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	<title>Cubadebate (Italiano) &#187; Lira</title>
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		<title>La storia insegna ma non ha scolari: l&#8217;Euro come la Lira forte di epoca fascista</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jun 2012 23:27:26 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Diminuzione dei salari, crollo delle esportazioni e della produzione, esponenziale aumento della disoccupazione, progressiva proletarizzazione degli strati sociali intermedi, forte crescita della povertà. Quelli appena citati sono gli effetti classici di un processo di aggancio a uno standard nominale forte. A prima vista appare come una nitida fotografia attuale, dell'Italia nel 2012. Lo scenario deprimente a cui assistiamo dopo undici anni dall'ingresso nell'eurozona che è equivalso sostanzialmente ad un aggancio della Lira al Marco tedesco.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-5139" src="/files/2012/06/euro-lire.jpg" alt="" width="300" height="194" />Diminuzione dei salari, crollo delle esportazioni e della produzione, esponenziale aumento della disoccupazione, progressiva proletarizzazione degli strati sociali intermedi, forte crescita della povertà. Quelli appena citati sono gli effetti classici di un processo di aggancio a uno standard nominale forte. A prima vista appare come una nitida fotografia attuale, dell&#8217;Italia nel 2012. Lo scenario deprimente a cui assistiamo dopo undici anni dall&#8217;ingresso nell&#8217;eurozona che è equivalso sostanzialmente ad un aggancio della Lira al Marco tedesco.</strong></p>
<p>Evidentemente però, come affermava Antonio Gramsci «la storia insegna ma non ha scolari», visto che quella descritta in precedenza non è la situazione italiana post adesione all&#8217;Euro, ma bensì ci troviamo a metà degli anni 20&#8242;, in pieno regime fascista: il 18 agosto del 1926 allorquando in un discorso tenuto a Pesaro, Benito Mussolini, annunciò per la Lira una politica di rivalutazione nei confronti della Sterlina, la valuta mondiale di riferimento a quel tempo. Il regime, esclusivamente per motivi di prestigio e credibilità internazionale, adottò una politica di forte rivalutazione della moneta fissando l&#8217;obiettivo alla «prestigiosa quota 90». L&#8217;obiettivo stabilito e raggiunto nel dicembre del 1927 con l&#8217;introduzione da parte di Mussolini del Gold Standard Exchange, fu quello di condurre il tasso di cambio da 153,68 Lire per una Sterlina, a 90 Lire per una Sterlina. Una rivalutazione di ben il 19% per la moneta italiana.</p>
<p>Passano due anni con la Lira sempre attestata sulla fatidica «quota 90», il fascismo arroccato alla strenua difesa della prestigiosa quota e la Grande Depressione del 29&#8242; in arrivo dagli Stati Uniti d&#8217;America relegata in qualche trafiletto semi-nascosto, giacché i giornali del regime sono impegnati a narrare agli italiani le mirabolanti conquiste del corporativismo fascista. Intanto il tenore di vita degli italiani peggiora notevolmente. I forti tagli salariali sono stati già definitivamente sanciti attraverso l&#8217;approvazione della «Carta del Lavoro». Il costo della crisi e del supposto prestigio derivante dalla moneta forte è scaricato per intero sulla classe lavoratrice.</p>
<p>La «Lira forte» è una delle bandiere del regime tanto che Mussolini di dichiara pronto a «difendere la Lira fino all&#8217;ultimo respiro, fino all&#8217;ultimo sangue». Appaiono inquietanti certe analogie con i difensori dell&#8217;Euro a spada tratta, costi quel che costi. Infatti anche all&#8217;epoca il costo sociale della brusca rivalutazione fu notevole: diminuzione netta delle esportazioni a causa dell&#8217;aumento del costo delle merci italiane non più convenienti. Conseguenti furono il crollo della produzione e l&#8217;aumento della disoccupazione. Forte deficit della bilancia commerciale. Inoltre, altra analogia con l&#8217;attuale scenario, per sostenere il rialzo della Lira si dovette ricorrere a politiche deflattive sui salari che tra il 1927 e il 1928, e senza soluzione di continuità sino ai primi anni 30&#8242; subirono diminuzioni dal 10% al 20% a seconda delle categorie. Una scure si calò sulle paghe degli operai che videro peggiorare le loro già miserevoli condizioni di vita.</p>
<p>Arriviamo così al 1930: la Lira è sempre arroccata a «quota 90» nei confronti della valuta inglese e la situazione continua a peggiorare, complice anche la Grande Depressione che porta i banchieri privati americani a richiedere indietro i milioni di dollari dati in prestito a comuni, enti e società italiane a partire dal 1925. A pagare il prezzo più alto è sempre la classe lavoratrice: i disoccupati aumentano di 140 mila unità rispetto all&#8217;anno precedente, i salari subiscono una stretta ulteriore (25% lavoratori agricoltura – 10% lavoratori industria – forti decurtazioni settore statale), tanto da divenire i più bassi dell&#8217;intero continente. Mentre la discesa dei prezzi non fu altrettanto ripida come quella dei salari. Tanto che il Corriere della Sera scriveva, «il salariato fa questo ragionamento molto semplice: se il costo della vita va giù del 5%, ed i miei salari van giù del 10%, chi gode della differenza?».</p>
<p>Quasi un secolo dopo, a riprova che la storia insegna ma non ha scolari come affermava una delle migliori menti del 900&#8242;, il salariato è ancora fermo lì, ad arrovellarsi intorno alla stessa domanda.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>scritto da Fabrizio Verde</p>
<p>preso dal blog Tamburi Lontani</p>
<p>&nbsp;</p>
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