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	<title>Cubadebate (Italiano) &#187; fascismo</title>
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		<title>Bolsonaro ed il fascismo</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Jan 2019 01:53:04 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È diventato un luogo comune caratterizzare il nuovo governo di Jair Bolsonaro come “fascista”. Questo, a mio avviso, costituisce un grave errore. Il fascismo non si deriva dalle caratteristiche di un dirigente politico, per quanto nei test della personalità -o negli atteggiamenti della vita quotidiana, come nel caso di Bolsonaro- si comprovi uno schiacciante predominio di atteggiamenti reazionari, fanatici, sessisti, xenofobi e razzisti.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-10777" alt="bolsonaro" src="/files/2019/01/bolsonaro.jpg" width="580" height="327" />È diventato un luogo comune caratterizzare il nuovo governo di Jair Bolsonaro come “fascista”. Questo, a mio avviso, costituisce un grave errore. Il fascismo non si deriva dalle caratteristiche di un dirigente politico, per quanto nei test della personalità -o negli atteggiamenti della vita quotidiana, come nel caso di Bolsonaro- si comprovi uno schiacciante predominio di atteggiamenti reazionari, fanatici, sessisti, xenofobi e razzisti.</strong></p>
<p>Questo era ciò che misuravano i sociologi e gli psicologi sociali USA dopo la II Guerra Mondiale con la famosa “scala F”, in cui la F si riferiva al fascismo. Si pensava, a quel tempo, e alcuni ancora alimentano questa credenza, che il fascismo era la cristallizzazione nel piano dello Stato e della vita politica di personalità squilibrate, portatrici di gravi psicopatologie, che per motivi circostanziali erano saliti al potere. L’obiettivo politico di questa operazione era evidente: per il pensiero convenzionale e per le scienze sociali del tempo la catastrofe del fascismo e del nazismo dovevano essere attribuire al ruolo di alcuni individui: la paranoia di Hitler o i deliri di grandezza di Mussolini. Il sistema, cioè, il capitalismo e le sue contraddizioni, era innocente e non aveva alcuna responsabilità davanti all’olocausto della II Guerra Mondiale.</p>
<p>Scartata tale visione ci sono coloro che insistono sul fatto che la presenza di movimenti o anche partiti politici di chiara ispirazione fascista inevitabilmente macchierebbero, indelebilmente, il governo di Bolsonaro. Altro errore: neppure sono esse quelle che definiscono la natura profonda di una forma statale come il fascismo. Nel primo peronismo, degli anni 40, così come nel varguismo brasiliano, pullulavano nei circoli contigui al potere diverse organizzazioni e figure fasciste o fascistoidi. Ma né il peronismo né il varguismo costruirono uno Stato fascista. Il peronismo classico fu, usando la concettualizzazione gramsciana, un caso di “Cesarismo progressista”, che solo osservatori molto prevenuti potrebbero caratterizzare come fascista a causa della presenza, in esso, di gruppi e persone tributarie di quella ideologia. Quelli erano fascisti ma il governo di Perón non lo fu. Venendo alla nostra epoca: Donald Trump è un fascista, parlando della sua personalità, ma il governo USA non lo è.</p>
<p>Dalla prospettiva del materialismo storico il fascismo non lo definiscono personalità né gruppi. È una forma eccezionale dello Stato capitalista, con caratteristiche assolutamente uniche ed irripetibili. Irruppe quando il suo modo ideale di dominio, la democrazia borghese, affrontò una gravissima crisi, nel periodo tra la I e la II Guerra Mondiale. Per questo diciamo che è una “categoria storica” e che ora non potrà più riprodursi perché le condizioni che resero possibile la sua comparsa sono scomparse per sempre.</p>
<p>Quali furono le condizioni tanto speciali che marcarono quello che potremmo chiamare “l’era del fascismo”, assenti al momento attuale.</p>
<p>In primo luogo il fascismo fu la formula politica con cui un blocco dominante egemonizzato da una borghesia nazionale risolse per via reazionaria e dispotica una crisi di egemonia causata dalla inedita mobilitazione insurrezionale delle classi subalterne e l’approfondimento del dissenso all’interno del blocco dominante all’uscita della I Guerra Mondiale. A peggiorare le cose, queste borghesie in Germania ed Italia lottavano per ottenere un posto nella divisione del mondo coloniale e si opponevano alle potenze dominanti sul terreno internazionale, in particolare il Regno Unito e la Francia. Il risultato: la II Guerra Mondiale. Oggi, nell’era della transnazionalizzazione e finanziarizzazione del capitale ed il predominio di mega-corporazioni che operano su scala planetaria la borghesia nazionale giace nel cimitero delle vecchie classi dominanti. Il suo posto lo occupa ora una borghesia imperiale e multinazionale, che ha subordinato, fagocitato i loro omologhi nazionali (compresi quelli dei paesi del capitalismo sviluppato) e agisce sulla scena mondiale con una unità di comando che, periodicamente, si riunisce a Davos per tracciare strategie globali di accumulazione e dominazione politica. E senza borghesia nazionale non c’è regime fascista per assenza del suo principale protagonista.</p>
<p>Secondo, i regimi fascisti furono radicalmente statalisti. Non solo non credevano nelle politiche liberali, ma erano apertamente antagonisti ad esse. La sua politica economica fu interventista, espandendo la gamma delle società pubbliche, proteggendo quelle del settore privato nazionale e stabilendo un ferreo protezionismo nel commercio estero. Inoltre, la riorganizzazione dell’apparato statale necessario per affrontare le minacce di insurrezione popolare e la discordia tra “quelli sopra” proiettò ad un posto di rilievo, nello Stato, la polizia politica, i servizi di intelligence e gli uffici di propaganda. Impossibile che Bolsonaro tenti qualcosa del genere data l’attuale struttura e complessità dello Stato brasiliano, specialmente quando la sua politica economica riposerà nelle mani di un Chicago “boy” ed ha proclamato ai quattro venti la sua intenzione di liberalizzare la vita economica.</p>
<p>Terzo, i fascismi europei furono regimi di organizzazione e mobilitazione di masse, in particolare degli strati medi. Mentre perseguivano e distruggevano le organizzazioni sindacali del proletariato inquadravano vasti movimenti delle minacciate strati medi e, nel caso italiano, portando questi sforzi all’ambito operaio e dando origine ad un sindacalismo verticale e subordinato ai mandati del governo. Cioè, la vita sociale fu “corporativizzata” e resa obbediente agli ordini emessi “dall’alto”. Bolsonaro, invece, accentuerà la depoliticizzazione -infelicemente avviata quando il governo di Lula cadde nella trappola tecnocratica e credette che il “rumore” della politica avrebbe spaventato i mercati- e approfondirà la disgregrazione e atomizzazione della società brasiliana, la privatizzazione della vita pubblica, il ritorno di donne e uomini alle loro case, ai loro templi ed ai loro lavori per adempiere ai loro ruoli tradizionali. Tutto questo si situa agli antipodi del fascismo.</p>
<p>Quarto, i fascismi furono Stati rabbiosamente nazionalisti. Lottavano per ridefinire a loro favore la “divisione del mondo” ciò che li fece scontrare commercialmente e militarmente con le potenze dominanti. Il nazionalismo di Bolsonaro, di contro, è retorica senza sostanza, pura verbosità senza conseguenze pratiche. Il suo “progetto nazionale” è convertire il Brasile nel lacchè preferito di Washington in America Latina e nei Caraibi, spostando la Colombia dal disonorevole posto della “Israele sudamericana”. Lungi dall’essere una riaffermazione dell’interesse nazionale brasiliano, il bolsonarismo è il nome del tentativo, speriamo infruttuoso, della totale sottomissione e ricolonizzazione del Brasile sotto l’egida USA.</p>
<p>Ma detto tutto questo: significa che il regime di Bolsonaro si asterrà dall’applicare le brutali politiche repressive che caratterizzarono i fascismi europei?</p>
<p>Assolutamente no!</p>
<p>Lo abbiamo detto prima, ai tempi delle dittature genocide “civico-militari”: questi regimi possono essere -salvo il caso della Shoa eseguita da Hitler- ancora più atroci dei fascismi europei. I trentamila prigionieri scomparsi in Argentina e la generalizzazione delle forme esecrabili di tortura ed esecuzione di prigionieri illustrano la perversa malignità che questi regimi possono acquisire; il fenomenale tasso di detenzione per centomila abitanti che caratterizzò la dittatura uruguaiana non ha eguali a livello mondiale; Gramsci sopravvisse undici anni nelle segrete del fascismo italiano ed in Argentina sarebbe stato gettato in mare, come molti altri, giorni dopo il suo arresto.</p>
<p>Per questo, la rinuncia a qualificare il governo di Bolsonaro come fascista non ha la minima intenzione di edulcorare l’immagine di un personaggio emerso dalle fogne della politica brasiliana; o di un governo che sarà fonte di enormi sofferenze per il popolo brasiliano e per tutta l’America Latina. Sarà un regime simile alle più sanguinarie dittature militari conosciute in passato, ma non sarà fascista. Perseguiterà, imprigionerà e assassinerà senza pietà coloro che resistono ai suoi abusi. Le libertà saranno ridotte e la cultura sottoposta ad persecuzioni senza precedenti per sradicare “l’ideologia di genere” e qualsiasi variante del pensiero critico. Qualsiasi persona o organizzazione che gli si opponga sarà il bersaglio del suo odio e della sua furia. I senza terra, i senzatetto, i movimenti delle donne, gli LGTBI, i sindacati operai, i movimenti studenteschi, le organizzazioni delle favelas, tutti saranno oggetto della sua frenesia repressiva.</p>
<p>Ma Bolsonaro non ha tutti dalla sua parte ed incontrerà molte resistenze, anche se inorganiche e disorganizzate all’inizio. Ma le sue contraddizioni sono molte e molto gravi: la comunità imprenditoriale -o la “borghesia autoctona”, non quella nazionale, come diceva il Che- si opporrà all’apertura economica perché sarebbe fatta a pezzi dalla concorrenza cinese; i militari in attività che non vogliono nemmeno sentir parlare di un’incursione in terre venezuelane per offrire il loro sangue ad un’invasione decisa da Donald Trump in funzione degli interessi nazionali USA; e le forze popolari, anche nella loro attuale dispersione, non si lasceranno tanto facilmente soggiogare. Inoltre, cominciano ad apparire gravi denunce di corruzione contro questo falso “outsider” della politica che è stato, per ventotto anni, come deputato al Congresso brasiliano, essendo testimone o partecipante di tutti i compromessi che si sono orditi in quegli anni.</p>
<p>Pertanto, sarebbe bene ricordare quello che è successo con un altro Torquemada brasiliano: Fernando Collor de Melo, che come Bolsonaro arrivò, negli anni ’90, con il fervore di un crociato della restaurazione morale e concluse i suoi giorni come presidente con un fugace passaggio dal Palazzo di Planalto.</p>
<p>Presto saremo in grado di sapere quale futuro attende il nuovo governo, ma le previsioni non sono molto favorevoli e l’instabilità e le turbolenze saranno all’ordine del giorno in Brasile. Sarà necessario essere preparati, perché la dinamica politica può acquisire un velocità fulminante ed il campo popolare deve essere in grado di reagire per tempo. Ecco perché l’obiettivo di questa riflessione non era di intrattenersi in una distinzione accademica attorno alle diverse forme di dominio dispotico nel capitalismo, ma di contribuire ad una precisa caratterizzazione del nemico, senza la quale giammai lo si potrà combattere con successo. Ed è importantissimo sconfiggerlo prima che faccia troppi danni.</p>
<p>di Atilio Boron- Cubadebate</p>
<p>traduzione di Francesco Monterisi</p>
<p>foto: Reuters</p>
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		<title>Renzi, le pensioni e quelle sinistre somiglianze con Pinochet</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Jun 2016 23:58:21 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Altro che ritocchi, è l'essenza della Costituzione antifascista che viene messa in discussione da governanti sempre più spregiudicati quanto pericolosi. Bisogna fermarli. ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div><strong><img class="alignleft size-full wp-image-9369" alt="700x350c50" src="/files/2016/06/700x350c50.png" width="535" height="300" />Solo la libidine di servilismo da cui sono soggiogati i gruppi dirigenti di CGILCISLUIL può aver fatto sì che questi considerassero interessante il progetto del governo sul prestito bancario ventennale, necessario per poter andare in pensione un pò prima.</strong>Del resto, il confronto con la Francia mostra ogni giorno come i grandi sindacati confederali in Italia siano parte del disastro che è precipitato addosso al mondo del lavoro, cioè  siano tra i problemi e non tra le soluzioni.</p>
</div>
<div>La sola cosa giusta e ragionevole da fare sarebbe quella di riabbassare l&#8217;età pensionabile dai livelli iniqui cui l&#8217;ha elevata la legge Fornero. Ma siccome il governo si è impegnato con la Troika a non toccare quella legge, ecco allora il coniglio che salta fuori dal cappello: il mutuo per la pensione.</div>
<div>Il governo propone che un lavoratore di 63/64 anni possa andare in pensione prima dei 67/68 imposti dalla legge Fornero, facendo un prestito in banca. Cioè la banca, a  chi dovesse lasciare il lavoro prima, pagherebbe una simil pensione per i tre quattro anni mancanti rispetto alla scadenza  effettiva della quiescenza. Il pensionato restituirebbe poi la somma dovuta con un mutuo ventennale. Quindi un lavoratore che normalmente ha già il reddito gravato dal mutuo per la casa e per altre spese fondamentali, dovrebbe indebitarsi in vecchiaia per altri venti anni, cioè finirebbe per non prendere  mai la pensione che ha maturato, a meno che non si avvicinasse alla soglia dei 90 anni di età. Inoltre, se sfortunatamente dovesse morire prima del dovuto, lascerebbe al coniuge e agli eredi un debito in più. I mutui non si estinguono per la scomparsa del soggetto titolare.</div>
<div>Il governo ha fatto capire che potrebbe venire incontro ai pensionati più poveri o più in difficoltà, aiutandoli o sul capitale o sugli interessi. Ma in realtà questi soldi pubblici andrebbero come compensazione alle banche, che sarebbero comunque le prime beneficiarie di tutta la mostruosa operazione.</div>
<div>Io non credo che un pensionato in buona salute e sano di mente, di questi tempi  sia  interessato a indebitare così sé stesso e la propria famiglia per quasi un quarto di secolo. Penso però che il progetto del governo sia stato realizzato per  tre precisi scopi.</div>
<div>Il primo è quello di venire incontro alla Confindustria, che pur essendo stata una tifosa sfegatata della legge Fornero, sa bene quanto  essa sia difficilmente applicabile nelle sue imprese. Che vogliono liberarsi il prima possibile dei lavoratori più anziani, anche per sostituirli con assunzioni senza articolo 18, sottopagate e  finanziate dallo stato. Finora le aziende che volevano &#8220;svecchiare&#8221; dovevano ricorrere alla crisi aziendale, usare la cassa integrazione o la mobilità, e magari spendere di tasca propria incentivi ai dipendenti, perché si dimettessero prima della pensione.Ora, agevolate anche dalla liberalizzazione dei licenziamenti economici realizzata sia da Monti che da Renzi, le imprese potranno spingere i dipendenti anziani ad andarsene prima della pensione, e costringerli ad instaurare il famigerato mutuo, risparmiando sugli incentivi.</p>
<p>A questo esodo non sono interessate solo le aziende industriali ma tutte le imprese a partire proprio dalle banche, che hanno annunciato decine di migliaia di esuberi per i prossimi anni.</p>
<div id="lx_579707"></div>
<p>Possiamo allora  immaginare l&#8217;azienda di credito che caccia il suo stesso dipendente anziano dal posto di lavoro,  mentre poi  lo lega ancora a sé con il mutuo aperto ai suoi sportelli&#8230;Quante consulenze farlocche  si preparano!</p>
</div>
<div>Il secondo scopo del governo è quello di addossare al lavoratore stesso i costi del suo logoramento psicofisico. Infatti, se non spinto dalla azienda, chi  potrebbe comunque essere costretto ad indebitarsi pur di uscire dal lavoro? Chi non ce la fa più, chi fisicamente o psicologicamente sia così logorato dalla propria mansione, da essere disposto anche a rischiare la rovina economica pur di essere fuori dal lavoro.Gli operai,  i macchinisti dei treni, gli infermieri, i tanti sottoposti a vecchie e nuove fatiche e, soprattutto,  le donne a cui tocchi il carico doppio del lavoro duro e della cura familiare. A queste lavoratrici e questi lavoratori una volta i governi promettevano la pensione anticipata per il lavoro usurante, cioè lo stato giustamente avrebbe dovuto farsi carico del danno subito per la durezza del lavoro. Ora invece i lavoratori questo danno se lo pagherebbero di tasca propria, indebitandosi con le banche. Da lavoratori usurati a pensionati sotto usura.</p>
</div>
<div>Infine il terzo scopo del governo è ovvio: aprire al sistema bancario una nuova prateria per i profitti. Che non sono solo quelli preannunciati dai prestiti, ma anche  quelli attesi dall&#8217;ingresso in pompa magna del sistema bancario nella previdenza pubblica.</div>
<div>Questo, secondo me,  è lo scopo di fondo della operazione: avviare la privatizzazione del sistema pensionistico pubblico, affidando sempre di più la pensione al sistema bancario, assicurativo e finanziario. CGILCISLUIL sono poco sensibili oramai su questo tema, perché sempre più coinvolte nei fondi pensionistici e sanitari integrativi. Però qui si avvia un salto di qualità : la trasformazione della pensione da diritto sociale a investimento di capitale. Una volta entrate nel sistema pensionistico pubblico,  ci penseranno le banche stesse ad allargare  lo spazio che viene loro così generosamente offerto dal governo.All&#8217;interno del  quale riscuote sempre più credito il modello pensionistico cileno. Cioè il sistema imposto, su decine di migliaia di cadaveri, dal dittatore Pinochet. Sistema  che ha distrutto la pensione pubblica sostituendola con l&#8217;assicurazione privata. Josè Pinero, il ministro  responsabile per conto del tiranno cileno di quella spaventosa controriforma, con strana coincidenza è  in Italia proprio in questi giorni, riverito ospite del gruppuscolo renziano di Scelta Civica.</p>
</div>
<div>A coloro che sostengono che la controriforma costituzionale di Renzi non tocchi i principi fondamentali della nostra Carta, suggerisco di confrontare quei principi con questo progetto di speculazione finanziaria sulla previdenza pubblica. Altro che ritocchi, è l&#8217;essenza della Costituzione antifascista che viene messa  in discussione da governanti sempre più spregiudicati quanto pericolosi. Bisogna fermarli.</div>
<div></div>
<div><em>di Giorgio Cremaschi</em></div>
<div></div>
<div>da L&#8217;AntiDiplomatico</div>
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		<title>La storia insegna ma non ha scolari: l&#8217;Euro come la Lira forte di epoca fascista</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jun 2012 23:27:26 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Antonio Gramsci]]></category>
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		<description><![CDATA[Diminuzione dei salari, crollo delle esportazioni e della produzione, esponenziale aumento della disoccupazione, progressiva proletarizzazione degli strati sociali intermedi, forte crescita della povertà. Quelli appena citati sono gli effetti classici di un processo di aggancio a uno standard nominale forte. A prima vista appare come una nitida fotografia attuale, dell'Italia nel 2012. Lo scenario deprimente a cui assistiamo dopo undici anni dall'ingresso nell'eurozona che è equivalso sostanzialmente ad un aggancio della Lira al Marco tedesco.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-5139" src="/files/2012/06/euro-lire.jpg" alt="" width="300" height="194" />Diminuzione dei salari, crollo delle esportazioni e della produzione, esponenziale aumento della disoccupazione, progressiva proletarizzazione degli strati sociali intermedi, forte crescita della povertà. Quelli appena citati sono gli effetti classici di un processo di aggancio a uno standard nominale forte. A prima vista appare come una nitida fotografia attuale, dell&#8217;Italia nel 2012. Lo scenario deprimente a cui assistiamo dopo undici anni dall&#8217;ingresso nell&#8217;eurozona che è equivalso sostanzialmente ad un aggancio della Lira al Marco tedesco.</strong></p>
<p>Evidentemente però, come affermava Antonio Gramsci «la storia insegna ma non ha scolari», visto che quella descritta in precedenza non è la situazione italiana post adesione all&#8217;Euro, ma bensì ci troviamo a metà degli anni 20&#8242;, in pieno regime fascista: il 18 agosto del 1926 allorquando in un discorso tenuto a Pesaro, Benito Mussolini, annunciò per la Lira una politica di rivalutazione nei confronti della Sterlina, la valuta mondiale di riferimento a quel tempo. Il regime, esclusivamente per motivi di prestigio e credibilità internazionale, adottò una politica di forte rivalutazione della moneta fissando l&#8217;obiettivo alla «prestigiosa quota 90». L&#8217;obiettivo stabilito e raggiunto nel dicembre del 1927 con l&#8217;introduzione da parte di Mussolini del Gold Standard Exchange, fu quello di condurre il tasso di cambio da 153,68 Lire per una Sterlina, a 90 Lire per una Sterlina. Una rivalutazione di ben il 19% per la moneta italiana.</p>
<p>Passano due anni con la Lira sempre attestata sulla fatidica «quota 90», il fascismo arroccato alla strenua difesa della prestigiosa quota e la Grande Depressione del 29&#8242; in arrivo dagli Stati Uniti d&#8217;America relegata in qualche trafiletto semi-nascosto, giacché i giornali del regime sono impegnati a narrare agli italiani le mirabolanti conquiste del corporativismo fascista. Intanto il tenore di vita degli italiani peggiora notevolmente. I forti tagli salariali sono stati già definitivamente sanciti attraverso l&#8217;approvazione della «Carta del Lavoro». Il costo della crisi e del supposto prestigio derivante dalla moneta forte è scaricato per intero sulla classe lavoratrice.</p>
<p>La «Lira forte» è una delle bandiere del regime tanto che Mussolini di dichiara pronto a «difendere la Lira fino all&#8217;ultimo respiro, fino all&#8217;ultimo sangue». Appaiono inquietanti certe analogie con i difensori dell&#8217;Euro a spada tratta, costi quel che costi. Infatti anche all&#8217;epoca il costo sociale della brusca rivalutazione fu notevole: diminuzione netta delle esportazioni a causa dell&#8217;aumento del costo delle merci italiane non più convenienti. Conseguenti furono il crollo della produzione e l&#8217;aumento della disoccupazione. Forte deficit della bilancia commerciale. Inoltre, altra analogia con l&#8217;attuale scenario, per sostenere il rialzo della Lira si dovette ricorrere a politiche deflattive sui salari che tra il 1927 e il 1928, e senza soluzione di continuità sino ai primi anni 30&#8242; subirono diminuzioni dal 10% al 20% a seconda delle categorie. Una scure si calò sulle paghe degli operai che videro peggiorare le loro già miserevoli condizioni di vita.</p>
<p>Arriviamo così al 1930: la Lira è sempre arroccata a «quota 90» nei confronti della valuta inglese e la situazione continua a peggiorare, complice anche la Grande Depressione che porta i banchieri privati americani a richiedere indietro i milioni di dollari dati in prestito a comuni, enti e società italiane a partire dal 1925. A pagare il prezzo più alto è sempre la classe lavoratrice: i disoccupati aumentano di 140 mila unità rispetto all&#8217;anno precedente, i salari subiscono una stretta ulteriore (25% lavoratori agricoltura – 10% lavoratori industria – forti decurtazioni settore statale), tanto da divenire i più bassi dell&#8217;intero continente. Mentre la discesa dei prezzi non fu altrettanto ripida come quella dei salari. Tanto che il Corriere della Sera scriveva, «il salariato fa questo ragionamento molto semplice: se il costo della vita va giù del 5%, ed i miei salari van giù del 10%, chi gode della differenza?».</p>
<p>Quasi un secolo dopo, a riprova che la storia insegna ma non ha scolari come affermava una delle migliori menti del 900&#8242;, il salariato è ancora fermo lì, ad arrovellarsi intorno alla stessa domanda.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>scritto da Fabrizio Verde</p>
<p>preso dal blog Tamburi Lontani</p>
<p>&nbsp;</p>
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