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	<title>Cubadebate (Italiano) &#187; crisi economica</title>
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		<title>La crisi dell&#8217;impero ed un mondo nuovo</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Apr 2020 02:19:30 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Forse nulla ha potuto esprimere in forma così chiara la perdita di capacità egemonica degli Stati Uniti che la patetica posizione di Donald Trump contro l'OMS. In caso avesse argomenti e leadership, avrebbe convocato ad una campagna di boicottaggio politico contro l'OMS, atteggiamento che gli USA hanno applicato in altri momenti, con effetti tangibili. Ma non ha nessuna delle due cose, la posizione degli USA in queste circostanze ha dovuto rassegnarsi al suo linguaggio preferito: il boicottaggio economico; ma con un’ondata di usura dell'immagine degli USA, che in una situazione di emergenza mondiale, debilitano l'organismo internazionale che cerca di orientare e coordinare le azioni contro la pandemia.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-11468" alt="Trum-alerta-sobre-coronavirus-1-580x326" src="/files/2020/04/Trum-alerta-sobre-coronavirus-1-580x326.jpg" width="580" height="326" />Forse nulla ha potuto esprimere in forma così chiara la perdita di capacità egemonica degli Stati Uniti che la patetica posizione di Donald Trump contro l&#8217;OMS. In caso avesse argomenti e leadership, avrebbe convocato ad una campagna di boicottaggio politico contro l&#8217;OMS, atteggiamento che gli USA hanno applicato in altri momenti, con effetti tangibili.</strong></p>
<p>Ma non ha nessuna delle due cose, la posizione degli USA in queste circostanze ha dovuto rassegnarsi al suo linguaggio preferito: il boicottaggio economico; ma con un’ondata di usura dell&#8217;immagine degli USA, che in una situazione di emergenza mondiale, debilitano l&#8217;organismo internazionale che cerca di orientare e coordinare le azioni contro la pandemia.</p>
<p>Il “American first” rivela tutta la perdita di capacità egemonica degli USA, perché suppone qualcosa che non è oramai reale: difendere gli interessi degli USA è difendere la democrazia, lo sviluppo economico, la libertà, il rinvigorimento di un mondo solidale ed armonioso.</p>
<p>“American first” si è rivelato essere “American alone”. Gli USA non sono stati mai tanto isolati nel mondo. Il destino degli USA non è mai stato tanto separato –e perfino contrapposto–da quello degli altri paesi del mondo. Trump rappresenta l&#8217;isolazionismo nella sua forma più estrema.</p>
<p>Proprio quando c’è bisogno nel mondo una leadership politica coordinata per affrontare la pandemia, gli USA si rinchiudono su loro stessi e danno le spalle al mondo.</p>
<p>La strategia di Trump è quella dell&#8217;estrema destra di oggi nel mondo. Riprendere posizioni della guerra fredda, cercando capri espiatori per i suoi problemi –messicani, Cina, OMS, tra gli altri -, per camuffare il fallimento del governo degli USA nell’affrontare gli effetti della pandemia che fa del paese il maggiore focolaio della pandemia nel mondo con effetti fuori dal controllo. Trump vuole mascherare l&#8217;impotenza dei suoi governi liberando risorse milionarie, come se il denaro potesse risolvere i problemi dell&#8217;umanità.</p>
<p>Ma che cosa ci si può aspettare da un paese che promuove le meraviglie dell&#8217;impresa privata, del mercato, dei piani privati di salute, ma che non assiste la sua popolazione con piani pubblici di salute. Il popolo statunitense, in questione i più indifesi –afroamericani, latini, poveri in generale–, soffrono in carne propria il discorso neoliberale e la debilitazione dei servizi pubblici.</p>
<p>Da lì, la necessità di Trump di incolpare Cina e l&#8217;OMS per gli effetti della pandemia. A parte di incolpare la scienza e gli scienziati, promuovendo medicine magiche, che appena dissimulano i suoi interessi privati come azionista dell&#8217;azienda che produce quello che lui più diffonde.</p>
<p>Ma se si annunciava già il superamento dell&#8217;egemonia statunitense nel mondo prima della pandemia, con l&#8217;economia cinese disputandolo la leadership mondiale, si va stabilendo un consenso che la pandemia ha accelerato la decadenza dell&#8217;impero statunitense e la proiezione della Cina come una nuova leadership mondiale.</p>
<p>La forma di combattere il coronavirus da parte della Cina e degli USA e dei paesi dell&#8217;Europa, rivela la forte superiorità di uno stato, agile, che da priorità alle necessità delle persone rispetto a quelle del mercato. Mentre gli USA voltano le spalle agli altri paesi, Cina e Cuba sviluppano un intenso ed ampio ruolo di solidarietà, perfino con gli stessi USA ed Europa.</p>
<p>La crisi della pandemia accelera la decadenza degli USA come la gran potenza mondiale. L&#8217;economia di tutti i paesi sarà profondamente colpita dalla maggiore recessione, da quella del 1929, con un tasso record di disoccupazione. La destra ritornerà con forza, avvalendosi del monopolio dei mass media e con la sua proposta di aggiustamento fiscale, come se questa politica non fosse la responsabile della maggioranza degli effetti della pandemia, debilitando i servizi pubblici.</p>
<p>Il mondo post-pandemia sarà un mondo di ricostruzione delle economie e delle società in ogni paese, in mezzo ad una brutale disputa tra neoliberali ed anti-neoliberali, per sapere con che orizzonte si realizzeranno le ricostruzioni. La cosa certa è che Cina sarà un riferimento molto più ampio rispetto agli USA, come modelli di resistenza alla pandemia e della ricostruzione post-pandemia.</p>
<p>Il mondo post-pandemia sarà un mondo di approfondimento della decadenza dell&#8217;impero e di possibilità di costruzione di un mondo più giusto, più solidale, più collaborativo.</p>
<p>di Emir Sader/da Cubadebate</p>
<p>traduzione di Ida Garberi</p>
<p>foto Reuters</p>
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		<title>L&#8217;esempio della Grecia</title>
<link>http://it.cubadebate.cu/notizie/2015/07/17/lesempio-della-grecia/</link>
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		<pubDate>Fri, 17 Jul 2015 23:19:16 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il governo tedesco di Angela Merkel è spietato. Tratta la Grecia come Hitler trattò la Polonia, con sommo disprezzo. I nazisti invasero la Polonia ed ora Merkel agisce con la Grecia come chi asfissia un animale malato. Il paese ha un debito equivalente al 177 percento del suo PIL, e la disoccupazione raggiunge il 25,6% della forza lavoro.  ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-8799" alt="" src="/files/2015/07/bandera-de-grecia.jpg" width="720" height="500" />Il governo tedesco di Angela Merkel è spietato. Tratta la Grecia come Hitler trattò la Polonia, con sommo disprezzo.</strong></p>
<p>I nazisti invasero la Polonia ed ora Merkel agisce con la Grecia come chi asfissia un animale malato. Il paese ha un debito equivalente al 177 percento del suo PIL, e la disoccupazione raggiunge il 25,6% della forza lavoro.</p>
<p>Il mondo è mosso dal denaro. Germania, la Banca Centrale Europea ed il FMI esigono che la Grecia paghi il suo debito estero. Il paese non sa come farlo. È in banca rotta e sotto pressione delle potenze europee. Aumento di imposte, ritaglio delle spese ed una riforma profonda del sistema delle pensioni.</p>
<p>Alexis Tsipras, primo ministro greco, ricorda il fatto che il suo paese è la culla della democrazia. Coerente con le sue radici, decise di consultare il popolo. Accettiamo o no le imposizioni dei creditori? Il paese si inclinò per il NO domenica 5 luglio. Nelle urne il 61% degli elettori votò per il NO.</p>
<p>La consultazione democratica non piacque alla Merkel e molto meno il risultato. Sa che ora deve cercare un&#8217;uscita per evitare il peggio: che la Grecia si ritiri dalla zona dell&#8217;euro, che potrebbe significare il principio della fine dell&#8217;Unione Europea. Niente ostacola che domani il suo esempio sia seguito da altri paesi, come Spagna e Portogallo che stanno con l’acqua alla gola ed accantonati dall&#8217;avidità tedesca.</p>
<p>Fa&#8217; quello che dico e non quello che faccio. Questo adagio riassume l&#8217;atteggiamento tedesco. La Germania non pagò mai i debiti contratti dopo le due Grandi Guerre, dalle quali uscì sconfitta e sconquassata. Per sopravvivere contrasse debiti. E si trasformò nel paese più ricco dell&#8217;Europa.</p>
<p>L&#8217;Accordo di Londra del 1953 annullò più del 60% del debito tedesco. Nel 1945 questo equivaleva oltre al 200% del PIL del paese. Dieci anni dopo scese a meno del 20% del PIL.</p>
<p>La Germania non avrebbe mai ottenuto una tanto significativa riduzione se avesse adottato il sistema che oggi pretende imporre alla Grecia come aggiustamento fiscale.</p>
<p>Merkel si rifiuta di accettare che Grecia, per uscire dal buco, adotti la stessa ricetta che salvò il suo paese: imposte sulle grandi fortune e condono di una parte significativa del debito.</p>
<p>Il governo greco ha chiesto ai suoi creditori di ampliare il programma di aiuti al paese, fatto che permetterebbe alla Grecia di ottenere altri 70 mila milioni di euro ed acquisire le condizioni per pagare il debito di 16 mila milioni col FMI. Ma la sua richiesta è stata respinta.</p>
<p>Ora, nelle negoziazioni di Bruxelles, i greci cercano di ottenere l&#8217;approvazione di una seconda proposta: avere accesso al programma europeo di aiuti, lanciato nel 2012.</p>
<p>Se non si giunge all&#8217;accordo, i greci potrebbero abbandonare l&#8217;euro per ritornare alla dracma e rimanere fuori dall&#8217;Unione Europea. E questo esempio potrebbe essere seguito perfino dall&#8217;Italia, frustrando così il sogno di un’Europa unita&#8230; almeno rispetto all&#8217;uso di una moneta unica.</p>
<p>Se la crisi greca si estende per l&#8217;Europa, della quale dipende il 20% delle esportazioni brasiliane, il Brasile ne soffrirà gli effetti.</p>
<p>di Frei Betto</p>
<p>traduzione di Ida Garberi</p>
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		<title>Cresce la cifra di persone senza tetto negli USA</title>
<link>http://it.cubadebate.cu/notizie/2014/10/16/cresce-la-cifra-di-persone-senza-tetto-negli-usa/</link>
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		<pubDate>Thu, 16 Oct 2014 23:40:51 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ogni anno nella città di New York, ci sono 100.000 abitanti che non hanno una casa  per dormire. Come registra il gruppo Coalition for the Homeless, (Coalizione per i senza tetto), tutte le notti 38.000 newyorchesi dormono nei rifugi della città; includendo 16.000 bambini e 8.000 adulti. Benché molti di più dormano in strade e spazi pubblici, come chiarisce lo stesso gruppo.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-8165" alt="" src="/files/2014/10/pobreza-eeuu.jpg" width="580" height="383" />Ogni anno nella città di New York, ci sono 100.000 abitanti che non hanno una casa  per dormire.</strong></p>
<p>Come registra il gruppo Coalition for the Homeless, (Coalizione per i senza tetto), tutte le notti 38.000 newyorchesi dormono nei rifugi della città; includendo 16.000 bambini e 8.000 adulti. Benché molti di più dormano in strade e spazi pubblici, come chiarisce lo stesso gruppo.</p>
<p>Il 90% dei “senza tetto”, sono afro-americani e latini; tra il 40 ed il 50% sono colpiti da problemi psicologici. Ma non tutti hanno la “fortuna” di ricorrere ai rifugi, poiché la capacità di questi è totalmente satura e molti devono ricorrere ad altri sistemi di rifugi.</p>
<p>Un articolo realizzato dal The New York Post, ha fatto riferimento agli “uomini talpe” che vivono nei tunnel dei treni della città; benché non si sappia che quantità di persone vivono lì, sì si conosce che la maggioranza di loro soffrono malattie mentali.</p>
<p>Ma non solo New York sperimenta questi problemi, in New Jersey più di 100 persone hanno stabilito un accampamento dove condividono le loro penurie e vi partecipano latini, afro-americani e bianchi.</p>
<p>Questi accampamenti, chiamate “Obamavilles”, sono distribuiti in tutto il paese, sono circa 60 e danno rifugio ad oltre 100.000 persone. Il più grande si trova nello stato della Florida, vicino a Disneyland, dove vivono circa 300 persone.</p>
<p>Città come Las Vegas e Kansas albergano centinaia di persone che vivono sotto i tunnel e nelle gallerie sotterranee.</p>
<p>Purtroppo non è la prima volta che il paese affronta una crisi e molti dei suoi abitanti devono vivere dove possano.</p>
<p>Negli anni 30, durante la gran depressione e sotto la presidenza di Herbert Hoover, migliaia di americani trovarono rifugi nelle chiamate “Hoovervilles”, chiamate così perché incolpavano il presidente per la crisi.</p>
<p>Mentre l&#8217;iniquità continua in aumento in questo paese, e secondo L&#8217;Ufficio del Censimento degli Stati Uniti, uno di ogni sei statunitensi vivono nella povertà e non hanno accesso ad un&#8217;abitazione. Intanto, la rivista Forbes promuove la vendita dell’appartamento più caro nella città di New York per 130 milioni di dollari, ancora senza averlo costruito.</p>
<p>Mentre questo succede, nella stessa città e nel paese, come contrasto, un milione di bambini, non hanno una casa propria dove ritornare quando escono dalla scuola.</p>
<p>Preso da Rebellion</p>
<p>tradotto da Ida Garberi</p>
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		<title>Una via d’uscita dalla crisi economica: meno Europa più America Latina</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jun 2012 22:55:22 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
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		<category><![CDATA[America Latina]]></category>
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		<category><![CDATA[morte del capitalismo]]></category>

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		<description><![CDATA[La più grande crisi dopo quella del 29’ tiene sotto scacco le economie occidentali, con l’Europa in testa, dove la percentuale di persone senza lavoro ha sfondato quota 11% a livello continentale. Un indicatore lampante del fallimento delle politiche neoliberiste propugnate da almeno vent’anni a questa parte dalle classi dirigenti europee, senza distinzioni tra conservatori e progressisti.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-4981" src="/files/2012/06/chavez_fidel_morales.jpg" alt="" width="350" height="239" />La più grande crisi dopo quella del 29’ tiene sotto scacco le economie occidentali, con l’Europa in testa, dove la percentuale di persone senza lavoro ha sfondato quota 11% a livello continentale. Un indicatore lampante del fallimento delle politiche neoliberiste propugnate da almeno vent’anni a questa parte dalle classi dirigenti europee, senza distinzioni tra conservatori e progressisti. Quelle stesse politiche basate sugli “aggiustamenti strutturali” inaugurate dal regime fascista di Pinochet in Cile nel 73’, sotto l’attenta guida di Milton Friedman, padre dei Chicago Boys. I professori pasdaran della “teologia del libero mercato”, per dirla con Eric Hobsbawn.</strong></p>
<p>Politiche imposte, o per meglio dire “consigliate”, dal Fondo Monetario Internazionale a tutti quei paesi emergenti, periferici o in via di sviluppo che ricorrevano a prestiti da parte dell’organismo internazionale. Praticamente tutta l’America Latina nel periodo che va dagli anni 80’ al termine dei 90’ adottò sulla scorta dei consigli imposti dal Fondo Monetario Internazionale tale profilo economico. I pasdaran del liberismo sfrenato, i vari Camdessus, Kholer, Krueger, cani da guardia del capitale e dei creditori, imponevano a tutti i paesi la medesima ricetta: aggiustamenti strutturali, privatizzazione integrale del patrimonio pubblico, azzeramento totale del welfare state, drastico abbattimento della spesa sociale. Misure che risuonano particolarmente sinistre in Europa, dalle parti di Atene in particolare.</p>
<p>Il risultato fu disastroso, con il tessuto sociale di questi paesi completamente distrutto. Le disuguaglianze sociali aumentate in maniera esponenziale. Tali politiche, in ogni caso, non impedirono l’esplosione di una nuova crisi di debito negli anni 90’ che portarono il Fondo Monetario Internazionale ad adottare una politica deflazionista al punto tale da stroncare ogni speranza di crescita economica e cancellare quel che era rimasto dello stato sociale.</p>
<p>Ogni riferimento alla Banca Centrale Europea e la politica teutonica attuale imposta all’intero continente è puramente casuale.</p>
<p>Il culmine delle politiche liberiste si raggiunse in Argentina all’alba del nuovo millennio, dopo un decennio di liberismo sfrenato unito ad una mossa mortale: la parità peso-dollaro. Anche in questo caso il riferimento all’Euro e la situazione europea è puramente casuale. Risultato fu un disastroso default.</p>
<p>Un collasso economico, politico, sociale, umano. Da quel momento in poi, però, dopo l’ascesa al potere di Chavez in Venezuela che guidò la riscossa dell’intero subcontinente il Fondo fu allontanato dall’America Latina. Hugo Chavez in Venezuela, Lula in Brasile, i coniugi Kirchner in Argentina, Evo Morales in Bolivia e Correa in Ecuador inaugurarono una nuova stagione guidando la riscossa della sinistra “rivoluzionaria” e bolivariana in Sudamerica.</p>
<p>Nazionalizzazioni di risorse e aziende strategiche, vere riforme in senso progressivo del mercato del lavoro e della sanità, alfabetizzazione di massa, sensibile miglioramento delle condizioni di vita per gli strati più bassi della società. Politiche di segno nettamente opposto a quelle liberiste che affamarono il continente hanno fatto sì che l’America Latina sia il luogo dove attualmente si assiste ad una sostenuta crescita economica e sociale.</p>
<p>Mentre l’Europa langue avviluppata nella spirale debito, austerità, “riforme” che bloccano la crescita e comportano l’aumento del debito.</p>
<p>Dunque in risposta al mantra ossessivo più Europa, più Europa, che sottende l’intensificarsi delle misure di austerità e perdita della residua sovranità mi sento di rispondere con forza: meno Europa più America Latina.</p>
<p>scritto da Fabrizio Verde</p>
<p>dal blog Tamburi Lontani</p>
<p><a rel="nofollow" target="_blank" href="//www.linkiesta.it/blogs/tamburi-lontani/una-via-d-uscita-dalla-crisi-economica-meno-europa-piu-america-latina" >http://www.linkiesta.it/blogs/tamburi-lontani/una-via-d-uscita-dalla-crisi-economica-meno-europa-piu-america-latina</a></p>
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		<title>Ci sono alternative</title>
<link>http://it.cubadebate.cu/notizie/2012/06/15/ci-sono-alternative/</link>
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		<pubDate>Fri, 15 Jun 2012 23:04:45 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
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		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel 1978, il presidente del sindacato più poderoso degli Stati Uniti, Douglas Fraser, della federazione dei lavoratori dell'industria dell'automobile United Auto Workers (UAW), condannò i “dirigenti della comunità imprenditoriale” per avere “scelto di seguire in tale paese la via della guerra di classe (class war) unilaterale, una guerra di classe contro la classe lavoratrice, i disoccupati, i poveri, le minoranze, i giovani e gli anziani, e perfino i settori delle classi medie della nostra società.”  ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong></p>
<div id="attachment_4875" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><strong><img class="size-full wp-image-4875" src="/files/2012/06/NoamChomsky.jpg" alt="Noam Chomsky" width="300" height="200" /></strong><p class="wp-caption-text">Noam Chomsky</p></div>
<p>Nel 1978, il presidente del sindacato più poderoso degli Stati Uniti, Douglas Fraser, della federazione dei lavoratori dell&#8217;industria dell&#8217;automobile United Auto Workers (UAW), condannò i “dirigenti della comunità imprenditoriale” per avere “scelto di seguire in tale paese la via della guerra di classe (class war) unilaterale, una guerra di classe contro la classe lavoratrice, i disoccupati, i poveri, le minoranze, i giovani e gli anziani, e perfino i settori delle classi medie della nostra società.” </strong></p>
<p>Inoltre, Fraser li condannò per avere “rotto e respinto il fragile patto non scritto tra il mondo imprenditoriale ed il mondo del lavoro che era esistito prima, durante il periodo di crescita e progresso” nel periodo posteriore alla Seconda Guerra Mondiale, conosciuto come “l’età dorata” del capitalismo di Stato.</p>
<p>Il riconoscimento della realtà da parte di Fraser fu indovinato benché tardivo. La cosa certa è che i dirigenti imprenditoriali ed i loro soci in altri settori delle elite dominanti erano costantemente dedicati ad un sempre presente guerra di classe che si convertì in unilaterale, solo in una direzione, quando le loro vittime abbandonarono tale lotta.</p>
<p>Mentre Fraser si lamentava, il conflitto di classe si faceva più crudo e, da allora, ha raggiunto livelli enormi di crudeltà e di inciviltà negli Stati Uniti dove, all&#8217;essere il paese più ricco e poderoso del mondo e con maggiore potere egemonico dalla Seconda Guerra Mondiale, si è trasformato in un&#8217;illustrazione significativa di una tendenza globale.</p>
<p>Durante gli ultimi trenta anni, la crescita economica è continuata -benché non al livello “dell’età dorata” -, ma per la gran maggioranza della popolazione il reddito disponibile è rimasto stagnante mentre la ricchezza si è andata concentrando, ad un livello opprimente, in una fazione dell&#8217;1% della popolazione, la maggioranza dei dirigenti delle grandi corporazioni, di imprese finanziarie e di alto rischio, ed i loro soci.</p>
<p>Questo fenomeno si sta ripetendo in un modo o nell&#8217;altro a livello mondiale. La Cina, per esempio, ha una delle disuguaglianze più accentuate del mondo. Si parla molto, oggigiorno, che per il fatto che “gli Stati Uniti stiano in decadenza” c&#8217;è un cambiamento nelle relazioni di potere a livello globale. Questo è parzialmente certo, benché non significhi che altri poteri non possano assumere il ruolo e la supremazia che ora hanno gli Stati Uniti.</p>
<p>Il mondo si sta trasformando così in un luogo più diverso in alcuni aspetti, ma più uniforme in altri. Ma in tutti questi esiste un cambiamento reale di potere: c&#8217;è uno spostamento del potere del popolo lavoratore delle distinte parti del mondo verso un&#8217;enorme concentrazione di potere e ricchezza. La letteratura economica del mondo imprenditoriale e le consulenze agli investitori super ricchi segnala che il sistema mondiale si sta dividendo in due blocchi: la plutocrazia, un gruppo molto importante, con enormi ricchezze, ed il resto, in una società globale nella quale la crescita -che è distruttiva in una gran parte ed è molto sprecata &#8211; beneficia una minoranza di persone straordinariamente ricche che dirigono il consumo di tali risorse. E d&#8217;altra parte esistono i “non ricchi”, l&#8217;enorme maggioranza, riferita in occasioni come il “precariato” globale, la forza lavorativa che vive in maniera precaria, alla quale si aggiungono mille milioni di persone che quasi non riescono a sopravvivere.</p>
<p>Questi sviluppi non si devono alle leggi della natura od alle leggi economiche od ad altre forze impersonali, bensì al risultato di decisioni specifiche dentro strutture istituzionali che li favoriscono. Questo continuerà, non sia che queste decisioni e piani si riversino mediante azione e mobilitazioni popolari con compromessi dedicati a programmi che abbraccino da rimedi fattibili a breve termine fino ad altre proposte a più lungo termine, che discutano l&#8217;autorità illegittima e le istituzioni oppressive tra le quali risiede il potere.</p>
<p>È importante, pertanto, accentuare che ci sono alternative. Le mobilitazioni del 15M (gli “indignati” spagnoli) sono un&#8217;illustrazione ispiratrice che mostra che cosa è quello che si può e si deve fare per non continuare oggigiorno la marcia che sta portandoci ad un abisso, ad un mondo che dovrebbe inorridire tutte le persone decenti che sarà perfino più oppressivo della realtà esistente.</p>
<p>scritto da Noam Chomsky, linguista, filosofo, attivista, autore ed analista politico statunitense. Intellettuale emblematico della sinistra mondiale</p>
<p>preso da www.cubadebate.cu</p>
<p>traduzione di Ida Garberi</p>
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		<title>Senza notizie dell&#8217;Islanda</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Jun 2012 23:58:11 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quattro anni fa in Islanda, quella glaciale isola ascritta ad Europa che riposa nel mezzo dell’Atlantico del Nord, con appena circa 300.000 abitanti, sono successe alcune cose interessanti ed innovative, che non si riflettono nei mezzi corporativi dell’ovest, confermando la manipolazione inesorabile di cui è oggetto l'umanità, per il controllo dei mezzi di stampa nel mondo, da parte delle superpotenze e delle oligarchie.  ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-4679" src="/files/2012/06/islandia.jpg" alt="" width="300" height="250" />Quattro anni fa in Islanda, quella glaciale isola ascritta ad Europa che riposa nel mezzo dell’Atlantico del Nord, con appena circa 300.000 abitanti, sono successe alcune cose interessanti ed innovative, che non si riflettono nei mezzi corporativi dell’ovest, confermando la manipolazione inesorabile di cui è oggetto l&#8217;umanità, per il controllo dei mezzi di stampa nel mondo, da parte delle superpotenze e delle oligarchie. </strong></p>
<p>In Islanda non c’è stata una rivoluzione sociale, ma sì è successo qualcosa di molto grave per l&#8217;alta gerarchia delle finanze: una rivoluzione contro la tirannia delle banche capitaliste in un mondo globalizzato, con radici che conducono inesorabilmente a Wall Street.</p>
<p>Benché grazie alle sue centrali geotermiche l&#8217;Islanda abbia una gran indipendenza energetica, il paese dispone di risorse naturali addizionali molto scarse e la sua economia, dipendente in un 40% dalle esportazioni della pesca, è per ciò molto vulnerabile. Come gli altri paesi europei, si andò indebitando con la Banca nella speculazione per vivere al di sopra delle sue possibilità reali nel sistema finanziario neoliberale, spinto dagli Stati Uniti, a chi, adesso, l&#8217;economia reale reclama i conti.</p>
<p>Per fare fronte agli effetti di una crisi devastatrice, quattro anni fa, il suo governo nazionalizzò le principali banche del paese e, in rappresaglia, Londra congelò tutti gli attivi dei 300.000 clienti britannici e 910 milioni di euro invertiti in banche islandesi per amministrazioni locali ed entità pubbliche del Regno Unito. L&#8217;isola dovette dedicare 3.700 milioni di euro di denaro pubblico per rimborsare questi clienti.</p>
<p>Con un debito bancario dell&#8217;Islanda equivalente a varie volte il suo Prodotto Interno Lordo (PIL), la moneta crollò, la borsa sospese la sua attività ed il paese cadde in bancarotta.</p>
<p>Proteste di massa di fronte al parlamento a Reykjavik, la capitale islandese, obbligarono nel 2009 a convocare le elezioni anticipate, che a loro volta provocarono la dimissione del Primo Ministro conservatore e di tutto il suo governo, in blocco.</p>
<p>Un disegno di legge ampiamente dibattuto nel parlamento esponeva scaricare su tutti i cittadini dell&#8217;isola il rimborso alle banche britanniche e danesi del debito di 3.500 milioni di euro mediante il pagamento a questi con mensilità durante i prossimi 15 anni. Il popolo tornò sulle strade esigendo sottomettere a referendum tale legge. Il Presidente ha accettato e non la firmò nonostante il progetto contasse su 44 dei 66 voti nel Parlamento. Si convocò al referendum ed il No al pagamento del debito ha ottenuto il 93% dei voti. Davanti a tale vittoria della rivoluzione pacifica islandese, il FMI congelò ogni aiuto economico all&#8217;Islanda fino a tanto che si risolvesse il tema del pagamento del debito.</p>
<p>Il governo dispose un&#8217;investigazione per ventilare le responsabilità della crisi e cominciarono le detenzioni dei banchieri ed alti dirigenti.</p>
<p>L&#8217;Interpool dettò un ordine di cattura e tutti i banchieri implicati abbandonarono il paese. In questo contesto hanno convocato un&#8217;assemblea per redigere una nuova Costituzione che raccolga le lezioni apprese dalla crisi e che sostituisca l&#8217;attuale. Per ciò, si ricorre direttamente al popolo sovrano rappresentato da 25 cittadini senza affiliazione politica scelti tra 522 candidati proposti. L&#8217;assemblea costituzionale lavora da febbraio del 2011 in un progetto di Magna Carta a partire dalle raccomandazioni decise in diverse assemblee che si celebrano in tutto il paese. Dovrà essere approvata in seguito dall’attuale Parlamento e da quello che si costituisca dopo le prossime elezioni legislative.</p>
<p>Il recupero economico sperimentato dall&#8217;isola dopo liberarsi del carico parassitario del debito con le banche è visto dalle cupole capitaliste europee come un pericoloso esempio per i paesi che sono accusati di essere “morosi”, come Grecia ed Irlanda. Soprattutto perché i successi recenti che ha ottenuto l&#8217;Islanda, hanno portato a molti economisti a considerare che è stato il collasso delle banche quello che più ha aiutato a tali sviluppi. Non solo l&#8217;economia islandese non precipitò con la soluzione della crisi a partire dall&#8217;insoluto del debito, ma ha chiuso il 2011 con una crescita del 2,1% che sarà del 1,5% nel 2012, cifra che triplica quella dei paesi dello zona euro.</p>
<p>Gran parte di questa crescita si basa su incrementi produttivi, principalmente sul turismo e sull&#8217;industria della pesca. Ciò contrasta col quadro che esibiscono altre economie europee, stagnanti o in ribasso. L&#8217;Islanda dimostrò che col recupero della sua sovranità ha ottenuto giustizia e dignità.</p>
<p>Politici e banchieri corrotti sono stati sottomessi a giudizi. E, come riaffermazione della sua indipendenza, l&#8217;Islanda si trasformò nel passato autunno nel primo paese europeo in riconoscere la Palestina come nazione indipendente, qualcosa che nessun paese sottomesso al giogo della banca internazionale capitalista ha potuto fare.</p>
<p>scritto da Manuel E.Yepe</p>
<p>preso da www.cubadebate.cu</p>
<p>traduzione di Ida Garberi</p>
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		<title>Gli statunitensi sono in protesta contro la fuga del loro denaro per i tubi di scappamento delle automobili</title>
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		<pubDate>Tue, 08 May 2012 20:38:13 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La situazione d’instabilità nel mondo arabo sarebbe usata come un pretesto dalle grandi compagnie petrolifere degli USA per aumentare i prezzi della benzina. Come risultato, molti nordamericani che sono già sulla soglia della povertà vedono come si deteriora ancora di più la loro qualità di vita.  ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-4291" src="/files/2012/05/sube-precio-petroleo1.jpg" alt="" width="300" height="250" />La situazione d’instabilità nel mondo arabo sarebbe usata come un pretesto dalle grandi compagnie petrolifere degli USA per aumentare i prezzi della benzina. Come risultato, molti nordamericani che sono già sulla soglia della povertà vedono come si deteriora ancora di più la loro qualità di vita. </strong></p>
<p>Le automobili di Rigoberto e Carmen Carrigan si trovano parcheggiate da qualche tempo. Il matrimonio va a fare la spesa in bicicletta. Non è perché abbia optato per uno stile di vita più salutare. Semplicemente si sono visti obbligati a cambiare il tipo di trasporto dovuto al rialzo sostanziale del prezzo della benzina.</p>
<p>“Questo è un effetto come il domino. Lei va al supermercato e vede che tutto è più caro. I nostri assegni stanno diventando più piccoli, ci sta rimanendo meno denaro nelle nostre casse e le nostre famiglie si stanno deteriorando”, dice Rigoberto. “Molta gente sta vivendo nelle auto perché sta perdendo le case; il portafoglio si svuota troppo presto perché non c&#8217;è lavoro”, aggiunge Carmen.</p>
<p>Nello Stato della Florida il prezzo di un gallone di benzina normale (quasi quattro litri) ha sorpassato i quattro dollari. In altri stati come California, Nevada e New York, il combustibile costa ancora di più. “Personalmente io voglio che il mondo intero sappia che questo bisogna fermarlo; che reagiscano e facciano delle proteste, poiché è imprescindibile perché non possiamo continuare ad accettarlo. Stiamo qui protestando tutto il tempo che sia necessario”, insiste Rigoberto che ha deciso di lasciare una chiara costanza della sua indignazione di fronte ad una stazione di combustibile a Miami.</p>
<p>“Devo camminare in bicicletta, specialmente per il prezzo della benzina perché è una sfacciataggine dei grandi consorzi”, spiega Rolando Lezcano, un altro partecipante della protesta per i prezzi del combustibile. “Se rimaniamo silenziosi, se abbiamo paura, allora continuerà ad aumentare”, enfatizza Pablo Martinez, un altro dei manifestanti.</p>
<p>Non sono pochi negli Stati Uniti quelli che condividono l&#8217;opinione che questo aumento dei prezzi non si deve agli alti e bassi del mercato, bensì piuttosto alla strategia delle industrie che sparano deliberatamente al rialzo dei prezzi. Secondo il suo punto di vista, le grandi compagnie usano la congiuntura in alcuni paesi petrolieri, come Iran, Libia o Siria, in qualità di pretesto per moltiplicare i loro guadagni.</p>
<p>“La situazione in Medio Oriente sta aggiungendo 10, 15 e possibilmente fino a 20 dollari in più al prezzo del petrolio, fatto che possiamo sentire ogni volta che andiamo alla pompa di benzina. L&#8217;Iran sta minacciando di chiudere lo Stretto di Ormuz e questo ha causato un primo segnale nella vulnerabilità dei mercati, gli speculatori stanno osservando una disfunzione”, dettaglia Jorge Arroche, esperto in vendita di greggio. “C’è di più, bisogna aspettarsi che il suo costo cresca sostanzialmente durante il tradizionale rialzo di prezzi della stagione estiva. Fatto che provocherà che le cifre dei cartelli di vendita nelle stazioni batteranno veri record.</p>
<p>preso da www.cubadebate.cu</p>
<p>traduzione di Ida Garberi</p>
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		<title>La terza crisi del Capitalismo</title>
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		<pubDate>Sat, 05 May 2012 23:18:59 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il sistema è un gatto con sette vite. Nel secolo scorso ha affrontato due grandi crisi: la prima all'inizio del secolo XX, alle origini dell'imperialismo, passando dal “lasciare fare” (liberalismo economico) alla concentrazione del capitale da parte dei monopoli. La guerra economica per la conquista dei mercati ha condotto al conflitto: la Prima Guerra Mondiale. Ed è terminata con “un’uscita” verso la sinistra: la Rivoluzione Russa del 1917.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong></p>
<div id="attachment_3652" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><strong><img class="size-full wp-image-3652" src="/files/2012/03/frei-betto.jpg" alt="Frei Betto" width="300" height="250" /></strong><p class="wp-caption-text">Frei Betto</p></div>
<p>L&#8217;attuale crisi del capitalismo ha dato i suoi primi segnali negli Stati Uniti nel 2007 ed aveva già fatto apparire in Brasile segni d’incertezza. </strong></p>
<p>Il sistema è un gatto con sette vite. Nel secolo scorso ha affrontato due grandi crisi: la prima all&#8217;inizio del secolo XX, alle origini dell&#8217;imperialismo, passando dal “lasciare fare” (liberalismo economico) alla concentrazione del capitale da parte dei monopoli. La guerra economica per la conquista dei mercati ha condotto al conflitto: la Prima Guerra Mondiale. Ed è terminata con “un’uscita” verso la sinistra: la Rivoluzione Russa del 1917.</p>
<p>Nel 1929 è scoppiata una nuova crisi, la Gran Depressione. In un batter d’occhio migliaia di persone hanno perso i loro impieghi, ha fatto crollare la Borsa di New York, la recessione si è estesa per un lungo periodo, colpendo tutto il mondo. Ma questa volta “l’uscita” è stata verso destra: i nazismi. E come conseguenza la Seconda Guerra Mondiale.</p>
<p>Ed ora che cosa succederà?</p>
<p>Questa terza crisi si differenzia da quelle anteriori. Ed è sorprendente per vari aspetti: i paesi che prima componevano la periferia del sistema (Brasile, Cina, India, Indonesia) stanno meglio che quelli metropolitani. Questo anno la crescita dei paesi latinoamericani deve superare quella degli USA e quella dell&#8217;Europa. In questa parte del mondo sono migliori le condizioni per la crescita dell&#8217;economia: salari in rialzo, disoccupazione in ribasso, credito abbondante e riduzione dei tassi d’interesse.</p>
<p>Nei paesi ricchi si aggravano il deficit fiscale, la disoccupazione (nell&#8217;Unione Europea ci sono 24,3 milioni di disoccupati), l&#8217;indebitamento degli Stati. Ed in Europa sembra che la storia -per chi ha già visto questo film in America Latina – si sta ripetendo: l’FMI passa ad amministrare le finanze dei paesi, è intervenuto in Grecia ed in Italia, e chissà dentro poco tempo in Portogallo, e Germania, come creditrice, ha ottenuto quello che Hitler ha tentato con le armi: imporre ai paesi della zona dell&#8217;euro le regole del gioco.</p>
<p>Non c&#8217;è fino ad ora un’uscita per questa terza crisi. Tutte le misure prese dagli USA sono palliativi e l’ Europa non vede ancora la luce alla fine del tunnel. Perfino, può aggravarsi tutto con la già annunciata decelerazione della crescita della Cina e la conseguente riduzione delle sue importazioni. Per l&#8217;economia brasiliana sarebbe drastico.</p>
<p>Il commercio mondiale si è diminuito già di un 20%. E si dà una progressiva de-industrializzazione dell&#8217;economia che sta colpendo il Brasile. Quello che, d&#8217;altra parte, sostenta i guadagni delle ditte è che loro operano per adesso tanto nella produzione come nella speculazione. E, attraverso le banche, promuovono il finanziamento del consumo. Evviva la vita! Fino a che la bolla esploda e l&#8217;insolvenza si diffonda come la peste.</p>
<p>“L’uscita” di questa terza crisi sarà a sinistra od a destra? Temo che l&#8217;umanità si trovi sotto due gravi rischi; il primo è già ovvio: i cambiamenti climatici. Prodotti perfino per la perdita del valore d’uso degli alimenti, ora soggetti al valore d’acquisto stabilito dal mercato finanziario.</p>
<p>Si sta dando una crescente e nuova primerizzazione delle economie chiamate emergenti. Paesi come il Brasile ritornano nel tempo e tornano a dipendere dalle esportazioni di commodity (prodotti agricoli, petrolio e minerali di ferro, i cui prezzi sono determinati dalle multinazionali e dal mercato finanziario).</p>
<p>In questo schema globale, davanti al potere delle gigantesche corporazioni multinazionali che controllano dai semi transgenici fino ai veleni agricoli, il latifondo brasiliano passa ad essere l&#8217;anello più debole.</p>
<p>Il secondo pericolo è la guerra nucleare. Le due crisi anteriori hanno avuto nelle grandi guerre le loro valvole di fuga. Davanti alla disoccupazione di massa, niente serve come l&#8217;industria bellica per usare i lavoratori disoccupati. Ci sono oggigiorno migliaia di artefatti nucleari conservati in tutto il mondo. Ed esistono perfino minibombe nucleari, con la precisione per distruzioni focalizzate, come ad Hiroshima e Nagasaki.</p>
<p>Siamo in tempo per respingere l&#8217;anticipazione dell&#8217;apocalisse e reagire. Per cercare un&#8217;uscita al sistema capitalista, intrinsecamente perverso, fino al punto di destinare migliaia di milioni al fine di salvare il mercato finanziario e di voltare la schiena a milioni di esseri umani che soffrono tra la povertà e la miseria.</p>
<p>Quello che ci rimane, dunque, è organizzare la speranza e creare, a partire da un&#8217;ampia mobilitazione, alternative vitali che portino all&#8217;umanità, come si prega nella celebrazione eucaristica, “a ripartire i beni della Terra ed i frutti del lavoro umano.”</p>
<p>preso da www.cubadebate.cu</p>
<p>traduzione di Ida Garberi</p>
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		<title>Mondo anacronistico</title>
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		<pubDate>Wed, 02 May 2012 22:31:28 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Scuote profondamente osservarci intorno. L'irrazionalità, le ingiustizie e la stupidità stanno vincendo la battaglia. La mente umana, bel frutto dell'evoluzione, si spreca e perde a causa dell'ambizione e della negligenza. All’altezza del secolo XXI, l'uomo è sempre di più nemico dell'uomo.  ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-4247" src="/files/2012/05/sudan.jpg" alt="" width="300" height="204" />Scuote profondamente osservarci intorno. L&#8217;irrazionalità, le ingiustizie e la stupidità stanno vincendo la battaglia. La mente umana, bel frutto dell&#8217;evoluzione, si spreca e perde a causa dell&#8217;ambizione e della negligenza.</strong> All’altezza del secolo XXI, l&#8217;uomo è sempre di più nemico dell&#8217;uomo.</p>
<p><strong>Quelli che sono in più</strong>. Muoiono come mosche nel corno africano. Sono quasi 100 mila uomini, donne e bambini quelli che sono morti da aprile del 2011 nel deserto del Sahel e nei suoi paraggi, annichiliti dalla fame e dalla siccità, alla presenza di un mondo che li osserva e non si occupa di loro.</p>
<p>Condannati a questo destino d’esclusione ci sono anche i più di 200 milioni di persone che non hanno impiego nel mondo. La crisi minaccia di ampliare questa grande e vergognosa cifra. Terminando quest’anno, 6 milioni di cittadini in più avranno perso il loro lavoro. Altri 5 milioni si prevede che avranno la stessa sorte nel 2013.</p>
<p><strong>I disperati</strong>. Il collasso economico li ha spinti fino a lì, al puro abisso. Hanno preferito la morte all&#8217;umiliazione. Più di 1700 greci si sono suicidati per tale ragione nei due ultimi anni. In Italia, i quotidiani ripetono i titolari che parlano del piccolo imprenditore che si è lanciato sotto le ruote di un treno, o del lavoratore autonomo e del disoccupato che si sono impiccati, spossati dai debiti e dalla mancanza di una soluzione. “Il suicidio si trasforma in un gesto di disubbidienza contro un sistema sordo ed insensibile che non vuole capire la gravità della situazione”, dice alla stampa un leader dei piccoli imprenditori romani.</p>
<p><strong>Quelli che ci guadagnano.</strong> In questi tempi assurdi le mafie fioriscono. L&#8217;incapacità di governi e governanti è campo fertile per espandere i loro commerci. Trafficano droghe, esseri umani, organi, armi. Il settore criminale genera annualmente circa 21 milioni di milioni di dollari. Tale cifra li trasforma in una delle 20 principali economie del mondo. Saranno invitati i loro capi alla prossima riunione del G-20?</p>
<p><strong>Quelli che vincono</strong>. Sono, da sempre, gli stessi. I miliardari di lussuose residenze, jet privati e perfino un mini-sottomarino. Quelli che muovono i fili delle finanze, dell&#8217;economia e della politica. Quelli che consumano fino all&#8217;indecenza. Dalla crisi che ha ridotto drasticamente entrate e risparmi delle maggioranze, loro l&#8217;hanno tirato fuori un profitto. In un Regno Unito sommerso nella recessione, i mille personaggi più ricchi della nazione hanno aumentato l&#8217;importo combinato delle loro fortune nel 2011 fino a livelli record. Più di 414 mila milioni di lire sterline si concentrano in così poche mani. Allo stesso modo succede in Francia, Spagna, Italia, Stati Uniti.</p>
<p>Il mondo ha bisogno di uno scossone. Così lo hanno esatto ieri milioni in tutto l&#8217;orbe durante le celebrazioni del Primo Maggio. Quelli che sono in più non sono gli esseri umani, bensì l&#8217;avarizia, lo smisurato consumo, l&#8217;individualismo feroce, l&#8217;assoluto regno del capitale. È necessario un attacco universale contro i bricconi.</p>
<p>testo di Randy Alonso Falcon</p>
<p>preso da www.cubadebate.cu</p>
<p>traduzione di Ida Garberi</p>
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		<title>Di petrolio, elefanti, sudditi e cittadini</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Apr 2012 00:00:31 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mentre tante cose passano, Juan Carlos, il re, scivola, cade e si rompe l’anca; non senza prima ammazzare vari “cari” animali selvaggi, per orrore di molti e del World Wildlife Fund che lo stesso re “elefanticida” presiede. Intitolano i grandi mezzi: “Un successo la chirurgia del Re” e raccontano dettagli della battuta di caccia, dell'incidente, dell'operazione, con piccanti pettegolezzi di corridoio di questo nuovo vergognoso episodio della vergognosa vita del fannullone Borbone.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-4134" src="/files/2012/04/juan-carlos-elefante-port-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" />Mentre il popolo spagnolo si gratta in tasca cercando di sopravvivere ad inumani ritagli preventivi…. Mentre la disoccupazione sfiora il 25% e gli impiegati, per continuare ad essere tali, rinunciano forzosamente alle loro conquiste lavorative…. Mentre il governo continua a credere che l&#8217;uomo è al servizio dell&#8217;economia e non il contrario…. Mentre lo stesso FMI che ci ha spremuto nella decade degli anni 90 decide di continuare a spremere i popoli mediterranei, ahi Spagna! e tu lì di fronte al mare…. Mentre lo stato di benessere si dilegua davanti agli occhi attoniti di una società paralizzata…. Mentre tante cose passano, Juan Carlos, il re, scivola, cade e si rompe l’anca; non senza prima ammazzare vari “cari” animali selvaggi, per orrore di molti e del World Wildlife Fund che lo stesso re “elefanticida” presiede. </strong></p>
<p>Intitolano i grandi mezzi: “Un successo la chirurgia del Re” e raccontano dettagli della battuta di caccia, dell&#8217;incidente, dell&#8217;operazione, con piccanti pettegolezzi di corridoio di questo nuovo vergognoso episodio della vergognosa vita del fannullone Borbone. Più sotto, più indietro, alcune lettere piccole piccole, sbiadite, sussurrano che i pensionati dovranno assumere il co-pagamento delle loro medicine, fino ad ieri gratuite. Le anche e le uova rotte dei plebei pensionati non saranno mai dei grandi titoli di giornale.</p>
<p>Da questa parte, l&#8217;Argentina si alza. Liberi dall’FMI, l&#8217;incubo neoliberale imposto ai nostri popoli incomincia a rimanere indietro. Raccogliendo i pezzi recuperiamo, tra le altre cose, imprese pubbliche che non dovettero smettere mai di essere nostre e, di passaggio, la dignità politica, ieri venduta nel pacchetto della privatizzazione. Dunque, Argentina, “peronistamente”, ha deciso di recuperare la maggioranza azionaria della sua industria petrolifera YPF. Ahi Spagna! Non mancherà chi nel tuo nome ti darà dei calci.</p>
<p>Mariano Rajoy, lo stesso che tira fuori il pane alla forza dalla bocca del popolo spagnolo, assicura che l&#8217;onore del suo paese risiede in Repsol, un&#8217;impresa privata di capitale a maggioranza straniera, e denuncia arrabbiato “un attacco alla Spagna”, promette rappresaglie, ed arringa il suo popolo affamato e tagliato contro il sovrano popolo argentino.</p>
<p>Intitolano i grandi mezzi: “L&#8217;Argentina cerca di coprire crisi interna con espropriazione di YPF”. Ma le sempre nascosti lettere piccole piccole ci dicono: “Le matricole universitarie aumentano del 50%”, “Ennesima giornata di volatilità nella Borsa, in una settimana nefasta”, “Francia e Germania vogliono sospendere il Patto Schengen (la libera circolazione dei cittadini) finché dura la crisi”… Curiosamente non parlano del paese sud-americano, parlano &#8211; maledetti! &#8211; della Spagna.</p>
<p>Oggi, mentre l&#8217;Argentina riceve, un’altra volta, migliaia di giovani spagnoli che cercano un futuro, un abitante di Sevilla si trasforma in un titolo da giornale appendendo nel suo bar un cartello: “Non si accettano argentini”</p>
<p>articolo di Carola Chavez</p>
<p>preso da www.cubadebate.cu</p>
<p>traduzione di Ida Garberi</p>
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