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	<title>Cubadebate (Italiano) &#187; politica</title>
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		<title>Spazzatura dei politici e dei funzionari dell&#8217;impero</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Mar 2020 22:22:00 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Invece di dirigere il combattimento mondiale contro la pandemia del COVID-19, o almeno concentrarsi su come affrontare la grave situazione che stanno vivendo gli Stati Uniti con la malattia, il macchinario politico e governativo dell'impero continua con la sua imperturbabile abitudine di ripartire sanzioni e qualificazioni a destra e sinistra; facendo orecchio da mercante agli appelli alla cooperazione realizzati dal Segretario Generale dell'ONU. ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-11419" alt="UsaCovid" src="/files/2020/03/UsaCovid.jpg" width="580" height="386" />Invece di dirigere il combattimento mondiale contro la pandemia del COVID-19, o almeno concentrarsi su come affrontare la grave situazione che stanno vivendo gli Stati Uniti con la malattia, il macchinario politico e governativo dell&#8217;impero continua con la sua imperturbabile abitudine di ripartire sanzioni e qualificazioni a destra e sinistra; facendo orecchio da mercante agli appelli alla cooperazione realizzati dal Segretario Generale dell&#8217;ONU.</strong></p>
<p>Il Dipartimento del Tesoro degli USA ha annunciato questo giovedì l&#8217;imposizione di sanzioni contro 15 persone e cinque entità dell&#8217;Iran nella cornice di un supposto programma antiterrorista. Le compagnie colpite sono vincolate al settore degli armatori, commerciale e della costruzione. È stata sanzionata anche un&#8217;azienda chimica.</p>
<p>L&#8217;Iran è una delle nazioni che più duramente ha dovuto combattere contro la pandemia, dovuto ai danni che le sanzioni economiche degli Stati Uniti e dell’Europa hanno causato nella sua economia ed hanno colpito nel sistema sanitario. L&#8217;Iran ha più di 29 mila malati e conta già più di 2200 morti.</p>
<p>Anche oggi il vergognoso sceriffo di Hollywood, il Pubblico Ministero Generale (Ministro di Giustizia) dell&#8217;Amministrazione Trump è comparso sullo schermo offrendo 15 milioni di dollari per l&#8217;arresto del presidente venezuelano Nicolas Maduro e vari funzionari del suo governo, ovviamente per traffico di droga verso gli Stati Uniti. Con tale quantità di denaro si comprerebbero milioni di kits di diagnosi per COVID-19, che sono in deficit nel sistema sanitario statunitense.</p>
<p>Il colmo della disinvoltura è stato quello della sottosegretaria di Stato, solitamente distratta, per Cuba e Venezuela, Carrie Filipetti, che ha detto oggi in una videoconferenza che la pandemia del nuovo coronavirus in Venezuela, con un sistema di salute collassato e la maggioranza della popolazione senza accesso continuo ad acqua e sapone, è un pericolo per tutta la regione, se non è controllata.</p>
<p>“La situazione in Venezuela è eccessivamente nefasta (&#8230;) Se il Venezuela non può fare fronte al COVID-19, nel futuro arriverà in Brasile, in Colombia e nella regione circostante, come stiamo osservando con la crisi dei rifugiati”, ha assicurato la funzionaria.</p>
<p>“Vedremo un&#8217;espansione della pandemia del COVID-19 nella regione, se non a livello globale, se Venezuela come paese non può affrontare la crisi”, ha anticipato piena di cinismo la Filipetti, senza una sola allusione al vergognoso blocco economico che da più di cinque anni ha decretato il governo degli Stati Uniti contro la nazione sud-americana ed il furto sfacciato da parte di Washington di miliardari di denaro dei venezuelani.</p>
<p>La signora non sembra sapere che Brasile è il paese latinoamericano con la maggiore quantità di malati per COVID-19; per questo che Venezuela non potrebbe esportare un&#8217;epidemia già presente nel suo vicino confinante.</p>
<p>Nel frattempo, le morti negli Stati Uniti per COVID-19 sorpassano già il numero 1000, i positivi sono più di 75000, i solleciti di disoccupazione sono un record per l&#8217;ultimo mezzo secolo, mentre The New York Times pubblica un reportage da un ospedale di Brooklyn con il titolo “Siamo in modo disastro”. I funzionari statunitensi non dovrebbero occuparsi di più della situazione negli Usa del COVID-19 invece di assumersi il ruolo di poliziotti mondiali? Non possono capire dall&#8217;impero che è ora della solidarietà e non dei blocchi?</p>
<p>di Randy Alonso Falcon</p>
<p>da Cubadebate</p>
<p>traduzione di Ida Garberi</p>
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		<title>Perché la vittoria del movimento indigenista non è totale in Ecuador?</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Oct 2019 22:07:01 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
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		<description><![CDATA[D'altra parte, è cominciata la domanda su che cosa si era ottenuto esattamente. Si era trattato di una deroga immediata ed effettiva, come ha annunciato ed ha celebrato la CONAIE, o di una sostituzione senza data determinata, come ha annunciato nel suo account di Twitter il presidente Lenin Moreno?  ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-11146" alt="ecuador-afp-580x387" src="/files/2019/10/ecuador-afp-580x387.jpg" width="580" height="387" />Ci sono alcune celebrazioni in Ecuador. Sono cominciate la serata della domenica quando il governo nazionale ed il movimento indigeno, centralmente attorniato nella Coordinatrice delle Nazionalità Indigene dell&#8217;Ecuador (CONAIE) hanno annunciato di essere giunti ad un accordo rispetto al decreto 883, quello che ha tolto i sussidi alla benzina.  </strong></p>
<p>La reazione è stata doppia. Da una parte, le strade si sono riempite di euforia dopo quello che è stato considerato come una vittoria dopo 11 giorni di proteste confrontate con una forte repressione. Lo scenario di battaglia del centro di Quito è stato di applausi, clacson, camion carichi di gente con bandiere dell&#8217;Ecuador, tassisti, feste nei quartieri popolari.</p>
<p>D&#8217;altra parte, è cominciata la domanda su che cosa si era ottenuto esattamente. Si era trattato di una deroga immediata ed effettiva, come ha annunciato ed ha celebrato la CONAIE, o di una sostituzione senza data determinata, come ha annunciato nel suo account di Twitter il presidente Lenin Moreno?</p>
<p><em>Parte della risposta è stata chiarita dal comunicato delle Nazioni Unite dell’Ecuador, organismo mediatore nel dialogo, che ha affermato che “si lascia senza effetto il decreto 883” e “si procederà in maniera immediata a lavorare nell&#8217;elaborazione di un nuovo decreto, che permetta una politica di sussidi, con una messa a fuoco integrale, che prevenga che questi non si destinino al beneficio di persone con maggiori risorse ed ai contrabbandieri, con criteri di razionalizzazione, focalizzazione e settorializzazione”.  </em></p>
<p>La stessa notte della domenica si è installata la commissione per, ha informato la CONAIE, “la redazione del decreto che lo rimpiazza -il 883 – e questo non finisce fino a quando l&#8217;accordo non si concreti completamente”.</p>
<p>In questo modo, si è ottenuta una vittoria parziale dentro l&#8217;insieme di misure accordate tra il governo ed il Fondo Monetario Internazionale, essendo il decreto 883 quello di maggiore impatto nell&#8217;economia e nella battaglia simbolica. Il risultato finale di questa parzialità dipenderà dal nuovo decreto che si sta preparando.</p>
<p>Esternamente allo spazio di dialogo c’è anche, fino ad ora, un accordo sul procedimento per investigare le attuazioni e gli abusi delle forze di sicurezza dello Stato, che è costato almeno 7 morti, 1152 detenuti e 1340 feriti.</p>
<p>Esisteva la possibilità di ottenere una vittoria maggiore? Questa domanda riunisce i principali punti interrogativi. Secondo i protagonisti delle giornate, cioè la CONAIE, non era possibile. E le mobilitazioni, sebbene non sono state unicamente del movimento indigeno, sono ricadute principalmente nella sua capacità di azione, sia in Quito come nei blocchi delle strade nel paese.</p>
<p>Un altro scenario preoccupante in parallelo al dibattito sul decreto: la persecuzione contro i dirigenti della Rivoluzione Cittadina, lo spazio politico dell&#8217;ex presidente Rafael Correa. Quell&#8217;azionare era stato annunciato da Moreno, scaricando la responsabilità dei fatti di violenza accaduti sulle spalle di Correa. La tattica del governo è stata quella di riconoscere gli indigeni come interlocutori legittimi e criminalizzare il “correismo”.</p>
<p>Lo spiegamento persecutorio è cominciato durante i giorni della mobilitazione: la membro dell&#8217;assemblea Gabriela Rivadeneira ha dovuto rifugiarsi nell&#8217;ambasciata del Messico e l&#8217;ex sindaco Alexandra Arce è stata arrestata. All&#8217;alba del lunedì è stata fermata nella sua casa la prefetta di Pichincha, Paola Pabon, ed in mattinata è stata perquisita la casa dell&#8217;ex membro dell&#8217;assemblea Virgilio Hernandez.</p>
<p>Questi arresti e persecuzioni attraverso il potere giudiziale articolato alla condanna mediatica si sono sommati con casi anteriori, come quello dell&#8217;ex vicepresidente Jorge Glas, quello dell&#8217;ex cancelliere Ricardo Patiño, rifugiato in Messico, e quello dello stesso Correa.</p>
<p>In questo modo, Ecuador avanza su vari temi simultaneamente: quello della celebrazione della vittoria parziale della CONAIE e la mobilitazione popolare che è durata undici giorni, quello della persecuzione del “correismo” come parte dell&#8217;attacco politico di Moreno al suo avversario, e quello dello stesso governo che ha dovuto cedere sul decreto 883, ma che cerca come non modificarlo sostanzialmente.</p>
<p>Dentro questo quadro si sottolinea un elemento di maggiore complessità: le differenze tra una parte della direzione della CONAIE ed il “correismo” che durano da vari anni, che sono state risaltate via Twitter durante i giorni di protesta, e sono rimaste in primo piano durante il dialogo, quando il presidente del movimento indigeno Jaime Vargas si è scagliato contro la Rivoluzione Cittadina.</p>
<p>Ecuador, che ha albeggiato oggi nel suo primo giorno con decompressione delle mobilitazioni, vive uno scenario complesso. Il governo di Moreno non si tratterrà nel suo tentativo di neoliberalizzazione dell&#8217;economia che ha, nell’FMI, un punto di profondità, come nel suo allineamento con gli Stati Uniti, come epicentro della sua politica estera. Quali saranno i prossimi passi della CONAIE? Che cosa farà il “correismo” davanti alla persecuzione politica? I pezzi sono in movimento.</p>
<p>di Marco Teruggi</p>
<p>preso da Pagina 12</p>
<p>traduzione di Ida Garberi</p>
<p>foto: AFP</p>
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		<title>Lula, 500 giorni davanti alle avversità</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Aug 2019 00:59:17 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si sono compiuti i 500 giorni di prigionia di Luiz Inacio Lula da Silva il 20 agosto 2019, nel mezzo di una crisi politica-economica di grandi dimensioni che sta vivendo Brasile. Le rivelazioni di Glenn Greenwald hanno dimostrato che Lava Jato è stato lo strumento giudiziario per una doppia operazione a forma di tenaglia]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-11100" alt="Lula-getty-580x340" src="/files/2019/08/Lula-getty-580x340.jpg" width="580" height="340" />Si sono compiuti i 500 giorni di prigionia di Luiz Inacio Lula da Silva il 20 agosto 2019, nel mezzo di una crisi politica-economica di grandi dimensioni che sta vivendo Brasile. Le rivelazioni di Glenn Greenwald hanno dimostrato che Lava Jato è stato lo strumento giudiziario per una doppia operazione a forma di tenaglia: l&#8217;uscita del Partito dei Lavoratori dal governo, attraverso l&#8217;impeachment dell&#8217;allora presidentessa Dilma Roosseff e la prigione, con successiva inabilitazione di Lula, che, prima di essere arrestato, dominava tutti i sondaggi sulla corsa presidenziale nel suo paese. A causa di questa deformazione è stato eletto l&#8217;estremista di destra Jair Messias Bolsonaro: il triste risultato dell&#8217;annichilimento delle leve politiche nell&#8217;idea di cancellare il PT dalla mappa.</strong></p>
<p>Lula è cresciuto misurandosi con le avversità: quelle della sua infanzia, con tutte le rinunce che si possono immaginare in un nordest di esclusione; quelle di una giovane vedovanza a Sao Paulo, dove poi ha conosciuto Marisa Leticia, la sua compagna storica; quelle della prigione della dittatura militare per aver guidato gli scioperi nell&#8217;ABC di Sao Paulo; quelle dei potenti di fronte alla creazione della Centrale Unica dei Lavoratori (CUT) e poi del Partito dei Lavoratori (PT); quelle della sconfitta in molte elezioni consecutive alla presidenza del suo paese. Questi 500 giorni sono un altro tratto del cammino di queste avversità, però ora in un capitolo più avanzato della sua biografia, dove per di più ha perso sua moglie e suo nipote Arthur. In ogni caso ha la pelle indurita: sa che Bolsonaro non è altro che una congiuntura in più nello zigzagare politico e ideologico del Brasile, così come lo è Marcri in Argentina.</p>
<p>La lunga storia di rapine del nostro continente conserverà come una vera vergogna questo episodio che mantiene condannato e detenuto senza prove il principale leader politico-sociale di questo continente. “Non è strano, è quello che sempre succede. Cos&#8217;è successo con San Martin? E con Artigas? Cos&#8217;è successo con tutto quello che funzionava in America Latina? Che merda è successo? Ah, 50 anni dopo era una cosa meravigliosa, però, mentre la vivevano, come è stata?” ha detto Josè Mujica un mese fa, dalla sua fattoria a Rincon del Cerro, per parlare del suo punto di vista sulla prigione del suo amico, che è stato due volte presidente del Brasile.</p>
<p>Non l’ha detto chiunque: Mujica ha sofferto dodici anni e mezzo di privazione, prigioniero e confinato nelle peggiori circostanze che un essere umano possa attraversare. Poi ha ritrovato il suo spazio, si è unito al Frente Amplio, ha vinto le elezioni parlamentari, ha aiutato a costruire la vittoria di Tabarè Vazquez e alla fine è stato eletto presidente del suo paese. Però prima di passare le consegne a Tabarè non ha lasciato la politica: ora fa campagna elettorale perché Ernesto Talvi, un erede della Scuola di Chicago, non finisca con il ciclo del FA, cosa alla quale aspira anche Lacalle Pou.</p>
<p>“Lottare, vincere, cadere. Alzarsi, lottare, vincere, cadere, alzarsi. Fino a quando non finisca la vita: questo è il nostro destino”, ha detto durante una visita in Argentina il vicepresidente dello Stato Plurinazionale della Bolivia, Alvaro Garcia Linera, raccontando delle privazioni che subiscono quelli che vogliono modificare lo status quo.</p>
<p>La perdida elettorale del “macrismo” è una buona notizia per Lula e una molto cattiva per Bolsonaro: dimostra i limiti dei governi che vogliono restringere la cittadinanza nel nome di una libertà di mercato che è sempre più messa in discussione in scala globale. Una buona notizia, 500 giorni dopo che una delle ingiustizie più grandi che abbia visto questo continente. Lontano dal volontarismo umiliato, Lula continua a resistere. E da questa trincea prepara il suo ritorno alla politica del Brasile, dalla quale hanno voluto cancellarlo. “Lottare, vincere, cadere. Alzarsi, lottare, vincere, cadere, alzarsi” direbbe ancora Garcia Linera. E&#8217; la storia dell&#8217;America Latina. E anche quella di Lula.</p>
<p>di Juan Manuel Karg</p>
<p>da Cubadebate</p>
<p>traduzione di Marco Bertorello</p>
<p>Foto: Getty Images</p>
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		<title>Bruno Rodriguez: Cuba mantiene una politica di tolleranza zero di fronte alla Tratta di persone</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Jul 2019 00:04:12 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[“#EEUU promuove la guerra, la morte: è presente militarmente in 177 paesi, con più di 250 mila soldati ed 800 basi militari.  
 
Invece #Cuba, promuove la salute, la vita: 56 anni di cooperazione medica internazionale, con presenza in 164 paesi e più di 400 mila collaboratori della salute”, ha scritto il ministro cubano nel suo account in twitter.  ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-11055" alt="Bruno-Trata" src="/files/2019/07/Bruno-Trata.jpg" width="580" height="620" />Il Ministro di Relazioni Estere, Bruno Rodriguez Parrilla, ha confermato la condanna del governo cubano alla tratta di persone ed ha sottolineato le politiche inclusive che implementa il paese per garantire pari opportunità per tutti.  </strong></p>
<p>“#EEUU promuove la guerra, la morte: è presente militarmente in 177 paesi, con più di 250 mila soldati ed 800 basi militari.</p>
<p>Invece #Cuba, promuove la salute, la vita: 56 anni di cooperazione medica internazionale, con presenza in 164 paesi e più di 400 mila collaboratori della salute”, ha scritto il ministro cubano nel suo account in twitter.</p>
<p>“”#Cuba mantiene una politica di tolleranza zero di fronte alla #TrattaDiPersone ed un adempimento esemplare nella prevenzione, confronto e risposta a questo flagello. La bassa incidenza nel paese è associata ai risultati sociali e di sicurezza cittadina e di pari opportunità”, ha continuato il cancelliere cubano.</p>
<p>Nel 2010, l&#8217;Assemblea Generale ha adottato un Piano di Azione Mondiale per Combattere il Traffico di Persone e per lo stimolo dello sviluppo ed il rinforzamento della sicurezza mondiale.</p>
<p>Gli Stati membri hanno adottato nel 2013 la risoluzione A/RES/68/192 ed hanno dichiarato il 30 luglio come il Giorno Mondiale contro questo flagello; nel testo si segnala la necessità di consapevolizzare la popolazione mondiale sulla situazione delle vittime del traffico umano e per promuovere e proteggere i loro diritti.</p>
<p>da Cubadebate</p>
<p>traduzione di Ida Garberi</p>
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		<title>Juan Guaidò, un prodotto di laboratorio che non funziona più</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Apr 2019 20:34:54 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un articolo pubblicato da Orlando Avendaño sul giornale reazionario PanamPost afferma che l'idea della presidenza di transizione di Juan Guaidò è nata in una riunione nella sede dell'Organizzazione degli Stati Americani (OSA). Secondo Avedaño, nell'incontro del 14 dicembre, il segretario generale, Luis Almagro, con Julio Borges, Leopoldo Lopez, Maria Corina Machado e Antonio Ledezma, hanno definito l'ultima gran scommessa dell'opposizione, ossia far nascere un governo di transizione.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_10910" style="width: 580px" class="wp-caption alignleft"><img class="size-full wp-image-10910" alt="Juan Guaidó" src="/files/2019/04/Juan-Guaidó-580x375.jpg" width="580" height="375" /><p class="wp-caption-text">Juan Guaidó</p></div>
<p><strong>Un articolo pubblicato da Orlando Avendaño sul giornale reazionario PanamPost afferma che l&#8217;idea della presidenza di transizione di Juan Guaidò è nata in una riunione nella sede dell&#8217;Organizzazione degli Stati Americani (OSA). Secondo Avedaño, nell&#8217;incontro del 14 dicembre, il segretario generale, Luis Almagro, con Julio Borges, Leopoldo Lopez, Maria Corina Machado e Antonio Ledezma, hanno definito l&#8217;ultima gran scommessa dell&#8217;opposizione, ossia far nascere un governo di transizione.</strong></p>
<p>Il 16 gennaio, dopo diversi andirivieni tra i quattro dirigenti dell&#8217;opposizione, la strategia è stata riproposta nuovamente nell&#8217;OSA, quando gli Stati Uniti hanno convocato una riunione in video-chiamata con Leopoldo Lopez e Juan Guaidò. Questa volta la proposta è stata presentata agli ambasciatori presso l&#8217;Organizzazione di Argentina, Brasile, Colombia, Guatemala, Cile, Honduras e Paraguay.</p>
<p>Gli Stati Uniti l&#8217;hanno avallata il giorno dopo, il vicepresidente Mike Pence ha parlato con Guaidò prima della sua auto-proclamazione per confermagli l&#8217;appoggio della Casa Bianca, secondo un articolo del The Wall Street Journal, firmato da Juan Forero e David Luhnow. Il 18 febbraio, quasi un mese dopo dall&#8217;entrata in scena di Guaidò, questi due cronisti hanno citato un ex alto funzionario statunitense: “Le persone che hanno organizzato questo piano a Caracas e che lo hanno venduto qui (a Washington), l&#8217;hanno venduto con la promessa che se Guaidò avesse creato un movimento e (i paesi del Sud America) e gli Stati Uniti fossero intervenuti come appoggio, i militari avrebbero cambiato lato e Maduro se ne sarebbe andato”.</p>
<p>Come si sa, questo non è successo il 23 febbraio nel tentativo di far entrare gli “aiuti umanitari”, diretto in prima fila dall&#8217;inviato in Venezuela del Dipartimento di Stato, Elliott Abrams, dal Capo dell&#8217;Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID), Mark Green, dal Segretario Generale della OSA, Luis Almagro; dal Presidente colombiano Ivan Duque e dai suoi colleghi del Paraguay e Cile, Mario Abdo Benitez e Sebastian Piñera. Si ritiene che già lunedì 25 il vicepresidente Mike Pence abbia “sgridato” Guaidò per non aver ottenuto che la metà dei militari venezuelani si ribellassero, come aveva promesso, secondo un articolo de La Politica Online.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #ff0000">Chi c&#8217;è dietro a Guaidò?</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dan Cohen e Max Blumenthal hanno scritto da tempo che Guaidò era un prodotto dei laboratori del cambio di regime appoggiato dagli Stati Uniti. Formato da istituzioni come la Fondazione Nazionale per la Democrazia (NED la sigla in inglese), insieme a organizzazioni satellite come Otpor dalla Serbia, l&#8217;utopia politica della generazione di Guaidò, inculcata da questi, è sempre stata il golpe di stato dolce, o rivoluzione colorata, l&#8217;uscita violenta del chavismo dal potere.</p>
<p>Si può dire che Guaidò essenzialmente è un fusibile del partito Voluntad Popular, forse il più finanziato e più relazionato con il Dipartimento di Stato e la fauna politico-mafiosa della Florida, rappresentata oggi dal senatore Marco Rubio; che attraverso Mauricio Claver-Carone e Carlos Trujillo controlla il posto dell&#8217;America Latina del Consiglio di Sicurezza Nazionale e la rappresentanza diplomatica degli Stati Uniti nell’OSA. Entrambi sono conosciuti per essere stati consiglieri e persone vicine a Rubio nelle sue ultime campagne elettorali, finanziate dagli industriali Koch, colpiti dalla nazionalizzazione dell&#8217;azienda FertiNitro in Venezuela e da molti imprenditori relazionati a Cuba e Venezuela, con sede a Miami.</p>
<p>Paradossalmente, il 30 agosto scorso, molto prima che cominciasse l&#8217;avventura di Guaidò, Marco Rubio ha dichiarato, dopo una riunione alla Casa Bianca: “Le Forze Armate degli Stati Uniti si utilizzano in caso di una minaccia alla sicurezza nazionale. Ci sono argomenti molto forti per dire che il Venezuela è diventato una minaccia per gli Stati Uniti”. In quei giorni di agosto, la campagna di sovraesposizione della migrazione venezuelana, aggravata dalle sanzioni, coincideva con le affermazioni del Segretario Generale della OSA, Luis Almagro, sul fatto che il caso venezuelano fosse il caso tipico della dottrina di Responsabilità di Proteggere (R2P), utilizzata in Libia come figura diplomatica ad hoc per l&#8217;intervento. Il titolo del giornale El Universal è stato: “Almagro chiede alla comunità internazionale di evitare che il Venezuela sia un altro Ruanda”.</p>
<p>Lo stesso agosto, il Presidente Maduro ha denunciato in una conferenza stampa successiva al tentativo di omicidio con i droni, che gli Stati Uniti, insieme ad altri paesi, lavoravano appoggiando l&#8217;ex militare Oswaldo Garcia Palomo perché tornasse a tentare un golpe di Stato dopo aver fallito con l&#8217;Operacion Constitucion, prima delle elezioni presidenziali di maggio e l&#8217;esperimento della cellula armata capitanata da Oscar Perez.</p>
<p>A dicembre, molto vicino alla riunione dell’OSA che ha forgiato Guaidò, il presidente Maduro ha dato un&#8217;altra conferenza stampa nella quale ha denunciato che gli Stati Uniti si preparavano ad appoggiare un governo parallelo, un nuovo tentativo di golpe di Garcia Palomo e se tutto fosse andato male, un intervento sostenuto da più di settecento mercenari allenati in Colombia ed equipaggiati dalla Forze Speciali degli Stati Uniti, addestrati nella base Eglin della Forza Aerea, che si trova paradossalmente in Florida.</p>
<p>Il finale di questa storia si conosce bene: Guaidò si è autoproclamato in una piazza di Chacao, con questa scusa gli Stati Uniti hanno ordinato un embargo petrolifero contro il Venezuela, Garcia Palomo è stato arrestato alcuni istanti prima di dare il via al suo ultimo tentativo di golpe e Washington, un mese dopo ha sostenuto un&#8217;operazione militare dalla Colombia, sotto la copertura di un disinteressato “aiuto umanitario”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #ff0000">Guaidò, il fusibile che si brucia</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La Casa Bianca ha disegnato Guaidò come un&#8217;operazione con codice aperto che potesse unirsi a molti gruppi dispersi, ma con un solo obiettivo comune: cacciare Maduro. Come nel 2014 e nel 2017 è stato “La Salida”, dopo le dimostrazioni violente (guarimbe), la comparsa di Oscar Perez e la sovraesposizione dell&#8217;esodo migratorio; tra molte altre operazioni dello stesso tipo. Guaidò, come tutte le altre, è solo funzionale, fino a quando permetterà di essere usato come copertura narrativa dell&#8217;insieme di aggressioni e azioni contro la Repubblica Bolivariana.</p>
<p>L&#8217;impegno di Washington ad aggiungere sanzioni, embargo, minacce ed offese diplomatiche è ampiamente dimostrativo su come è utilizzato per accelerare un percorso che si è impantanato, soprattutto sul versante regionale e internazionale, dove la tesi di un intervento non è stata ricevuta bene al punto che uno dei creatori dell&#8217;operazione, John Bolton è stato obbligato a dire che hanno bisogno di “una coalizione più ampia possibile per cacciare Maduro ed il suo regime corrotto”.</p>
<p>L&#8217;operazione Guaidò ha bisogno di incamminarsi, come il percorso del piano Bolton, perché oltre l&#8217;epopea mediatizzata e standardizzata dalle reti sociali: la quantità di risorse di potere poste contro il Venezuela non ha ottenuto gli obiettivi necessari, ma al contrario ha reso più coeso il chavismo intorno a Maduro. In questo pantano arrestare Guaidò avrebbe reso credibile la storia che Bolton vuole vendere al mondo per armare una coalizione contro Maduro, però non è successo, e con questo si alimenta il discorso chavista, e la paura e il rifiuto che produce uno sfacciato intervento esterno guidato da Trump. Le ultime riunioni del Gruppo di Lima e del Consiglio di Sicurezza dell&#8217;ONU lo dimostrano.</p>
<p>Parafrasando un alto funzionario di Ronald Reagan, nel senso “che l&#8217;Impero agisce creando la sua propria realtà per farlo”, la storia sul conflitto venezuelano gli è scappata di mano. Per questo, per dare vita alla minaccia socialista, agitata da Trump in previsione delle presidenziali del 2020, il cammino dell&#8217;aggressione al Venezuela deve trovare uno sbocco che Guaidò non gli ha dato. Ciò renderebbe utile, sempre che se ne possa spiegare o no la comparsa, nella fase seguente, un rinnovato intento di creare uno Stato Islamico venezuelano, nel caso di non riuscire a cacciare il governo in qualsiasi altro modo.</p>
<p>In questo contesto, di attori locali che non riescono a compiere gli ordini globali, l&#8217;importanza di Guaidò si riduce solo a quel che possono fare con lui.</p>
<p>da Mision Verdad</p>
<p>di Bruno Sgarzini</p>
<p>traduzione di Marco Bertorello</p>
<p>floto:Semana.com</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Vargas Llosa, l&#8217;affabulatore</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Apr 2019 22:54:37 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ci sono pochi dubbi sulla qualità di Mario Vargas Llosa come narratore. Nonostante le sue ultime opere non abbiano lo stesso spessore letterario delle precedenti, il peruviano rimane un notevole scrittore. Come ho però dimostrato in un libro di prossima uscita “El Hecicero de la Tribu”, il suo talento come analista politico, volendo essere benevoli, non supera la mediocrità.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_10906" style="width: 580px" class="wp-caption alignleft"><img class="size-full wp-image-10906" alt="Mario Vargas Llosa" src="/files/2019/04/Mario-Vargas-Llosa-580x388.jpg" width="580" height="388" /><p class="wp-caption-text">Mario Vargas Llosa</p></div>
<p><strong>Ci sono pochi dubbi sulla qualità di Mario Vargas Llosa come narratore. Nonostante le sue ultime opere non abbiano lo stesso spessore letterario delle precedenti, il peruviano rimane un notevole scrittore. Come ho però dimostrato in un libro di prossima uscita “El Hecicero de la Tribu”, il suo talento come analista politico, volendo essere benevoli, non supera la mediocrità.</strong></p>
<p>Chiaramente l&#8217;analisi politica non è il suo meglio, perché non conosce neanche le teorie e ancora meno la metodologia, il suo mondo, quello in cui naviga con maestria, è la finzione. Come lui stesso ha dichiarato più di una volta, uno scrittore è colui che scrive menzogne che sembrano verità.</p>
<p>L&#8217;eleganza e la precisione formale della sua scrittura, accompagnate sempre da un enfasi confinante con il fanatismo quando tratta argomenti politici o ideologici, esercitano una potente seduzione sui suoi lettori.</p>
<p>Ubriaco delle sue stesse parole, Vargas Llosa oltrepassa con assoluta tranquillità i limiti della finzione e si avventura nell&#8217;analisi politica e lì, su questo terreno scivoloso e in alcuni momenti traditore, scarica a destra ed a sinistra affermazioni colleriche quando reagisce di fronte a fenomeni o ideologie politiche che sono agli antipodi delle sue convinzioni.</p>
<p>Per questo, il colombiano Cesar Gaviria, che è stato segretario dell’OSA prima che, sotto la guida di Luis Almagro, questa istituzione affondasse in un’incancellabile ignominia, ha detto che a volte a leggere Don Mario “ho l&#8217;impressione che le sue capacità di analisi politica sia proporzionalmente inverse ai suoi meriti letterari, e dovrebbe ascoltare più frequentemente il ritornello che a tutti noi hanno insegnato da bambini: “calzolaio alle tue scarpe” (parla solo di ciò che conosci).” (El Pais, Spagna, 18 giugno 2000)</p>
<p>Non metterò mai in dubbio che Vargas Llosa possa manifestare liberamente le sue opinioni politiche o, come avrebbe detto il suo amico Octavio Paz, le sue vezzosità, che sono qualcosa che deve essere disgiunto dalle idee. Però l&#8217;aria pontificale con cui le emette come se fossero il prodotto di una minuziosa analisi e la complicità di chi le riceve e le riproduce sui mezzi egemonici, trasformano in verità irrefutabili un esercizio volgare di propaganda, per il quale il narratore si trasforma in un affabulatore. La recente intervista concessa ad un giornalista del quotidiano La Nacion di Buenos Aires lo scorso 25 marzo, in occasione della sua visita a questo paese per partecipare all&#8217;VIII Congresso Internazionale della Lingua Spagnola, che si celebrava a Cordoba, lo prova senza attenuanti. Prenderò solo due passaggi a titolo di esempio.</p>
<p>Nel primo si dice testualmente che “in questo momento l&#8217;umanità ha un privilegio che non ha mai avuto prima. Gli stati possono decidere se vogliono essere prosperi o poveri. E le ricette sono lì, provate. I paesi che hanno rafforzato la proprietà privata, l&#8217;impresa privata, il libero mercato e si sono aperti al mondo hanno progredito.”</p>
<p>Se questa sparata fosse certa bisognerebbe concludere, cosa che il peruviano non fa, che almeno i quattro quinti dell&#8217;umanità sono costituiti da profondi imbecilli, che al posto di vivere nella prosperità, preferiscono vivere nell&#8217;indigenza, senza case degne, senza educazione, salute pubblica, accesso all&#8217;acqua potabile e fognature. Siccome il nostro autore non ha formazione nelle scienze sociali non gli capita neanche di consultare alcune fonti insospettabili di essere contaminate con il virus populista o sinistrorso che tanto lo mantiene insonne.</p>
<p>Come Oxfam, per esempio, che, nel suo rapporto presentato al Vertice di Davos nel 2019 ha dimostrato che dal 2015 l&#8217;1% più ricco della popolazione mondiale possiede più ricchezza che il resto del pianeta; che le entrate del 10% più povero della popolazione mondiale sono aumentate meno di tre dollari all&#8217;anno tra il 1988 e il 2011, mentre quelle dell&#8217; 1% più ricco sono incrementate 182 volte di più. E, ricordiamo, la maggioranza di questi paesi poveri si sono visti imporre dall’FMI o dalla Banca Mondiale o dai loro succedanei regionali, le politiche di libero mercato e privatizzatrici dell&#8217;imperialismo, che con tanto ardore pubblicizza Vargas Llosa.</p>
<p>Parlando specificamente dell’Argentina, il narratore ritorna ad affabulare quando sentenzia che “questo paese è stato il primo della regione a sradicare l&#8217;analfabetismo. Adesso nessuno lo ricorda però se l&#8217;è proposto e l’ha fatto. La domanda è com&#8217;è successo che l&#8217;Argentina ha smesso di essere un paese prospero. E la risposta è facile: ha scelto la strada della povertà.”<br />
Due cose: la risposta non è semplice ma semplicistica, che non è la stessa cosa. Per di più è falsa in più di un significato. E&#8217; stata Cuba, dopo la Rivoluzione, il primo paese a sradicare l&#8217;analfabetismo in America Latina. E secondo, perché, se avesse avuto la prudenza di consultare le fonti statistiche argentine si sarebbe accorto che questo Paese, a differenza dei suoi tanto ingiuriati Cuba e Venezuela, non ha sradicato l&#8217;analfabetismo.<br />
Agli albori del peronismo, il censimento del 1947 registrava un 13,6% di analfabeti tra la popolazione maggiore di 10 anni.</p>
<p>Significa che dopo quasi settanta anni di politiche liberali, gestite dall&#8217;oligarchia di questo paese, quando, ipoteticamente, argentine e argentini hanno scelto la prosperità, il tasso di analfabetismo continuava ad essere considerevolmente elevato. Si è dovuto attendere fino al 1991 per farlo scendere fino al 3,7% e nel censimento del 2010, sotto il governo di Cristina Fernandez, il tasso è arrivato all&#8217;1,92%, che è quello che tecnicamente si considera il limite minimo per certificare la fine dell&#8217;analfabetismo in un paese.</p>
<p>Giudizio finale: bocciato in analisi politica per gravi errori metodologici.</p>
<p>Come disse Cesar Gaviria “Zapatero a tus zapatos”, Don Mario. Finiscila di dire menzogne affinché sembrino verità.</p>
<p>di Atilio Boron</p>
<p>da Cubadebate</p>
<p>traduzione di Marco Bertorello</p>
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		<title>Bolivia 1- Coca Cola 0</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Oct 2014 00:41:23 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Molti si vantano di affermare che l'economia non ha nulla a che vedere con la politica. Insistono nello spiegare l'economia come una scienza esatta, come l’ingegneria, in cui un insieme di strumenti tecnici, quasi magicamente, ed a volte per inspiegabili cause neutrali, finiscono per definire il modo più efficace per organizzare una società. Parlare di politica quando si discute di economia sembra una bestemmia per quegli acerrimi difensori del paradigma egemonico. Così, l'economia la presentano come una questione di esperti in cui il popolo, e pertanto la politica, non possono dare il loro parere.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-8181" alt="" src="/files/2014/10/morales-coca-cola-logo.jpg" width="300" height="250" />Molti si vantano di affermare che l&#8217;economia non ha nulla a che vedere con la politica. Insistono nello spiegare l&#8217;economia come una scienza esatta, come l’ingegneria, in cui un insieme di strumenti tecnici, quasi magicamente, ed a volte per inspiegabili cause neutrali, finiscono per definire il modo più efficace per organizzare una società. Parlare di politica quando si discute di economia sembra una bestemmia per quegli acerrimi difensori del paradigma egemonico. Così, l&#8217;economia la presentano come una questione di esperti in cui il popolo, e pertanto la politica, non possono dare il loro parere.  </strong></p>
<p>“Il tempo della post politica”, come dice Chantal Mouffe, è quello in cui si pretende imporre, da parte di coloro che cercano di evadere la disputa politica, ogni volta che si deve discutere su temi sociali di massima importanza. Meno male che in seguito la stessa realtà confuta questa tesi assurda e finisce sempre per dimostrare che la politica attraversa l&#8217;economia. Dal momento che non può essere in modo diverso, non c&#8217;è dibattito economico se questo non si fa dal confronto politico.</p>
<p>Sono già passati alcuni giorni ed ora si può raccontare senza stress elettorale. L’attacco smisurato della Coca Cola contro il governo di Evo Morales, giusto prima delle elezioni della passata domenica 12 ottobre, è un buon esempio per spiegare come la politica si trasforma in una variabile chiave per capire che cosa succede in termini economici. In maniera molto “curiosa” (le virgolette sono virgolette ironiche), Coca Cola, a pochi giorni dal gran appuntamento democratico, decide di aumentare il prezzo di tutti i prodotti della sua marca, in un paese dove il controllo dei prezzi è una religione molto effettiva ed appoggiata dalla maggioranza della popolazione.</p>
<p>Così, improvvisamente, la più multinazionale delle multinazionali considera che i costi dei suoi prodotti sono aumentati ed è giustamente in piena giornata di riflessione elettorale il momento più opportuno per provocare un aumento dei prezzi in prodotti che sono ampiamente consumati dal popolo boliviano.</p>
<p>Nel governo del MAS, la lotta contro l&#8217;inflazione è un obiettivo prioritario e così si dimostra nella sua effettiva politica di controllo dei prezzi, di monitoraggio giornaliero su moltissimi prodotti della cesta basica dei boliviani. Questo processo di cambiamento capisce che l&#8217;inflazione è letteralmente una questione di sforzo distributivo, di lotta tra il potere di mercato di pochi (che cerca il massimo guadagno) ed il potere popolare della maggioranza sociale (che non desidera perdere potere d&#8217;acquisto).</p>
<p>L&#8217;inflazione è un&#8217;equazione politica e non un valore uscito da uno shaker di variabili tecniche. Così è come Evo Morales ed i suoi collaboratori concepiscono questa arma di distruzione di massa del XXI secolo. E per questo il suo governo può contare su un&#8217;economia in continua crescita, con forte protagonismo delle politiche sociali ridistributive, con un&#8217;inflazione controllata e compensata abbondantemente dal miglioramento delle condizioni di vita salariali della cittadinanza.</p>
<p>Questo successo in politica economica non è casuale, ma deriva dal concepire che la lotta contro l&#8217;inflazione solo si può realizzare dal recupero della sovranità in politica economica. Coca Cola si è confusa nell’epoca, e ha creduto che stesse ancora nell&#8217;era neoliberale, pensando che poteva incrementare i prezzi come se la libertà di mercato fosse più importante della giustizia sociale per i boliviani. Ed invece no.</p>
<p>Il governo boliviano ha dato una lezione magistrale di economia politica ostacolando che Coca Cola abusasse della sua posizione di mercato per colpire la vita quotidiana dei boliviani, e soprattutto se questo si produce a così poco tempo dalla votazione nelle elezioni. Il ministro di Sviluppo Produttivo, Teresa Morales, non lasciò posto ai dubbi nella sua reazione: “questo è un atto politico”; “Coca Cola non ha trovato la migliore maniera di attaccare questo momento iniziando un processo di incremento dei prezzi”; “la compagnia cade in un atto apertamente politico e di attentato contro il portafoglio dei boliviani, poiché lancia questa misura due giorni prima delle elezioni.”</p>
<p>Tanto contundente come efficace, la posizione della ministro e del Presidente, che non hanno permesso questo tentativo di golpe di mercato, che pretendeva contaminare l&#8217;ambiente affinché l&#8217;opposizione pescasse elettoralmente “in un fiume in piena”. Il governo ha usato le sue facoltà legali e politiche per sospendere questo incremento di prezzi; ha obbligato i dirigenti della Coca Cola a dare spiegazioni; li ha fatti retrocedere; ed inoltre ha dichiarato che da adesso anche le bevande gasate saranno dentro il monitoraggio giornaliero dei prezzi. L&#8217;inflazione, per questo governo, non potrà mai essere così concepita, come un essere paranormale che ha vita propria ma senza nomi né cognomi. No. In questa Bolivia, l&#8217;inflazione si controlla con misure azzeccate ed economiche ma sempre dalla politica, identificando chi è ciascuno, e che tipo di interessi ha.</p>
<p>Recuperare la sovranità in politica economica è capire precisamente che solo si può avere un&#8217;altra economia giusta ed umanista, se questa si implementa da una posizione politica indipendente. Il governo di Evo Morales l&#8217;ha dimostrato, e la vittoria di fronte alla Coca Cola è una dimostrazione in più di questa strada ardua ma fruttuosa.</p>
<p>Così è come si spiega che Evo Morales abbia l&#8217;appoggio che ha nelle urne perché non promette quello che non compie; perché la sovranità non è un eufemismo da nulla, bensì realmente costituisce il principio politico basilare per portare a termine una politica economica molto azzeccata. Adesso, Coca Cola, prima di volere usare il suo potere di mercato, lo penserà due volte, perché ad affrontarla ci sarà un processo guidato da un Presidente che sa perfettamente usare il suo potere politico, elettorale, sociale e popolare.</p>
<p>Preso da CELAG</p>
<p>di Alfredo Serrano Mancilla</p>
<p>traduzione di Ida Garberi</p>
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		<title>Investigatori dibattono a Cuba sulla relazione tra mass media e politica</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Nov 2013 01:31:38 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nel mondo attuale è di somma importanza avere la coscienza della funzione dei mass media, agenti attivi nella legittimazione del potere, hanno assicurato oggi in questa capitale studiosi del campo della comunicazione. Alcuni investigazioni presenti durante il VII Incontro Internazionale degli Studiosi dell'Informazione e della Comunicazione (ICOM 2013) che si svolge fino al giorno 30, si sono avvicinati alla relazione tra mass media, potere e politica.  ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-7346" src="/files/2013/11/ICOM.png" alt="" width="300" height="250" />Nel mondo attuale è di somma importanza avere la coscienza della funzione dei mass media, agenti attivi nella legittimazione del potere, hanno assicurato oggi in questa capitale studiosi del campo della comunicazione. </strong></p>
<p>Alcuni investigazioni presenti durante il VII Incontro Internazionale degli Studiosi dell&#8217;Informazione e della Comunicazione (ICOM 2013) che si svolge fino al giorno 30, si sono avvicinati alla relazione tra mass media, potere e politica.</p>
<p>Solitamente le possibilità di questa interdipendenza sono utilizzate per servire alle motivazioni egemoniche dei grandi centri di potere, hanno spiegato gli accademici.</p>
<p>Col pretesto di promuovere le chiamate libertà e democrazia allo stile degli Stati Uniti, il governo di questo paese destina fondi milionari al finanziamento di stazioni radiofoniche e televisive, il cui obiettivo è fare la guerra a Cuba con i mass media, ha spiegato l&#8217;investigatrice Olga Gonzalez.</p>
<p>D’accordo col professore Roger Ricardo, la comprensione del vincolo tra mass media e politica è cruciale per l&#8217;intendimento dei processi attraverso i quali passa, ogni minuto, il destino dell&#8217;umanità.</p>
<p>Questo principio -secondo Raul Garces, decano della Facoltà di Comunicazione dell&#8217;Università de L&#8217;Avana &#8211; si conferma in un momento in cui l&#8217;informazione e la conoscenza occupano il centro di molti dei recenti cambiamenti politici, economici e sociali del pianeta.</p>
<p>Convocato dall&#8217;Università de L&#8217;Avana, ICOM 2013 accoglie presentazioni di più di 250 delegati di nove paesi organizzate intorno all&#8217;asse tematico &#8220;Informazione e comunicazione contro egemoniche nei nuovi scenari dell&#8217;integrazione&#8221;.</p>
<p>da Prensa Latina</p>
<p>traduzione di Ida Garberi</p>
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		<title>Riflessioni sulla crisi europea e l’Economia Politica</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Jul 2013 01:26:51 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In Ecuador e America Latina siamo esperti di crisi: le abbiamo sofferte quasi tutte e la stragrande maggioranza di esse affrontate tremendamente male. Mentre – almeno in teoria – la politica economica cerca di alleviare gli effetti della crisi al minor costo, nel più breve tempo possibile e ripartendo adeguatamente tali costi in modo che ricadano sui meno vulnerabili e responsabili della crisi, in realtà tutto è in funzione del capitale, fondamentalmente nazionale e finanziario internazionale.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Rafael Correa</strong></p>
<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-6843" src="/files/2013/07/Correa.jpg" alt="" width="300" height="194" />In Ecuador e America Latina siamo esperti di crisi: le abbiamo sofferte quasi tutte e la stragrande maggioranza di esse affrontate tremendamente male. Mentre – almeno in teoria – la politica economica cerca di alleviare gli effetti della crisi al minor costo, nel più breve tempo possibile e ripartendo adeguatamente tali costi in modo che ricadano sui meno vulnerabili e responsabili della crisi, in realtà tutto è in funzione del capitale, fondamentalmente nazionale e finanziario internazionale.</strong></p>
<p>Oggi vediamo con preoccupazione come l’Europa commetta gli stessi errori. Mentre la crisi colpisce con tutta la sua forza in alcuni paesi, si continuano ad applicare le formule ortodosse che hanno fallito in tutto il mondo e che rappresentano l’opposto di quanto sia tecnicamente e socialmente auspicabile.</p>
<p>A Cipro e in altri paesi europei in crisi sono imposti programmi d’ aggiustamento strutturale che hanno fatto tanti danni in America Latina. La presunta mancanza di risorse per superare la crisi perde di significato quando in Portogallo, Grecia e Irlanda gli importi necessari per il “salvataggio” delle banche sono maggiori dei salari totali e gli stipendi pagati a tutti i lavoratori di quei paesi.</p>
<p>In Spagna, la stessa casa valutata dalla banca per la concessione del credito, ora vale più volte di meno, in modo che il cittadino, subita la perdita della casa, rimanga in debito per tutta la vita. Sono i famosi “sfratti”, causa del 34% dei suicidi nel paese. Tutto questo non è solo immorale, è anche economia maldestra e imbarazzante, perché si arriverà al peggiore di tutti i mondi: le famiglie che hanno bisogno di case, restano senza casa, e le banche che non hanno bisogno di case… colme di case!</p>
<p>Nessuno dubita che occorre correggere gravi errori anche d’origine, per esempio, l’unione monetaria di paesi con diversi livelli di produttività e grandi differenze di salario, come nessuno dubita che essenzialmente non si sta cercando di superare questa crisi con il minor costo possibile per i cittadini europei, ma fondamentalmente di garantire il pagamento del debito alle banche private. Come nella crisi latino-americana, diciamo che c’è un problema di “overborrowing”, senza riconoscere il corrispondente e ineludibile problema di “overlending”. Sembra che il capitale non abbia mai responsabilità.</p>
<p>Tutto questo dimostra che il problema non è tecnico, ma bensì politico, sul chi comanda in una società: gli esseri umani o il capitale. In ambito accademico, penso che il più grande danno causato all’economia sia stato quello di toglierle la sua intestazione e natura originale di “Economia Politica”. Ci vogliono far credere che tutto sia una questione “tecnica”, mascherando l’ideologia da scienza, e facendo astrazione delle relazioni di potere che hanno trasformato gli economisti – parafrasando John Kenneth Galbraith – inutili per servire l’essere umano, principio e fine dell’Economia, ma piuttosto utili per i poteri e i paradigmi dominanti.</p>
<p>Non si è potuto o voluto capire che la principale sfida dell’umanità all’inizio del secolo XXI è di liberare dal dominio del capitale e della sua principale estensione, l’entelechia del mercato. In altre parole, ottenere che gli esseri umani abbiano supremazia sul capitale; società CON mercato, e non DI mercato; il mercato come servo, non come padrone.</p>
<p>[trad. dal castigliano di Fabrizio Verde]</p>
<p>da albainformazione.wordpress.com</p>
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