<p>Assicurò che questa è la più difficile di tutte le battaglie, perché siamo immersi in una società ed un sistema che tende a pensare a favore dello sviluppo, ma ha messo in allerta che “tendiamo a confondere crescita economica e lo sviluppo con la felicità”.</p>
<p>Considerò che l&#8217;economia solidale vuole questo sviluppo, perché quell&#8217;altra economia, il super consumismo, è funzionale solo all&#8217;accumulazione degli interessi multinazionali.</p>
<p>L&#8217;umanità, ha detto, ha oggi le risorse ma non ha una direzione politica, se avesse una direzione politica si renderebbe conto che i poveri dell&#8217;Africa non sono dell&#8217;Africa, ma dell&#8217;umanità.</p>
<p>L&#8217;ex mandatario espresse che il fantasma della concentrazione della ricchezza è quello che ci toglie le risorse per combattere la povertà e sta minacciando la classe media nelle sue proprie viscere, senza che lei se ne renda conto.</p>
<p>Commentando le recenti elezioni negli Stati Uniti, Mujica ha detto che “ho presenziato la disputa elettorale della prima potenza del mondo e sono rimasto come se fossi congelato”. “Viene voglia di piangere”, ha concluso.</p>
<p>da Prensa Latina</p>
<p>traduzione di Ida Garberi</p>
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		<title>Il debito pubblico, un meccanismo di redistribuzione della ricchezza dai poveri ai ricchi</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Dec 2011 15:52:06 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Ricchezza]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>

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		<description><![CDATA[L’unica parte della cosiddetta ricchezza nazionale che fa realmente e veramente parte della proprietà collettiva dei popoli è …. Il debito pubblico. Da Il Capitale, Karl Marx (1867)]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Iván Gordillo </strong></p>
<p><strong>Traducido por Daniela Trollio </strong></p>
<p><strong>(Tlaxcala)</strong></p>
<p><span><img class="alignleft size-full wp-image-2270" src="/files/2011/12/riquezas.jpg" alt="" width="300" height="250" />Gli ultimi fatti economici e politici stanno  succedendo a velocità  vertiginosa. Lo sprofondamento dei governi della  Grecia e dell’Italia in  appena dieci giorni è stato un colpo durissimo  dei cosiddetti mercati  alle deboli democrazie parlamentari come le  abbiamo concepite finora. Il  colpo di stato dei finanzieri iniziato con  il piano di salvataggio  pubblico del capitale finanziario privato ha  preso la sua forma  letterale: i tecnocrati provenienti dalla banca  internazionale, da  Goldman Sachs quale massimo esponente della Banca  Centrale Europea  (BCE), occupano le posizioni di controllo degli Stati  greco e italiano.  Le porte girevoli adesso girano al contrario: non  solo i politici  ritirati occupano i posti nei consigli di  amministrazione delle grandi  società ma i tecnici del capitale privato  occupano i portafogli pubblici  di alcuni governi a cui non resta nulla  di legittimo.</span></p>
<p>Non solo si compie la massima del capitalismo, che recita di   privatizzare i profitti e socializzare le perdite, ma oltretutto si   ordina come farlo.</p>
<p>Chi ordina, se non è un rappresentante eletto, non è un dittatore?!  Se  fossero militari, parleremmo di colpo di stato militare. Tutto ciò è  un  abuso in più del potere che anche prima faceva sì da favorire alcuni a   spese degli altri, ma ora hanno lasciato perdere anche la forma.</p>
<p>Nel caso presente tutti i dubbi che attanagliano i cosiddetti  mercati  si incentrano sul debito pubblico dei paesi della periferia  europea. Ma  come sono arrivati questi Stati a indebitarsi così?</p>
<p><strong>Squilibri commerciali, problemi per il capitalismo</strong></p>
<p>Nel capitalismo globale ci sono una serie di economie che hanno un   settore estero competitivo che permette loro di essere esportatrici   nette, cioè esportano più merci di quelle che importano. Sarebbe il caso   della Cina o della Germania. Queste economie si sono specializzate in   produzioni richieste fortemente da altri paesi: prodotti tecnologici,   macchinari o automobili nel caso tedesco, manifatturieri, anche se con   molta tecnologia, com’è il caso cinese. La configurazione di questa   produzione, oltre al fattore tecnologico, si basa su un tasso di   sfruttamento della loro classe lavoratrice molto alto, perpetuando   condizioni infraumane per milioni di persone, come nel caso cinese, o   con salari congelati da decenni (dal 1989) come nel caso tedesco.</p>
<p>Nonostante i manuali di economia usati nelle università dicano che   un’economia solida e competitiva è quella che ha un settore export   importante, finora non abbiamo la capacità di esportare merci sulla Luna   o su Marte o su qualsiasi altro pianeta del sistema solare. L’evidenza   ci dice che se una economia esporta è perché ce ne sono altre che   importano. Anche se studiosi e economisti ci dicono che da questa crisi   si esce esportando, qualcuno dovrà importare.</p>
<p>Ci sono paesi esportatori netti, come quelli segnalati, e paesi   importatori netti, cioè che importano più merci di quelle che esportano.   E’ questo il caso dell’economia spagnola e di altre della periferia   europea.</p>
<p>Il modello produttivo spagnolo incentrato nei settori della   costruzione, del turismo e dei servizi, e in misura minore delle   automobili, è un modello produttivo obsoleto, con forte dipendenza   dall’estero e generatore di disoccupazione e precarietà.</p>
<p>Le economie con un avanzo commerciale come quella tedesca non   utilizzano i fondi ottenuti frutto di questo vantaggio competitivo per   migliorare lo stato sociale per la loro popolazione, né per aumentare i   salari delle loro classi lavoratrici, né per mandare in pensione prima i   lavoratori, e neppure investono la gran parte di questo avanzo nel  loro  settore produttivo industriale.</p>
<p>Questo grande volume di capitale viene destinato proprio a prestare   denaro ad altri paesi che hanno un deficit, a finanziare i deficit di   altre economie come quella spagnola attraverso il settore finanziario.</p>
<p>Il via libera al credito che permise la bolla immobiliare doveva   provenire da qualche altro luogo che non fosse lo Stato spagnolo dato   che la sua economia era deficitaria, dipendeva dall’estero. Le banche e   le casse dello Stato spagnolo hanno potuto prestare ai costruttori, ai   promotori, alle società e alle famiglie grazie al fatto che chiedevano   denaro alla banca (centrale) europea. Il debito spagnolo cresceva, sia   per il deficit dell’acquisto di merci sia per il debito finanziario.   L’affare era perfetto e si sviluppò un forte settore bancario che   otteneva rendite dall’intermediazione tra il finanziamento estero e   l’economia produttiva interna. Diciamo che era perfetto finché la crisi   non colpì.</p>
<p><strong>Lo scoppio della crisi</strong></p>
<p>La crisi si scatenò nel settore finanziario e si può datare il suo   inizio all’agosto 2007, quando il primo fondo di capitali di rischio   fallì dopo lo scoppio della crisi delle ipoteche-spazzatura negli USA.   La crisi finanziaria fu la prima ondata di uno tsunami del quale   dobbiamo cercare l’epicentro del terremoto all’interno, negli stessi   meccanismi di sfruttamento e accumulazione del capitale che erano   arrivati al loro limite. Da un lato, il modello produttivo del   capitalismo nella fase attuale chiamata neoliberista non poteva più   estrarre il plusvalore atteso per restituire i crediti aziendali.   Dall’altro il via libera del credito al consumo, che in un contesto di   salari decrescenti degli ultimi anni aveva potuto mantenere il potere   d’acquisto e, direttamente, la vendita di merci (automobili, case, ecc.)   non poteva continuare.</p>
<p>Qualcuno dirà che abbiamo vissuto al di sopra delle nostre  possibilità,  e noi rispondiamo che il capitalismo ci va sfruttando al di  sopra  delle nostre possibilità da molti anni. Se non fosse apparso il  credito  di massa &#8211; in fin dei conti denaro che cercava dove investire, a  chi  prestare in cambio di un prezzo, di un interesse per saziare la sua   sete di profitti &#8211; la crisi sarebbe scoppiata prima e in forma diversa.</p>
<p>Il sistema del credito spostava fittiziamente la soluzione del   problema, che nel capitalismo avviene sempre attraverso l’unico   meccanismo che realizza la sua logica: la crisi.</p>
<p>La crisi è qualcosa di inerente al sistema, intrinseca al  capitalismo e  persino necessaria per la sua riproduzione nel tempo; ha  bisogno di  questa purga ai capitali inefficienti e della concentrazione  di quelli  che sopravvivono. Dalle crisi una parte del capitale esce  rafforzata  mentre una parte della popolazione riceve il colpo di  trovarsi sulla  strada senza alcuna forma di entrate al di là dei sussidi  pubblici.</p>
<p>La seconda ondata del grande tsunami provocò una fermata  generalizzata  dell’attività produttiva nella maggioranza dei settori  dell’economia.  Nello Stato spagnolo è necessario aggiungervi  l’esplosione della bolla  immobiliare, così annunciata e prevista che  spaventa l’inattività dei  governanti. La distruzione di migliaia di  posti di lavoro a causa della  chiusura delle aziende, con l’aumento  della disoccupazione fino a  livelli mai visti prima, è il grande dramma  sociale della crisi.</p>
<p><strong>Intervento dello Stato nella crisi, il salvataggio dei potenti</strong></p>
<p>Durante le prime fasi della crisi, il governo spagnolo – dopo averne   riconosciuto tardi e male l’ampiezza – mise in atto una serie di misure   per alleggerire i suoi effetti negativi. Le politiche più importanti,   erratiche e a volte contraddittorie, furono incentrate su un forte   intervento dello Stato per salvare il settore finanziario, con seri   problemi per l’aumento della morosità, specialmente nelle casse di   risparmio. Questi aiuti si sono sviluppati attraverso il Fondo di   Acquisizione di Attivi Finanziari (FAAF), il Fondo di Ristrutturazione   Ordinata Bancaria (FROB) e una serie di avalli e crediti al settore   bancario. Il tentativo di contenere la crisi del settore delle   costruzioni con il Piano E, dotato di più di 10.000 milioni di euro, le   sovvenzioni all’acquisto di auto con il Piano 200E e il Fondo per   l’Economi Sostenibile che arrivava a più di 20.000 milioni, completavano   il salvataggio dei potenti. Furono aiutate le società finanziarie,   molto meno l’attività delle società produttive e quasi niente la   creazione di occupazione.</p>
<p><strong>L’apparizione del deficit fiscale, un problema solo di spesa?</strong></p>
<p>A questi interventi altamente dispendiosi per le casse pubbliche   bisogna aggiungere l’aumento della spesa per il sussidio di   disoccupazione, che ha visto distruggere quasi tre milioni di posti di   lavoro dall’inizio della crisi. Questo livello di disoccupazione. Il   21,52% nel terzo trimestre del 2011, presuppone una spesa annuale di più   di 30.000 milioni di euro.</p>
<p>Questo aumento importante delle spese ha contribuito a che si  passasse  da una situazione di avanzo fiscale dell’1,9% del PIL nel 2007  ad un  deficit dell’11,1% alla fine del 2009. Davanti a questo e pressati  con  forza dalla UE, i governanti hanno stabilito un duro regime di   diminuzione della spesa pubblica. La necessità di contenere le spese per   frenare il deficit crescente provocato – bisogna ricordarlo – dal   salvataggio dei potenti richiede un compito importante. Appoggiati dai   mezzi di comunicazione convenzionali, hanno lanciato un bombardamento   mediatico incentrato sull’idea di ridurre i costi considerati eccessivi.   Convergencia i Unio, partito alla testa della Generalitat de Catalunya   (la regione autonoma della Catalogna, n.d.t.) è stata la punta di  lancia  di una politica di tagli che finirà per imporsi in tutto lo  Stato.  Questo programma è incentrato nel taglio delle spese sociali,  nello  smantellamento del rachitico stato sociale, aprendo la sanità e   l’educazione pubblica al capitale privato.</p>
<p>Il deficit fiscale ha due facce: da un lato le spese, di cui abbiamo   già visto la provenienza del suo aumento negli ultimi anni, e   dall’altro lato le entrate. Le entrate del settore pubblico si ottengono   soprattutto dall’incasso delle imposte. Il sistema fiscale dello Stato   spagnolo è chiaramente regressivo e insufficiente, la pressione  fiscale è  attorno al 32% del PIL, molto al di sotto della media  europea. Le  riforme degli ultimi anni hanno via via ridotto le tasse  sui redditi  elevati e sul capitale e aumentato la pressione fiscale  sulle rendite da  salario e le imposte indirette, come è il caso  dell’IVA (Imposta sul  Valore Aggiunto). Circa il 45% della raccolta  dello Stato proviene  precisamente da questa tassa, totalmente ingiusta  dato che grava il  consumo indipendentemente dalle entrate delle  persone. L’ultima modifica  di questa imposta, già in piena crisi, per  ottenere più entrate  pubbliche, consistette nell’aumentarla dal 7  all’8% e dal 16 al 18%,  mentre la promessa di alzare le tasse ai ricchi  è rimasta una semplice  dichiarazione propagandistica.</p>
<p>Altra tassa importante è l’IRPF (Imposta sul Reddito delle Persone   Fisiche &#8211; la nostra IRPEF, n.d.t.). Alla fine degli anni ’70, la   fiscalità “che doveva permettere la democrazia” imponeva un tipo di   gravame ai redditi più elevati di più del 63% (negli USA e in altri   paesi d’Europa era abbastanza superiore). Attualmente i ricchi pagano il   43%. La riduzione delle imposte ai risparmiatori (chi può risparmiare   adesso?) – che suppone l’introduzione di una imposizione fissa del   19%.21% alle rendite da capitale, le numerose modalità di esenzione   fiscale ai fondi pensione, ai mutui, agli investimenti aziendali,   insieme alle ultime eliminazioni delle tasse sui patrimoni e sulle   successioni sono alcune delle modifiche portate a termine beneficiando   la parte più benestante della popolazione.</p>
<p>L’esistenza di forme societarie come le SICAV (Società di  Investimento a  Capitale Variabile), che utilizzano le grandi fortune e  che pagano in  tasse solo l’1%, sono un insulto in tempo di crisi. Per  quanto riguarda  l’Imposta sulle Società (IS), questa prevede in teoria  un’imposta del  30% sui profitti delle aziende (del 25% per le PYMES –  piccole e medie  imprese, n.d.t.). Le grandi aziende spagnole (quelle  quotate  nell’IBEX-35 &#8211; l’indice di riferimento della Borsa spagnola,  n.d.t.)  pagano in media il 17%. Cioè, quello che finiscono per pagare  realmente  dopo aver percorso tutte le strade per l’esenzione che la  legge  permette e, a volte, anche al limite della legalità com’è il caso  dei  paradisi fiscali, è una percentuale molto inferiore all’IS.</p>
<p>Chi paga più tasse in questo paese sono i lavoratori attraverso i   redditi da salario. Questo è grave specialmente per le classi popolari   perché negli ultimi anni la partecipazione dei salari alla ricchezza   generata dall’insieme dell’economia si è ridotta a beneficio dei redditi   da capitale. Nello stesso tempo una fiscalità centrata fortemente sui   redditi da salario spiega il fatto che, quando si produce una   distruzione dell’occupazione come quella dell’attuale crisi, da un lato   aumenta la spesa sociale per la disoccupazione e dall’altro affondano  le  entrate pubbliche.</p>
<p><strong>L’indebitamento pubblico come meccanismo di spoliazione delle classi popolari</strong></p>
<p>Questo deficit va finanziato in qualche modo. Le emissioni di debito   pubblico sono il meccanismo che gli Stati utilizzano per trovare il   grande volume di finanziamenti di cui hanno bisogno per le spese che non   possono coprire con le entrate tributarie. I buoni del tesoro danno   diritti ai finanziatori a percepire un interesse per il denaro prestato,   e alla fine del periodo stabilito gli si restituisce il capitale   prestato. Il tipo di interesse, il prezzo a cui si presta questo denaro,   viene determinato dai cosiddetti mercati, in base alla loro   considerazione sul rischio che si assumono e sulla solvibilità degli   Stati debitori. Le pressioni speculative per aumentare il tasso di   rischio ed esigere interessi più alti sono all’ordine del giorno,   specialmente durante i collocamenti importanti di titoli come quella   dell’ultima settimana, in cui lo Stato spagnolo ha chiesto 3.500 milioni   di euro che gli sono stati forniti ad un interesse del 7%.</p>
<p>I cosiddetti mercati non sono altro che l’insieme delle società del   settore finanziario: banche e casse di risparmio, gestori dei grandi   fondi di investimento e fondi pensione, assicurazioni, fondi sovrani,   fondi di capitali di rischio ecc. Società che hanno al centro dei loro   affari il conseguire profitti investendo il denaro di questi grandi   capitali e risparmiatori del mondo, cercando redditività nell’affare   finanziario di dare denaro in cambio di un interesse, di finanziare   progetti imprenditoriali o, nel caso del debito pubblico, di finanziare   gli Stati.</p>
<p>Al crescere del debito pubblico finanziato da queste società, è ad  esse  che viene destinata una parte sempre più grande delle entrate   pubbliche che, come abbiamo indicato, ricadono sui redditi da salario e   sulle imposte che paga la popolazione. La parte di bilancio che si   riferisce al costo dei finanziamenti sta crescendo fortemente mentre la   spesa sociale soffre i tagli.</p>
<p>Il debito pubblico è uno strumento in più di spoliazione che il   capitale utilizza per redistribuire la ricchezza generata dal lavoro   delle classi popolari ai risparmiatori e ai capitali internazionali.</p>
<p>Questo è diventato l’affare perfetto grazie all’influenza politica   delle finanziarie che sono riuscite ad imporre, attraverso organismi   come il FMI, la BCE e la UE le politiche di aggiustamento non per uscire   dalla crisi, né per garantire il pagamento del debito pubblico, ma per   aumentare i loro profitti a qualsiasi prezzo.</p>
<p>Non importa se questo avviene a costo della sofferenza della   popolazione, del peggioramento dei salari e delle condizioni di lavoro,   della distruzione dello stato sociale e della cosiddetta classe media,   del trasformare l’elevata disoccupazione in qualcosa di cronico che poi   definiranno come strutturale e dell’aumento delle famiglie sulla  soglia  della povertà. Il problema è che queste misure, per la loro  natura, non  permetteranno nemmeno di restituire il debito, né di  risolvere alcuno  dei gravi problemi delle economie indebitate, tra  queste quella dello  Stato spagnolo.<br />
Di fatto questo si sta già dimostrando vista la gestione del taglio  del  50% del debito pubblico greco contratto con la banca tedesca e   francese e con l’aumento del fondo di salvataggio delle istituzioni   europee.</p>
<p>Dietro questi movimenti sta la necessità del capitale di gestire  questa  crisi senza che si possa prospettare un’uscita alternativa. E la  crisi  dura già da molto. L’ultima sequela di questo film dell’orrore si   intitola “crisi del debito”, o di come le società finanziarie si sono   date da fare per spostare la loro bolla finanziaria ai bilanci del   settore pubblico.</p>
<p>Il livello di indebitamento dell’insieme dell’economia è un peso  troppo  grande, specialmente quando i governanti sono disposti ad  utilizzare  le risorse pubbliche per coprire qualsiasi problema che il  settore  finanziario abbia. In un contesto in cui l’economia produttiva  non si  trova – né la si aspetta – e invece di cercare di resuscitarla,  ciò che  si conseguirà è affondarla attraverso i piani di aggiustamento,  sembra  difficile credere che la generazione della ricchezza, necessaria  non  solo per uscire dalla crisi ma per restituire il debito, sia una   possibilità.</p>
<p>Di fronte a questa situazione esigere di non pagare il debito è una   delle direttrici su cui impostare la lotta. Esigere che le classi   popolari non paghino le conseguenze di una crisi di cui non sono   responsabili passa per l’esigere che non si facciano carico di un debito   illegittimo che è servito a salvare le finanziarie e a beneficiare il   capitale.</p>
<p>&nbsp;</p>
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