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	<title>Cubadebate (Italiano) &#187; neoliberalismo</title>
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		<title>Cinque chiavi geopolitiche per pensare America Latina nel 2020</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Jan 2020 01:58:19 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Comincia il 2020 e si ravvivano le braci di un 2019 turbolento che è cominciato con un Venezuela sotto assedio, ed è terminato con un golpe di Stato contro il processo di cambiamento boliviano e con Evo Morales come rifugiato politico dei governi del Messico prima, ed Argentina dopo, tutto ciò mentre insurrezioni popolari sfidavano nuovamente il modello neoliberale ad Haiti, Honduras, Ecuador o Cile, alle quali si sommavano le grandi mobilitazioni contro il sistema politico in Colombia.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-11282" alt="america-latina-620x400-580x374" src="/files/2020/01/america-latina-620x400-580x374.jpg" width="580" height="374" />Comincia il 2020 e si ravvivano le braci di un 2019 turbolento che è cominciato con un Venezuela sotto assedio, ed è terminato con un golpe di Stato contro il processo di cambiamento boliviano e con Evo Morales come rifugiato politico dei governi del Messico prima, ed Argentina dopo, tutto ciò mentre insurrezioni popolari sfidavano nuovamente il modello neoliberale ad Haiti, Honduras, Ecuador o Cile, alle quali si sommavano le grandi mobilitazioni contro il sistema politico in Colombia.  </strong></p>
<p>Probabilmente nell&#8217;anno 2020 ci saranno ancora più “focolai” rossi sui quali puntare la nostra attenzione, ma cerchiamo di dare priorità ed analizzare i 5 principali:</p>
<p><strong>L&#8217;asse progressista Messico-Argentina.</strong> Il ritorno del “kirchnerismo” e del peronismo nella terza economia latinoamericana non solo implica la sconfitta del progetto neoliberale “macrista” alle urne, essendo il primo presidente latinoamericano in tutto il ciclo progressista che non ottiene la rielezione, ma insieme al Messico conforma un asse progressista conformato da 2 dei 3 paesi latinoamericani membri del G20.</p>
<p>La buona sintonia tra Alberto Fernandez ed Andres Manuel Lopez Obrador, il cui governo inoltre è incaricato della presidenza pro tempore della CELAC (che avrà un primo incontro di conversazioni l’8 gennaio a Città del Messico) potrebbe dare un nuovo impulso all&#8217;integrazione regionale di un’America Latina agitata da golpe di Stato e ribellioni popolari. Benché ogni Presidente abbia molto da fare in casa sua per smontare il danno sociale neoliberale, con la rinegoziazione del debito di più di 50.000 milioni di dollari contratta con l’FMI nel caso di Fernandez, e le sfide per diminuire i tassi di povertà, disuguaglianza e violenza, nel caso di Lopez Obrador, sembra che ci sia un&#8217;intenzione per spingere una leadership regionale che nessun Presidente della destra latinoamericana può avere.</p>
<p><strong>Il golpe di Stato in Bolivia.</strong> Con Evo Morales protetto dal governo argentino e già molto più vicino alla Bolivia, i prossimi movimenti passano per la convocazione di elezioni il 6 gennaio (per il 3 maggio, con la presa di possesso il 6 agosto) e la designazione il 19 gennaio del candidato del MAS-IPSP, che tutto sembra indicare potrebbe essere Luis Arce Catacora, l&#8217;ex Ministro di Economia, artefice del miracolo economico boliviano, come una forma di ricorrere non tanto alla classe media bensì soprattutto alla tasca della gente comune, che rimarrà seriamente colpita in caso che i golpisti continuino nel potere. Il suo accompagnatore potrebbe essere un indigeno come l&#8217;ex Cancelliere Diego Pary, o un dirigente contadino come Andronico Rodriguez, Vicepresidente delle Sei Federazioni del Tropico di Cochabamba.</p>
<p>Ma malgrado il MAS potrebbe essere il partito più votato nel primo turno, è necessario essere coscienti che quelli che hanno spinto il golpe di Stato in Bolivia non consegneranno il potere in un appuntamento elettorale, e faranno tutto quello che possono e non possono fare per mantenerlo. Il ritorno della DEA, USAID e dell&#8217;Ambasciatore degli Stati Uniti, come la privatizzazione di aziende pubbliche o la vendita del litio, non saranno facilmente messe a rischio dai golpisti e dai loro soci del Dipartimento di Stato.</p>
<p><strong>Venezuela.</strong> Nonostante abbia sofferto durante il 2019 un&#8217;aggressione militare, diplomatica e mediatica maggiore che quella che ha provocato la caduta del processo di cambiamento boliviano, ed un blocco economico che ha rubato più di 30 mila milioni di dollari di pesos dovuto alle sanzioni, Venezuela comincia il 2020 come uno dei paesi più stabili della regione, consegnando l&#8217;abitazione numero 3 milioni ai settori più umili (con una meta di 5 milioni di abitazioni per il 2025) e dedicando il 76% del PIB ad investimento sociale, qualcosa di inedito nel continente.</p>
<p>Questo 2020 ci saranno le elezioni legislative, il numero 26 dal 1998 (delle 25 anteriori il chavismo ne ha vinte 23) e se si riesce a riattivare l&#8217;economia e l&#8217;opposizione golpista si mantiene divisa, può essere l&#8217;anno in cui si consolidi la tappa post Chavez della Rivoluzione Bolivariana.</p>
<p><strong>Ribellioni anti-neoliberali.</strong> Con un capitalismo globale in fase di decomposizione, ed un modello neoliberale che non può garantire condizioni di vita degne per la maggioranza della popolazione, le mobilitazioni popolari che adottano differenti ritmi, intensità e leadership secondo il paese, saranno in aumento durante 2020. Se a questo si somma l&#8217;onda femminista che può convertirsi in tsunami proprio là dove la sinistra non assuma il femminismo come parte del suo orizzonte politico, si danno le condizioni affinché la destra non possa imporre il suo programma grazie alle lotte di quelle e quelli più in basso.</p>
<p><strong>Stati Uniti.</strong> Last but not least, l&#8217;elezione presidenziale colpisce in America Latina, dal Messico all&#8217;Argentina, passando per Cuba ed ovviamente Venezuela, oltre a Bolivia o Brasile di un sempre più discusso Bolsonaro e di un Lula che può dimostrare una leadership in libertà non solo politica, bensì sociale.</p>
<p>L&#8217;atto di inizio della campagna “trumpiana” eseguito a Baghdad mediante l&#8217;assassinio del generale iraniano Soleimani è solo la conferma della necessità che ha Trump di una guerra e vari nemici esterni per assicurarsi la rielezione.</p>
<p>Se il 2020 non ci troverà confessati, speriamo almeno di essere informati.</p>
<p>di Katu Arkonada</p>
<p>da Telesur</p>
<p>traduzione di Ida Garberi</p>
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		<title>Cuba si prepara per una mobilitazione in appoggio alla Democrazia e contro il Neoliberalismo</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Nov 2016 02:10:41 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L'attività nell'isola che si svilupperà nella Plaza Ignacio Agramonte, dell'Università de L'Avana, avrà come punto centrale la difesa della sovranità nazionale davanti agli interessi interventisti dell'imperialismo, assicurò Mario Molina, funzionario dell'Organizzazione di Solidarietà dei Popoli dell'Africa, dell’Asia e dell’America Latina (Ospaaal).  ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-9572" alt="Cuba-Jornada" src="/files/2016/11/Cuba-Jornada.jpg" width="300" height="250" />A Cuba, la giornata continentale per la Democrazia e contro il Neoliberalismo che avrà luogo il prossimo 4 novembre, sarà un “vespaio popolare”, come hanno informato oggi rappresentanti di organizzazioni sociali.</strong></p>
<p>L&#8217;attività nell&#8217;isola che si svilupperà nella Plaza Ignacio Agramonte, dell&#8217;Università de L&#8217;Avana, avrà come punto centrale la difesa della sovranità nazionale davanti agli interessi interventisti dell&#8217;imperialismo, assicurò Mario Molina, funzionario dell&#8217;Organizzazione di Solidarietà dei Popoli dell&#8217;Africa, dell’Asia e dell’America Latina (Ospaaal).</p>
<p>Inoltre, sarà un’occasione per protestare nuovamente contro il bloqueo imposto dagli Stati Uniti contro Cuba e contro l’occupazione illegale del territorio nell&#8217;orientale provincia di Guantanamo.</p>
<p>Con questa iniziativa, Cuba conferma la sua solidarietà coi popoli della regione, nella loro lotta contro la globalizzazione neoliberale e la spinta delle multinazionali nella loro campagna di dominazione, ha affermato.</p>
<p>Azioni di protesta si confermarono in questa giornata in Brasile, Argentina, Perù, Colombia, Cile, Uruguay ed altri paesi, sotto la convocazione “Nessun passo indietro! I popoli continuano in lotta per la loro integrazione, autodeterminazione e sovranità, contro il libero commercio e le multinazionali!”, spiegò il funzionario dell&#8217;Ospaaal.</p>
<p>In varie città del continente si denuncerà anche l&#8217;industrializzazione dell&#8217;agricoltura, la discriminazione, i femminicidi e gli assassini di leader comunitari, riferì.</p>
<p>Ha anche osservato che i preparativi della mobilitazione nella nazione caraibica sono a carico delle organizzazioni che integrano il Capitolo Cubano dell&#8217;Articolazione dei Movimenti Sociali verso l&#8217;Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America -Trattato di Commercio dei Popoli.</p>
<p>Tra questi si trovano la Federazione delle Donne Cubane, L&#8217;Associazione Nazionale di Piccoli Agricoltori, il Centro Memoriale Dr. Martin Luther King Jr., l&#8217;Istituto Cubano di Amicizia coi Popoli ed il Movimento Cubano per la Pace.</p>
<p>da Prensa Latina</p>
<p>traduzione di Ida Garberi</p>
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		<title>Lottare, vincere, cadere, rialzarsi. Fino all’ultimo giorno</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Sep 2016 02:35:24 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Vorrei riflettere su quello che sta succedendo nel continente. Non viviamo un buon momento. Non è nemmeno un momento terribile. Però assistiamo sicuramente a una fase di svolta storica. C’è chi ne parla come di un regresso, e di un’avanzata invece delle forze restauratrici. È vero che in questo ultimo anno, dopo dieci anni di lavoro intenso, di diffusione sul territorio dei governi progressisti e rivoluzionari, questo cammino si è fermato, in alcuni casi ha fatto passi indietro e in altri è in forse la sua stessa continuità. ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_9493" style="width: 500px" class="wp-caption alignleft"><img class="size-full wp-image-9493" alt="Alvaro Garcia Linera" src="/files/2016/09/Linera.jpg" width="500" height="317" /><p class="wp-caption-text">Alvaro Garcia Linera</p></div>
<p><strong>Vorrei riflettere su quello che sta succedendo nel continente. Non viviamo un buon momento. Non è nemmeno un momento terribile. Però assistiamo sicuramente a una fase di svolta storica. C’è chi ne parla come di un regresso, e di un’avanzata invece delle forze restauratrici. È vero che in questo ultimo anno, dopo dieci anni di lavoro intenso, di diffusione sul territorio dei governi progressisti e rivoluzionari, questo cammino si è fermato, in alcuni casi ha fatto passi indietro e in altri è in forse la sua stessa continuità. Compito di un rivoluzionario è analizzare freddamente la cosa, studiare il campo di battaglia, per dirla in termini militari, senza nascondersi nulla, perché è solo a partire da un’analisi lucida che si potranno trovare le forze reali, concrete per il progresso futuro.</strong></p>
<p>Non c’è dubbio che siamo di fronte a una contrazione territoriale nell’avanzamento dei governi progressisti. Lì dove le forze conservatrici hanno trionfato, è in atto un accelerato processo di ricostituzione delle vecchie élite degli anni ’80 e ’90, le quali vogliono riprendere in mano il controllo della gestione dello Stato. A livello culturale c’è il tentativo sfrontato, da parte dei mezzi di comunicazione, delle Ong, degli intellettuali organici della destra, di sminuire, di mettere in dubbio, di porre in discussione l’idea e il progetto di cambiamento e di rivoluzione.</p>
<p>Tutti insieme rivolgono il loro attacco a quello che possiamo considerare come il decennio virtuoso dell’America latina. Da oltre dieci anni il continente ha vissuto, in modi diversi e plurali, quali più quali meno radicali, ma tutti orientati verso la stessa direzione, gli anni di maggiore autonomia e costruzione di sovranità che sia dato ricordare dalla fondazione degli Stati nel XIX secolo.</p>
<p>Quattro cose che hanno caratterizzato il decennio virtuoso dell’America latina</p>
<p>Per prima cosa l’ambito politico: l’ascesa del sociale e delle forze popolari nell’assunzione del controllo del potere dello Stato. Il vecchio dibattito teorico del principio del secolo, se cioè sia possibile cambiare il mondo senza prendere il potere, è superato nella pratica dalla presa in carico del controllo dello Stato da parte dei settori popolari. Questi si trasformano in deputati, parlamentari, senatori, assumono una funzione pubblica, si mobilitano, fanno retrocedere le politiche neoliberiste, prendono su di sé la gestione dello Stato, modificano le politiche pubbliche, modificano i bilanci, e in dieci anni assistiamo a quel che potremmo definire la presenza dell’elemento popolare, dell’elemento plebeo, di svariate classi sociali, nella gestione dello Stato.</p>
<p>Assistiamo parimenti, in questo decennio, a un rafforzamento della società civile:  crescono nei più diversi ambiti, ciascuno con la propria ricchezza, i sindacati, le organizzazioni di categoria, i rappresentanti delle realtà locali e dei quartieri, gli studenti e le associazioni. Si squarciano le tenebre della notte neoliberista fatte di apatia e di finta democrazia, una potente società civile si costituisce per far fronte, congiuntamente ai nuovi Stati latino-americani, ai compiti dell’oggi.</p>
<p>In ambito sociale, stiamo assistendo a una vigorosa redistribuzione della ricchezza. In contro-tendenza rispetto alle politiche di estrema concentrazione della ricchezza che avevano fatto del continente latinoamericano uno dei più ingiusti del mondo, a partire dagli anni 2000 sotto la guida dei governi progressisti e rivoluzionari abbiamo assistito a un fenomenale processo di ridistribuzione della ricchezza. È una dinamica che sta conducendo all’ampliamento delle classi medie, non nel senso sociologico del termine bensì nel senso della loro capacità di consumo. In questo modo l’America latina sta portando avanti la limitazione delle disuguaglianze sociali, come mai era stato possibile nei cento anni precedenti.</p>
<p>In campo economico, con maggiore o minore intensità, ciascun governo degli Stati sta sperimentando proposte post-neoliberiste nella gestione dell’economia. Non sono ancora proposte socialiste, stiamo parlando di proposte post-neoliberiste che consentano allo Stato di riappropriarsi in maniera determinata del proprio ruolo di protagonista.</p>
<p>Riguardo alla politica estera si sta realizzando quella che potremmo definire informalmente un’internazionale progressista e rivoluzionaria a livello continentale. Lula, Kirchner, Correa, Evo e Chavez hanno costituito quello che si potrebbe definire una specie di comitato centrale di un’internazionale latino-americana che consentirà passi giganteschi in direzione della nostra piena indipendenza, e farà sorgere un’integrazione propria dei latinamericani, senza gli Stati uniti, senza la necessità di tutele né di padrini.<br />
lula chavez evo correa</p>
<p>Chavez, Morales, Lula, Correa</p>
<p>Tuttavia bisogna guardare in faccia la realtà e riconoscere che, negli ultimi mesi, questo processo di diffusione e di espansione territoriale dei governi progressisti  e rivoluzionari è andato scemando. C’è un ritorno dei settori di destra, in Paesi importantissimi e decisivi del continente, con il pericolo che, in altri Paesi ancora, la destra riprenda il controllo. È importante che ci chiediamo il perché.</p>
<p>È evidente che la destra sempre tenterà di sabotare i processi progressisti. Per loro si tratta, oltreché che di sopravvivenza politica, di una questione legata alla lotta per l’appropriazione delle eccedenze economiche. Ma è anche importante che riflettiamo sulle cose che noi non abbiamo fatto bene, che riconosciamo quei limiti che hanno permesso, o potrebbero permettere, che la destra riprenda l’iniziativa.</p>
<p>Io evidenzierei cinque problemi che si sono presentati durante il decennio virtuoso.</p>
<p>Una prima criticità è rappresentata dalle contraddizioni nell’ambito del quadro economico. Mi pare che abbiamo dato poca importanza alla questione dell’economia all’interno dei processi rivoluzionari. Quando si è all’opposizione non si gestisce nulla. Si lancia un progetto di Paese, si diffonde una proposta, ma non si gestisce alcunché. Chi è all’opposizione lancia un appello al popolo in termini di proposte, iniziative e suggerimenti. Ma quando ci si fa Stato, l’economia acquisisce un’importanza decisiva. E non sempre i governi progressisti hanno compreso l’importanza decisiva che l’economia riveste nella gestione di governo. È lì dove ci giochiamo il nostro destino. Se non vengono soddisfatti certi requisiti di base, ogni discorso è a zero. Il discorso dovrà essere molto positivo, può creare aspettative collettive positive, ma sulla base materiale  della soddisfazione minima di condizioni necessarie. In mancanza di ciò ogni discorso, per quante speranze possa creare, svanisce al cospetto della base economica.</p>
<p>Una seconda criticità. Alcuni governi rivoluzionari hanno adottato misure che hanno pregiudicato il blocco rivoluzionario e dato più forza al blocco conservatore. È vero che un governo deve governare per tutti, è la ragion d’essere dello Stato. Ma governare per tutti non significa consegnare tutte le risorse o prendere decisioni tali che, pur di soddisfare tutti, debilitano la base sociale dalla quale nasci, quella che ti sostiene, quella composta dai soli che, alla fine dei conti, scenderanno in strada per appoggiarti nei momenti di difficoltà. Come sciogliere questa contraddizione? Bisogna governare per tutti, avere riguardo per tutti, ma in primo luogo, ora e per sempre (come dice la Chiesa cattolica), individuando un’opzione preferenziale e prioritaria a favore dei lavoratori, dei cittadini, dei contadini. Non possiamo contemplare nessun tipo di politica economica che lasci ai margini le masse popolari. Se facciamo una cosa del genere, magari nel tentativo di neutralizzare la destra o di conquistare il suo appoggio, commettiamo un errore, perché la destra non è mai leale.</p>
<p>I governi progressisti e rivoluzionari hanno rappresentato, con un grado di maggiore o minore radicalità a seconda dei Paesi presi in considerazione, una crescita nel potere di lavoratori, contadini, operai, donne, giovani. Ma ha vita corta quel potere politico che non sia accompagnato dal potere economico dei settori popolari, poiché ci troveremmo di fronte alla solita contraddizione irresolubile: il potere politico in mano ai lavoratori, il potere economico in mano degli imprenditori o dello Stato.</p>
<p>Questo secondo problema che stiamo analizzando ha il volto della ridistribuzione della ricchezza in assenza di socializzazione della politica. La maggior parte delle misure che abbiamo adottato hanno favorito le classi subalterne. C’è un’espansione della classe media e della capacità di consumo dei lavoratori, unita a un maggior riconoscimento dei diritti irrinunciabili. Ma tutto ciò è avvenuto senza la necessaria socializzazione della politica, senza la conquista del senso comune. Avremo creato una nuova classe media, con capacità di consumo ma portatrice del vecchio senso comune di impronta conservatrice.</p>
<p>Non c’è vera rivoluzione, non c’è consolidamento del processo rivoluzionario se manca una profonda rivoluzione culturale. E in questo siamo indietro: non abbiamo sottratto alla destra l’iniziativa, essa ancora controlla università e fondazioni, case editrici, reti sociali, pubblicazioni, che fanno l’insieme dei meccanismi contemporanei di costruzione del senso comune.</p>
<p>Il terzo problema risiede in una debole riforma morale. È evidente che la corruzione corrode la società. I neoliberisti sono l’esempio di una corruzione istituzionalizzata, nel momento in cui hanno legato mani e piedi la cosa pubblica per farne una cosa privata. Le privatizzazioni sono state l’esempio più scandaloso, più immorale di corruzione generalizzata. Abbiamo lottato contro tutto questo, ma non basta. Non è stato sufficiente. È importante che, così come diamo l’esempio nel restituire la res publica, le risorse pubbliche, i beni pubblici in quanto beni di tutti, al tempo stesso sul piano personale e individuale ogni compagno deve aver cura di non abbandonare mai l’umiltà, la semplicità, l’austerità e la trasparenza.</p>
<p>Un quarto elemento, che non definirei di debolezza, è legato alla continuità della leadership nei regimi democratici. Quando trionfa una rivoluzione armata, la cosa è facile, perché la rivoluzione riesce a farla finita, quasi fisicamente, con i settori conservatori. Ma nelle rivoluzioni democratiche si deve convivere con l’avversario. Lo hai sconfitto sul piano del discorso, elettoralmente, politicamente, moralmente, però continua a essere il tuo avversario. È la democrazia. E le Costituzioni fissano dei limiti per l’elezione degli incarichi apicali. Come si risolve la questione della continuità della leadership? Si dirà: per vocazione populisti e socialisti seguono dei caudillos. Ma ogni vera rivoluzione esprime lo spirito dell’epoca e se ci affidassimo completamente alle istituzioni, non potremmo parlare di rivoluzione. Nessuna rivoluzione palpita nelle istituzioni. Probabilmente non c’è vera rivoluzione senza leader né caudillos, dove un ruolo importante è giocato dalla soggettività delle persone. Ma il problema è come garantire continuità al processo, tenendo conto che ci sono dei limiti costituzionali per un leader. Questa è una grande discussione, non facile da dirimere. Io non ho la risposta. Risiede forse lì l’importanza delle leadership collettive, di lavorare su leadership collettive, che permettano la continuità dei processi in ambito democratico. Ma a volte neanche questo è sufficiente.</p>
<p>Infine, una quinta debolezza è data dalla fragile integrazione economica continentale. Abbiamo avanzato molto bene quanto a integrazione politica, ma l’integrazione economica è molto più difficile. Perché ogni governo quello che vede è il suo spazio geografico, la sua economia, il suo mercato, e quando dobbiamo leggere gli altri mercati ecco che sorgono dei limiti. Uno parla, ma quando si deve vedere la bilancia dei pagamenti, gli investimenti, la tecnologia, le cose rallentano. Questa è la grande questione. Sono un sostenitore dell’idea che l’America latina potrà diventare padrona del suo destino nel XXI secolo solo se riesce a costituirsi in una specie di Stato continentale, multinazionale, che rispetti la struttura nazionale degli Stati, ma che al tempo stesso, accanto al rispetto delle strutture locali e nazionali, abbia un secondo livello di ordine finanziario, economico, culturale, politico e commerciale.</p>
<p>La destra vuole riprendere l’iniziativa. E in alcune situazioni ci è riuscita approfittando di alcune di queste debolezze. Non dobbiamo spaventarci, non dobbiamo essere pessimisti di fronte al futuro. Marx, nel 1848, quando analizzava i processi rivoluzionari, sempre parlava della rivoluzione come di un processo a ondate. Non ha mai pensato alla rivoluzione come un processo lineare verso l’alto. Un’ondata, un’altra ondata, e la seconda ondata avanza più in là della prima, e la terza più in là della seconda. Voglio pensare che siamo di fronte alla fine della prima ondata. E sta arrivando il riflusso. Ci vorranno settimane, ci vorranno mesi, ci vorranno anni, ma è chiaro che, visto che si tratta di un processo, ci sarà una seconda ondata, e quello che dobbiamo fare è prepararci, dibattendo su ciò che abbiamo fatto male nella prima ondata, in cosa abbiamo sbagliato, dove abbiamo commesso errori, che cosa mancava da fare, in modo che, quando arriva la seconda ondata, e prima è meglio sarà, i processi rivoluzionari continentali possano arrivare molto più in là, molto più in alto di quanto abbiano fatto nella prima ondata.</p>
<p>Ci toccano tempi difficili, ma per un rivoluzionario i tempi difficili sono pane per i suoi denti. Viviamo di questo, dei tempi difficili, di questo ci nutriamo. Il decennio d’oro del continente non è stato gratis. È stata la lotta dal basso che ha dato luogo al ciclo rivoluzionario. Non è caduta dal cielo questa prima ondata. Portiamo nel corpo le cicatrici e le ferite delle lotte degli anni Ottanta e Novanta. E se oggi, sia pure temporaneamente, dobbiamo tornare a quelle lotte, ben vengano. Per questo si è rivoluzionari.</p>
<p>Lottare, vincere, cadere, rialzarsi, lottare, vincere, cadere, rialzarsi. Fino all’ultimo dei nostri giorni, questo è il nostro destino.</p>
<p>di Álvaro García Linera, vicepresidente della Bolivia</p>
<p>dalla pagina di Rifondazione Comunista</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Grave minaccia dal Rio Bravo alla Patagonia</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Jul 2012 23:59:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il golpe di Stato contro il presidente del Paraguay, Fernando Lugo, esige di una revisione della sua strategia e tattica da parte dei governi progressisti e delle forze popolari latinoamericane. Basta ricordare che gli Stati Uniti dispongono di una grande pista di atterraggio in Mariscal Estigarribia, sul Chaco paraguaiano, pronta per ricevere aeroplani di trasporto Galaxy e bombardieri B-52. ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-5202" src="/files/2012/07/no-al-golpe-de-estado-en-paraguay.jpeg" alt="" width="300" height="198" />Il golpe di Stato contro il presidente del Paraguay, Fernando Lugo, esige di una revisione della sua strategia e tattica da parte dei governi progressisti e delle forze popolari latinoamericane. Basta ricordare che gli Stati Uniti dispongono di una grande pista di atterraggio in Mariscal Estigarribia, sul Chaco paraguaiano, pronta per ricevere aeroplani di trasporto Galaxy e bombardieri B-52. Costruita con l&#8217;accordo degli stessi partiti oligarchici che hanno dato il golpe parlamentare a Lugo, questi hanno approvato anche anteriormente l&#8217;entrata di truppe statunitensi al paese e segnali recenti fanno pensare che questa presenza sarà convertita in permanente. </strong></p>
<p>L&#8217;aeroporto si ubica sulla riserva d’acqua Guaranì –terzo serbatoio di acqua potabile al mondo–, molto vicino ai depositi gassosi della Bolivia, a cui il governo punta. Insieme alle basi già stabilite in Cile, Perù, Ecuador, Colombia e le Antille Olandesi conforma un dispositivo di cerchio militare dell&#8217;Amazzonia, con la sua grande ricchezza in biodiversità, e del Brasile nel suo congiunto, oltre a facilitare il rapido trasferimento di un gran corpo di spedizione per agire in America del Sud.</p>
<p>Il golpe, quindi, cerca di stabilire una minacciosa punta di lancia dell&#8217;imperialismo statunitense in una zona di enorme importanza geo-strategica, cuore del MERCOSUR e dell’UNASUR. La dottrina militare di Monroe supera così i Caraibi e l’America Centrale per lanciarsi da nord a sud in America Latina. Dopo il passaggio al Panama nel 1999 delle installazioni del canale, dove si stanziava il Comando Sud (CS) degli Stati Uniti, hanno proliferato manovre congiunte delle sue forze con eserciti latinoamericani ed accordi di sicurezza o piccole basi militari che ora abbracciano dal Messico, passando per il Salvador, l’Honduras, il nuovo Panama e arrivano fino al Paraguay.</p>
<p>I capi del CS sono venuti esponendo davanti alle commissioni del Congresso a Washington che i peggiori nemici degli Stati Uniti sono il narcoterrorismo, l&#8217;instabilità politica e la nascita di movimenti radicali populisti in America Latina.</p>
<p>Questa scrittura in codice descrive i governi di Hugo Chavez, Evo Morales, Rafael Correa, Daniel Ortega, Cristina Fernandez e Dilma Rouseff, ed i movimenti popolari, tra loro quello diretto da Andres Manuel Lopez Obrador. In modo che gli Stati Uniti considerano nemici i governi ed i movimenti che non soddisfano i loro interessi né si pieghino ai loro desideri, non gli importa l’appoggio popolare di cui godono. Ma, più tiepida –e non prudente–sarà la posizione di un leader davanti a Washington, meno appoggio popolare riceverà e maggiore sarà il rischio di essere destituito o frenato.</p>
<p>La questione è molto chiara.</p>
<p>Come ha osservato il politologo cubano Roberto Regalado, dopo la caduta del muro di Berlino, Washington si sbagliò considerando che il modello di democrazie neoliberali poteva funzionare indefinitamente mediante l&#8217;alternanza tra candidati dei partiti che difendono questa ideologia. Probabilmente giunse a questa conclusione considerando che lo spirito di disubbidienza delle masse era rimasto mozzato dopo l&#8217;assassinio di decine di migliaia di rivoluzionari e lottatori sociali da parte di Pinochet, l&#8217;Operazione Condor e la guerra sporca, in quell&#8217;orgia di sangue armato dalla CIA, che abbracciò della Patagonia al Messico tra gli anni sessanta ed ottanta del secolo XX. Non notò che precisamente le politiche neoliberali, la cui applicazione violenta è stata promossa in America Latina ed i Caraibi, avrebbero fatto tornare un&#8217;onda di lotte e proteste sociali. E che la cresta di quell&#8217;onda avrebbe collocato al comando, o sulla soglia, di un gruppo apprezzabile di governi della regione, importanti forze e leader popolari.</p>
<p>Intanto aspettava l&#8217;imminente resa di Cuba, strettamente vincolata, come è sempre stata la sua economia, alla caduta dell’URSS. Grave errore di apprezzamento, perché quella fiamma di disubbidienza mantenuta nelle circostanze più avverse di ostilità e bloqueo yankee, è stata una gran fonte di ispirazione delle menzionate lotte. E tiro in ballo anche Cuba perché più di mezzo secolo di vittoriosa resistenza all&#8217;ostilità politica, militare, le azioni terroristiche e la guerra economica dell&#8217;imperialismo yankee sono stati solo possibili in virtù di due fattori fondamentali: uno, l&#8217;unità monolitica e senza fessure del suo popolo e le sue organizzazioni di fronte a Washington; e due, non avergli fatto una sola concessione fin dal principio.</p>
<p>preso da La Jornada</p>
<p>scritto da Angel Guerra Cabrera</p>
<p>traduzione di Ida Garberi</p>
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