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	<title>Cubadebate (Italiano) &#187; Mapuche</title>
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		<title>Moira Millán denuncia il terricidio in Argentina</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Apr 2021 21:47:13 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Moira Millán ha sofferto da anni persecuzioni, minacce e il dolore di vedere il suo popolo massacrato, ma questa mapuche argentina non si è fermata e ha continuato a lottare per le popolazioni originarie. A 50 anni, questa weychafe (guerriera), una delle leader del Movimento delle Donne Indigene per il Buon Vivere, ha viaggiato per il paese da un capo all'altro combattendo per le sue sorelle, di fronte al terricidio e al costante femminicidio di coloro che sono vittime di pratiche aberranti in questo XXI secolo.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_12091" style="width: 580px" class="wp-caption alignleft"><img class="size-full wp-image-12091" alt="Moira Millan" src="/files/2021/04/Moira-Terricidio.jpg" width="580" height="343" /><p class="wp-caption-text">Moira Millan</p></div>
<p><strong>Moira Millán ha sofferto da anni persecuzioni, minacce e il dolore di vedere il suo popolo massacrato, ma questa mapuche argentina non si è fermata e ha continuato a lottare per le popolazioni originarie.</strong></p>
<p>A 50 anni, questa weychafe (guerriera), una delle leader del Movimento delle Donne Indigene per il Buon Vivere, ha viaggiato per il paese da un capo all&#8217;altro combattendo per le sue sorelle, di fronte al terricidio e al costante femminicidio di coloro che sono vittime di pratiche aberranti in questo XXI secolo.</p>
<p>In mezzo alla pandemia, l&#8217;offensiva continua e dal 14 marzo, Giornata Mondiale di Lotta contro le Dighe, lei e le sue sorelle hanno intrapreso una marcia da nord a sud del paese -per denunciare il terricidio come un crimine contro l&#8217;umanità e contro la natura- , che sperano di concludere a Buenos Aires il 25 maggio.</p>
<p>Tutto è iniziato nel 2013, racconta Millán in un&#8217;intervista esclusiva a Prensa Latina, che nel settembre di quell&#8217;anno partì per Ushuaia, la città più a sud dell&#8217;Argentina, per conoscere a fondo cosa stava succedendo con le donne mapuche e di altre varie etnie.</p>
<p>&#8220;Ad arrivare in ogni territorio, loro stesse, da varie comunità, sono venute a parlarmi dei loro problemi. Nel 2015 abbiamo realizzato una prima grande marcia delle donne indigene per il buon vivere, abbiamo presentato un disegno di legge alla nazione e ci siamo organizzate come movimento. Oggi siamo 500 delle 36 nazioni, dice.</p>
<p>Questa donna, che viene continuamente minacciata con frasi di odio, racconta che quando ha iniziato a ripercorrere il suo cammino attraverso Argentina era solo un sogno poter riunire le sue compagne in un movimento, e non aveva mai immaginato che sarebbe cresciuto così tanto.</p>
<p>STORIE EMOZIONANTI</p>
<p>Lì, in quella marcia, ha conosciuto storie strazianti, alcune che aveva vissuto in carne propria e una in particolare per la quale oggi tutti si battono, la nefanda pratica del &#8220;chineo&#8221;, un nome che all&#8217;epoca i creoli davano alle aborigene ragazze o adolescenti per i loro occhi a mandorla.</p>
<p>È abominevole. I creoli di un certo potere sociale ed economico scelgono ragazze tra gli otto e i 10 anni per violentarle, lo vivono come un rito di iniziazione, le bambine spesso muoiono a causa di queste violazioni, che a volte sono di gruppo, altre volte si suicidano, dice Millán. La situazione è ancora più dolorosa quando quelle bambine rimangono incinte.</p>
<p>&#8220;Questo purtroppo ha il consenso complice della comunità, tacciono, gli stupratori sono spesso politici, commercianti, personaggi illustri del paese e risarciscono le famiglie della vittima con una mucca o del cibo, ci sono stati addirittura casi che in cambio hanno dato un lavoro al padre&#8221;, denuncia la leader mapuche.</p>
<p>Millán si riferisce al caso di uno stupro di gruppo di una ragazza di 12 anni nel Chaco di Salta (nel nord-ovest dell&#8217;Argentina) e a questo hanno aggiunto l&#8217;obbligo di ingerire birra con pezzi di vetro. &#8220;Ci sono situazioni di stupro con oggetti, crudeltà sui loro piccoli corpi, mutilazione del seno, quello che succede è terribile&#8221;.</p>
<p>&#8220;Si passa attraverso il razzismo imperante, l&#8217;indifferenza sociale, l&#8217;indolenza di un&#8217;intera società che presume che i piccoli corpi di ragazze e donne indigene siano usa e getta, che la vita indigena non abbia valore, si svaluta&#8221;, dice uno dei volti più visibili della lotta delle donne native in questa nazione meridionale.</p>
<p>CONTRO IL TERRICIDIO</p>
<p>Insieme a questa battaglia, ne ha condotta anche un&#8217;altra, contro il terricidio, un concetto, esprime, che io personalmente ho costruito e che è accettato dal movimento delle donne indigene.</p>
<p>Siamo riusciti ad ottenere che si consideri un concetto che contribuisce a costruire una categoria penale, il terricidio come crimine contro la natura e contro l&#8217;umanità. È l&#8217;azione di uccidere i tre sistemi di vita che riconosciamo come popolazioni indigene: il mondo tangibile, il mondo percettibile e quello dei popoli, spiega.</p>
<p>L&#8217;assassinio dell&#8217;ecosistema, tangibile; il percettibile sarebbero i luoghi sacri, dove c&#8217;è un ecosistema spirituale, che rigenera il cerchio della vita, il latifondo ad esempio è una forma di terricidio, sottolinea.</p>
<p>I proprietari terrieri recintano i luoghi sacri dove dialogavamo con la natura per rafforzare il legame della vita. Oggi, osserva, è impossibile perché sono nelle loro mani. &#8220;Nel caso del sistema di vita dei popoli originari, è una struttura culturale che può contribuire a creare una matrice di civiltà&#8221;.</p>
<p>Millán esemplifica come le società multinazionali siano sparse in tutti i territori, accaparrandosi migliaia di ettari di terra, come nel caso dell&#8217;italiano Luciano Benetton, che ha usurpato circa un milione di ettari nella Patagonia ricca di minerali.</p>
<p>Parte di questi territori ricade nel bacino di interesse degli idrocarburi e la maggior parte dei latifondisti si insedia in luoghi dove c&#8217;è molta acqua dolce, minerali e petrolio.</p>
<p>&#8220;Le multinazionali godono della totale impunità, distruggono la vita dei territori, violano tutti i tipi di diritti dei popoli indigeni con la complicità dei diversi governi che si sono succeduti nello stato&#8221;, sottolinea.</p>
<p>RICONOSCIMENTO DELLA PLURINAZIONALITÀ</p>
<p>Dopo aver sottolineato che è molto complesso rivendicare diritti contro uno stato storicamente razzista, Millán chiede, a nome del movimento che lei e altri connazionali dirigono, il riconoscimento dell&#8217;autodeterminazione dei popoli, dei territori e della plurinazionalità dei territori.</p>
<p>Che lo Stato assuma una verità categorica, che non esiste un&#8217;egemonia cittadina, ma molte nazioni che sopravvivono nello stesso territorio. Siamo soggetti alla regolamentazione e all&#8217;omogeneizzazione della visione di un modello di paese con cui non siamo d&#8217;accordo, estrattivista, inquinante, predatore, che non rispetta la vita, dice.</p>
<p>Millán si batte oggi per il riconoscimento di alcuni territori dove c&#8217;erano popoli indigeni che, indica, mantengono in vigore le loro tradizioni. &#8220;Abbiamo il diritto di definire politiche in relazione alla nostra visione di popolo, nella salute, nella comunicazione, nei trasporti e nella produzione alimentare, nel modello educativo&#8221;.</p>
<p>Vorremmo anche che i diritti linguistici venissero rispettati per comprenderci a vicenda, aggiunge. A una domanda su cosa significhi vivere tra paura e forza mentre si difende un popolo massacrato da secoli, fa notare che entrambi i sentimenti si alimentano a vicenda.</p>
<p>&#8220;La paura è vinta dal desiderio di garantire la vita, di sognare un mondo migliore e di costruire un nuovo pane di solidarietà, giusto ed equo, con cui nutrire i sogni dei popoli verso l&#8217;autodeterminazione&#8221;.</p>
<p>Per Millán è molto importante non tacere, riferire, cercare di costruire ed elaborare proposte. Non possiamo aspettare condizioni miracolose per poterlo fare perché sono passati secoli e secoli di crimini contro di noi, di espropriazione, impoverimento, riduzione del territorio, afferma.</p>
<p>Bisogna usare molto coraggio per poter proporre quello che vogliamo, dove vogliamo andare, costa molto perché abbiamo l&#8217;incuria, la persecuzione, il silenzio maschilista di settori di potere nefasti, ma anche a volte dei mariti, delle autorità comunitarie, denuncia.</p>
<p>Al di là dell&#8217;accusa e dei messaggi odiosi, Millán afferma che continuerà a combattere con lo spirito weychafe che vive in lei e la fratellanza tra i suoi compagni di tutti i popoli, che a volte, dice, soffrono più di me.</p>
<p>Agli estrattivisti manda un messaggio: state attenti perché i vostri giorni da terricidi stanno per finire. &#8220;La terra nel suo movimento tellurico sta risvegliando le donne e i popoli del mondo per dire basta. Confido in quella forza della terra per porre fine a tanta morte&#8221;.</p>
<p>Infine, aggiunge che i popoli indigeni devono continuare a rivendicare i propri diritti alla spiritualità e alla costruzione di una nuova matrice di civiltà per questo pianeta che ne ha bisogno in tempi di così tanta crisi.</p>
<p>da Prensa Latina</p>
<p>traduzione di Ida Garberi</p>
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		<title>Moira Millan: la lotta del popolo mapuche può costituire la base per creare un nuovo modello di umanità</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Nov 2017 02:10:44 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ho avuto nella mia vita la fortuna di conoscere donne molto coraggiose, guerriere, impegnate, lottatrici fino al midollo: a Barcellona, poco tempo fa, nel mezzo delle proteste indipendentiste, ho avuto l'orgoglio di condividere con la weychafe (che significa guerriera in mapuche) Moira Millan, coordinatrice del movimento Marcia delle Donne Originarie per il Buen Vivir.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_10249" style="width: 580px" class="wp-caption alignleft"><img class="size-full wp-image-10249" alt="Moira Millan" src="/files/2017/11/MOIRA.jpg" width="580" height="384" /><p class="wp-caption-text">Moira Millan</p></div>
<p>“Svegliamoci, svegliamoci umanità già non c’è più tempo. Le nostre coscienze saranno scosse dal fatto di stare solo contemplando l&#8217;autodistruzione basata nella depredazione capitalista, razzista e patriarcale”. Berta Caceres</p>
<p><strong>Ho avuto nella mia vita la fortuna di conoscere donne molto coraggiose, guerriere, impegnate, lottatrici fino al midollo: a Barcellona, poco tempo fa, nel mezzo delle proteste indipendentiste, ho avuto l&#8217;orgoglio di condividere con la weychafe (che significa guerriera in mapuche) Moira Millan, coordinatrice del movimento Marcia delle Donne Originarie per il Buen Vivir.</strong></p>
<p>Lei stessa rivela che “sono nata un giorno di agosto in un inverno innevato, in un paesino chiamato El Maiten, nel nordovest della provincia di Chubut, il Lof Pillañ Mahuiza è la mia comunità mapuche”.</p>
<p>Il popolo Mapuche, dalla notte dei tempi, passando per tutte le conquiste del luogo dove vive, cerca di preservare la sua identità, che comprende le sue abitudini ed il suo territorio, la terra che dà loro non solo il sostentamento ma anche l&#8217;essere. Per questo popolo, questa è la forma in cui si acquisisce la dignità. Mapuche significa letteralmente “gente della terra”. Cioè, non terra degli uomini e delle donne, bensì al contrario: sono gli uomini e le donne coloro che appartengono alla terra, un&#8217;idea semplice ma perturbatrice nelle menti di quasi tutti i politici di oggigiorno.</p>
<p>Alla fine del IX secolo, la nazione mapuche è stata vittima di un genocidio e le sue terre ancestrali occupate da un&#8217;invasione illegittima dei “huincas” argentini e cileni. “Huinca” è un termine proveniente dalla lingua “mapudungún” e significa “Nuovo Inca”, in riferimento alle persone di razza bianca, i nuovi conquistatori. Bisogna chiarire che i mapuche non sono né cileni né argentini, semplicemente perché entrambi gli Stati sono costruzioni storiche posteriori al Wallj Mapu, il loro territorio ancestrale.<br />
Negli anni 90, più o meno, Carlos Menen regala le terre da dove provengono gli antenati di Moira ad un conosciuto compaesano mio, Luciano Benetton, che pagando con poche “perline”, oggi occupa illegalmente quasi due milioni di ettari della Patagonia argentina.</p>
<p>Moira mi dice che “Benetton ha creato un stato feudale dentro lo stato argentino. Benetton finanzia questa situazione bellicista contro i mapuche per potere continuare a rubare i prodotti della terra”.</p>
<p>La consegna ed il saccheggio delle terre della Patagonia e delle sue risorse nazionali per mano di aziende straniere è un problema della notte dei tempi, come i reclami e la lotta del popolo mapuche per recuperarle.</p>
<p>Dal 2015, varie famiglie della provincia di Chubut hanno realizzato recuperi di terre occupate da Benetton ed hanno dichiarato, mediante un comunicato pubblico firmato dai Pu Lof in Resistenza del Dipartimento Cushamen ed il Movimento Mapuche Autonomo del Puel Mapu (MAP): “Noi, i Mapuche, continuiamo ad essere un&#8217;immensa maggioranza senza terra, con l&#8217;unica alternativa di essere braccianti, impiegate domestiche ed operai, cioè, manodopera poco cara e sfruttata dall&#8217;oligarchia creola e l&#8217;imprenditorialità multinazionale”. E sostenevano che “l&#8217;unica maniera di frenare l’assassinio organizzato dal potere economico e dallo stato (ecocidio ed etnocidio), è mediante il controllo territoriale effettivo delle nostre comunità mobilitate”.</p>
<p>La risposta della Compagnia delle Terre del Sud Argentino (compagnia di Benetton) è stata una denuncia penale per usurpazione.</p>
<p>Da allora la violenza, le minacce ed i tentativi di sgombro sono stati permanenti. L&#8217;attuazione della gendarmeria, nelle terre che l&#8217;italiano rivendica per sé stesso, dall&#8217;inizio dell&#8217;anno, è stata ancora più violenta, di repressione contro la comunità Pu Lof (anche contro donne e bambini), hanno sequestrato Santiago Maldonado con la diretta responsabilità dal ministro di Sicurezza Patricia Bullrich, il suo capo di gabinetto Pablo Noceti e dello Stato. Il governatore di Chubut, Mario Dan Neves è stato anche complice dell&#8217;azionare repressivo, avallando l&#8217;entrata della gendarmeria alla comunità e demonizzando i mapuche attraverso una campagna mediatica che cominciò l&#8217;anno scorso, mentre quasi obbligava il giudice Otranto ad arrestare i dirigenti, considerati “terroristi” senza nessuna prova incriminante.</p>
<p>Sul tema Moira riafferma: “non c&#8217;è nessun dubbio, è stato il governo che prima sequestrò Santiago Maldonado per mano della gendarmeria e dopo piantò il corpo nel fiume della comunità mapuche Pu Lof Resistencia Cushamen. La tattica fu &#8216;liberarsi&#8217; del loro crimine, perché la sparizione forzata non prescrive, è un delitto di lesa umanità ed i funzionari di turno dovevano ‘lavare’ il fatto che l&#8217;avevano assassinato. Così hanno creato tutta una campagna mediatica per segnalare come responsabili i giovani weychafe della comunità mapuche. Ed anche io sono accusata di essere una dei responsabili, perché in interviste che mi hanno fatto anteriormente alla scoperta del corpo di Santiago avevo pronosticato quello che dopo è successo in realtà. Spero che il popolo argentino approfitti dell&#8217;opportunità per non accettare la manipolazione dei popoli e ribellarsi. Nel momento in cui il caso di Santiago ha provocato che il popolo argentino guardasse al sud del suo paese e finalmente ha permesso che si accorgessero della lotta del popolo mapuche, spero che sia la ragione perché questa pseudo-democrazia dittatoriale, marchingegno della partitocrazia per potere mantenere il modello estrattivista cada per il suo proprio peso, perché la sua politica aberrante ed assassina non è oramai accettata dalla coscienza del popolo argentino. Bisogna proseguire con la luce della verità, contrastare il mucchio di menzogne, continuare con la lotta dei popoli originari, in maniera articolata e con la saggezza dei popoli in unità. Definitivamente bisogna respingere questo governo criminale”.</p>
<p>La lotta di Moira e del suo popolo da prima della scoperta del corpo di Santiago aveva irritato lo Stato argentino e lei è stata minacciata a morte.</p>
<p>“I funzionari dello Stato sanno che il problema non sono io, il problema è che rappresento la lotta del mio popolo, un mondo completamente diverso che respinge strutturalmente questo sistema. L’unica cosa che otterranno, se portano a termine il mio assassinio, è che la mistica mapuche che afferma che per ognuno che cade dieci in più incominceranno la lotta è pura verità. La nostra lotta non vuole arrivare a possedere la terra od a creare un nuovo Stato, no, noi vogliamo creare una relazione armonica tra la terra, la mapu, ed i popoli, la reciprocità con la natura. Noi respingiamo questo sistema di morte, questa progressiva distruzione ed inquinamento, siamo il popolo più povero che vive nel territorio più ricco dell&#8217;America del Sud e reclamiamo il Buen Vivir tra i popoli. Sappiamo che è possibile un nuovo futuro, un domani diverso a questo presente ed è il nostro diritto. Il sistema sta ammazzandoci perché deve distruggere la speranza, necessita che ci rassegniamo al sistema di morte. Ma noi per migliaia di anni abbiamo dimostrato che sì, un altro mondo è possibile! Inoltre negli ultimi tempi siamo riusciti a generare empatia per il nostro popolo in Argentina, abbiamo ottenuto che le femministe di ‘Ni una menos&#8217; facciano il loro incontro nazionale a Chubut, in Porto Madryn. La lotta del mio popolo è il tema principale, mi nominano come referente del movimento e credo che questo spaventa lo Stato”.</p>
<p>Un&#8217;altra denuncia che formula Moira è che Santiago Maldonado è il primo “bianco” scomparso, ma solo nella provincia di Chubut esistono 145 mapuche scomparsi, uno di loro è Eduardo Cañulef, che era il bracciante principale di Benetton. Questo lavoratore rurale reclamò condizioni migliori di lavoro ed il miliardario lo sequestrò.</p>
<p>“Non ho mai visto il tuo compaesano nel banco degli accusati, questo è accaduto nell&#8217;anno 1996 e sua madre è morta reclamando il recapito di Eduardo. Aveva 28 anni e nessuno ha fatto una manifestazione per lui. In Argentina la vita indigena non vale chiaramente tanto quanto la vita del bianco. Questo non significa che non mi solidarizzi con la famiglia Maldonado ed esigo  con lei che si faccia giustizia. Ma voglio anche giustizia per il mio popolo, voglio che Benetton paghi per le aberrazioni che ha commesso contro il popolo mapuche. Necessitiamo anche che si svegli il popolo italiano ed abbia coscienza di quello che fanno i miliardari del suo paese, che lontano dalla loro patria, in silenzio e nascosti dall’opinione pubblica, ammazzano i popoli originari e distruggono l&#8217;ecosistema. Perché Benetton non produce soli vestiti, è un estrattivista e nel territorio che occupa illegalmente ci sono giacimenti auriferi”.</p>
<p>Io, come sorella bianca, concludo promettendo di appoggiare la lotta dei popoli indigeni, principalmente delle donne indigene e, come ha scritto Moira, voglio ascoltarle, desiderosa di conoscere il loro pensiero, non voglio convertirle, né etichettarle, né studiarle, né rubare per mia utilità il loro sapere, mi unisco a questa Rivoluzione di pensiero, e sarò, terra, seme, vento, acqua e fuoco.</p>
<p>di Ida Garberi, responsabile della pagine in italiano di Prensa Latina e Cubadebate</p>
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