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	<title>Cubadebate (Italiano) &#187; architettura</title>
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		<title>Eusebio Leal: “Bisogna trasmettere a tutte le generazioni il culto della bellezza”</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Aug 2019 21:48:46 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Davanti allo Storiografo de L’Avana, Eusebio Leal, si sono sedute decine di persone con il proposito di intervistarlo, in forme infinite si sono raccolte le sue opinioni su “l'umano e il divino”, l'immateriale e il tangibile. Quando si viene a conoscenza del fatto che si avrà la possibilità di avere questo ruolo all'immenso onore si somma la stessa dose di ansia.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-11085" alt="eusebio-leal-4-580x417" src="/files/2019/08/eusebio-leal-4-580x417.jpg" width="580" height="417" />“Chi conosce il bello, e la morale che ne viene, non può vivere senza morale e senza bellezza”<br />
José Martì</p>
<p><strong>Davanti allo Storiografo de L’Avana, Eusebio Leal, si sono sedute decine di persone con il proposito di intervistarlo, in forme infinite si sono raccolte le sue opinioni su “l&#8217;umano e il divino”, l&#8217;immateriale e il tangibile. Quando si viene a conoscenza del fatto che si avrà la possibilità di avere questo ruolo all&#8217;immenso onore si somma la stessa dose di ansia.</strong></p>
<p>Quale domanda, tra tutte quelle che si desidera porgere, si farà? Quale, che non sia una ripetizione? Come definire e stabilire in così poco tempo un ponte tra la sua opera di riscatto patrimoniale e la promozione di una cultura di disegno nell&#8217;ambiente visuale del Centro Storico de L&#8217;Avana?</p>
<p>Di fronte al vincolo del suo tempo scarso è doveroso andare all&#8217;essenza e concentrarci nel fattore comune che caratterizza il lavoro dell&#8217;Ufficio dello Storiografo nell&#8217;intervenire in un immobile, uno spazio aperto o stampare una pubblicazione: l&#8217;estetica di ciò che è fatto bene.</p>
<p>Intervistatrice (I)-“La bellezza, nella sua relazione con il disegno, non è il risultato di un&#8217;azione cosmetica, di un invito fuori tempo per far ‘belle’ le cose”. “Al contrario, un prodotto di buon disegno irradia bellezza nell&#8217;armonia che formano la sua espressione materiale, l&#8217;uso che suggerisce, le idee che rappresenta”. “Come si forma in lei la nozione del bello?”</p>
<p>Eusebio (E)- “Per cominciare bisognerebbe prendere come massima quella bella poesia cantata da Silvio Rodriguez, quando chiede che le nubi si portino via il brutto e ci lascino il bello”.</p>
<p>“Il bello è sempre una relazione misteriosa tra noi e ciò che ammiriamo, però non c&#8217;è dubbio che sia anche frutto di un&#8217;educazione e dell&#8217;interazione con una serie di segnali che ci marcano senza interruzione.”</p>
<p>“Quando ero bambino, nella scuola ci chiedevano di fare disegni con carte colorate, qualcosa di simile all&#8217;origami giapponese”. “Questo era un suggerimento per l&#8217;uso del colore e della forma, per la ricerca di un&#8217;estetica della vita quotidiana, che per me è la questione fondamentale”.</p>
<p>“C&#8217;è una necessità di trasmettere a tutte le generazioni questo culto della bellezza”. “Per questo il disegno deve entrare nell&#8217;universo del focolare domestico ed essere presente nelle posate, nel vasellame, nei vestiti”.</p>
<p>“Anni fa una grande amica, Nisia Aguero, ha realizzato grandi progetti per portare l&#8217;arte ed il disegno sui tessuti”. “Insegnamenti come questi hanno aiutato a formare in noi – nell&#8217;Ufficio dello Storiografo – un’urgenza per poter dire la nostra parola a partire da una politica: incorporare il disegno alle diverse sfere del nostro lavoro”. “Abbiamo fatto così nelle nostre pubblicazioni, è qualcosa su cui ha lavorato molto (Carlos Alberto) Masvidal, Premio Nazionale di Disegno e che trova un esempio nei titoli della nostra casa editrice Boloña o nei numeri della rivista che testimonia il nostro lavoro, Opus Habana”.</p>
<p>“Abbiamo anche integrato il disegno con la concezione di una versione moderna del museo, che trascende il mostrare la collezione e scommette sull&#8217;interattività; è ciò che abbiamo sviluppato nel Palazzo del Segundo Cabo”.</p>
<p>“Allo stesso modo, con la nuova museologia didattica diretta ai bambini ed ai giovani del ‘Centro a+ per Adolescenti’, c&#8217;è tutto un disegno che si approfitta dei codici dell&#8217;antica fabbrica che esisteva dove oggi ha sede l&#8217;istituzione, per fare un discorso di bellezza, nel mondo industriale”.</p>
<p>“Abbiamo cercato di incorporare questi principi nella concezione di un&#8217;abitazione decorosa e degna, per cui facciamo qualcosa di più che innalzare pareti, nei limiti che ci impongono i finanziamenti”. “Sono uno di quelli che credono che con poco si possa fare molto”.</p>
<p>Senza necessità di pause per cercare nel passato, Eusebio sceglie tra le sue memorie un fatto molto peculiare, che esemplifica la sua affermazione.</p>
<p>“Nell&#8217;antica casa di Obrapia, che non era ciò che conosciamo oggi, ma un edificio abitato, un grande edificio, pieno di controsoffitti abitabili e labirinti, vivevano degli amici che lavoravano in una rivista”. “Un giorno mi invitarono a mangiare con loro ed all&#8217;arrivo ho trovato qualcosa di inconcepibile”. “Avevano arredato tutto usando casse ed altri oggetti che le persone scartavano, armonizzando i colori; avevano una gabbia di canniccio con un canarino, un tavolino con le sue quattro sedie diverse&#8230; loro mi hanno dimostrato che era possibile, con mezzi scarsi, costruire un piccolo spazio di felicità”. “Con poco si può fare qualcosa di utile e bello, sempre se si utilizza bene”.</p>
<p>(I) &#8211; “L’Ufficio dello Storiografo ha puntato ad esprimere questo matrimonio tra forma e funzione attraverso opere di alto impatto sociale”. “Così possiamo vedere case, scuole, centri di attenzione agli anziani od a minori  che sono riferimenti sia estetici sia per i servizi che offrono”. “Come si arriva a questo concetto?”</p>
<p>(E)- “E&#8217; il risultato di un&#8217;evoluzione; ho sempre negato che sia l&#8217;opera di un illuminato, rifiuto per me il protagonismo assoluto in queste questioni”.</p>
<p>“Abbiamo diversi punti dai quali fioriscono iniziative che si esprimono in progetti come quello del ‘Centro a+ per Adolescenti’ uno dei più importanti, secondo me”.</p>
<p>“L&#8217;isolato dove si trova il Centro, delimitato dalle vie Teniente Rey, Habana, Muralla e Compostela, era un ammasso dove si trovavano una vecchia fabbrica di medicine, un&#8217;altra di recipienti, un deposito di alcol, ciò che era stato il collegio di José de la Luz y Caballero era diventata un&#8217;officina di riparazione di veicoli&#8230; Tutto era stato abbandonato all&#8217;anarchia, nulla puntava in una sola direzione”.</p>
<p>“Il nuovo progetto è stato concepito come uno sviluppo armonico nel quale ci sarebbero stati edifici di abitazioni, si sarebbe restaurata la farmacia, avremmo riscattato l&#8217;impronta positiva del passato che era la scuola, però c&#8217;era ancora un problema da risolvere: la vecchia fabbrica”.</p>
<p>“Li si è disegnato il Centro per Adolescenti. La direzione di Architettura e Urbanistica dell&#8217;Ufficio dello Storiografo, in particolare la squadra che ha lavorato con l&#8217;architetto (Orlando) Inclan, ha fatto un lavoro prezioso, lasciando tutti i macchinari industriali in vista, la trave di ferro trasformata con un cambio di colore, le ruote dentate&#8230; riscattare e mostrare il patrimonio industriale è importantissimo”.</p>
<p>Dalla descrizione del progetto fatto realtà, Leal passa, quasi senza transizione, a parlarci di un nuovo desiderio; come se per lui non ci fosse possibilità di accontentarsi fino a che esista un luogo rilevante lasciato opaco e consumato o inutilizzato.</p>
<p>“Sogno il grande edificio della fabbrica di elettricità trasformato in un centro di arte moderno, dove tutta questa vecchia tecnologia possa dare una spiegazione di se stessa e ci introduca ad un mondo dove non abita il silenzio ma la cultura, la conferenza, il passaggio delle persone da un luogo ad un altro”. “Arrivare ad introdurre questi codici nelle nuove generazioni è trascendentale, soprattutto di fronte all&#8217;avanzare del degrado della città”.</p>
<p>“In diversi luoghi vediamo come sta sorgendo un tipo di architettura disorientata, dove la gente cerca di risolvere i suoi problemi, però non c&#8217;è una parola che dica ‘questa è la linea, questo è il piccolo spazio che serve per camminare, quella è l’area verde, così la facciata’”. “Si tratta di una ghettizzazione che ignora il bello come necessità incorporata alla necessità elementare di avere un tetto”.</p>
<p>(I)- “Di fronte a questa proliferazione di ambienti anarchici, quanto è necessario fare del disegno un componente più attivo nel modello della prosperità che vogliamo costruire?”</p>
<p>(E)- “Prima di tutto devo dire che non si può trasformare in uno slogan od in uno schema inciso nella pietra qualcosa tanto serio come aspirare ad un socialismo prospero e sostenibile”. “Come può essere prospero e sostenibile il nostro modello, se non si slegano le mani della creatività, se non si stabilisce un dialogo perenne con la realtà?” “In che modo ottenerlo se prima non si mette la mano sul cuore della necessità, se improvvisamente un fatto straordinario, come il tornado che ha danneggiato gran parte della capitale cubana il passato 27 gennaio, ci pone davanti e ci butta sul tavolo le enormi necessità accumulate nella grande concentrazione che la città suppone, forse una delle più grandi a questa latitudine delle Antille?”</p>
<p>“Quando parlo della monumentalità de L&#8217;Avana non mi riferisco mai al Centro Storico, perché ho sempre affermato che ha molti centri storici, come Luyanò, altri spazi di Diez de Octubre, La Lisa&#8230; In ognuno di questi si è manifestata l&#8217;originalità e la creatività di generazioni per costruire un disegno organicamente previsto dal giorno in cui nasce la città, quando si decide che le strade devono andare da nord a sud, cercando i venti; la piazza sarà luogo di riunione, le fontane serviranno per cercare l&#8217;acqua, lavare i vestiti e dare un&#8217;immagine di tranquillità nella relazione dell&#8217;uomo con l&#8217;acqua”.</p>
<p>“Credo che questa nobile aspirazione alla quale tutti vogliamo contribuire (il socialismo prospero e sostenibile) deve basarsi su questi parametri”. “La città non è un accampamento, è qualcosa di più; in particolare l&#8217;accampamento è rimasto indietro, è una concezione vecchia, la città è un&#8217;espressione superiore, c&#8217;è una razionalità nel suo disegno, che non può  essere omessa, e neanche pretendere che sia omogenea”. “Ogni quartiere ha la sua personalità, ogni frontiera invisibile apporta un carattere diverso, una forma di comportarsi, di esprimersi, di vedere il mondo”.</p>
<p>“C&#8217;è una sintesi di questo disegno nella grande passeggiata della 5a Avenida, dove ogni tanto gli alberi cambiano, ogni tratto ha la sua specificità; per un momento vediamo le palme de ‘corojo’, poi appaiono le palme ‘barrigonas’, ad un certo punto ci sono le acacie nodose, in un altro lato la araucaria&#8230; questa è la città”.</p>
<p>La mezz&#8217;ora finisce. Altri impegni attendono Eusebio. Ci lasciamo con reticenza. Sentiamo che si sarebbe dovuto chiedere, a questo intervistato eccezionale, sul decoro, la Patria, l&#8217;umiltà, la migrazione, la scuola, i venditori ambulanti, le tradizioni od il caffè; per L&#8217;Avana Vecchia che rinasce o L&#8217;Avana Nuova che invecchia. D&#8217;altra parte, con la sua cavalleria indeclinabile, che il suo eterno vestito grigio non può nascondere, avremmo ricevuto sempre una risposta generosa, saggia, intensa.</p>
<p>Però si comincia e si finisce parlando del “bello” perché, come ha detto a La Tiza il Premio Nazionale di Disegno, Carlos Alberto Masvidal, nell’Ufficio dello Storiografo, la bellezza funziona e bella è l&#8217;opera di conservazione patrimoniale intrapresa da questa istituzione, che ci permette di amare e vivere una città di 500 anni con il suo trambusto, il suo eclettismo, le sue lenzuola multicolori, che non saranno mai più solo bianche, issate nei balconi. Perché bella è l&#8217;eredità di questo Storiografo, dedicato al restauro dell&#8217;essenza di una città e dei sogni di chi la abita. Perché bello è essere leali al proposito di alzarsi ogni giorno per fare di Cuba un paese migliore, essere leali fino al midollo, a partire dal cognome.</p>
<p>di Ivette Leyva Garcia</p>
<p>da Cubadebate</p>
<p>traduzione di Marco Bertorello</p>
<p>foto: Yander Zamora</p>
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		<title>Garatti e le opere aperte</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Sep 2014 01:09:56 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lui passava, di nuovo, per L'Avana –questo animale che conosce bene la sua pelle–.Ho affrettato il passo per i vicoli popolosi della città vecchia per arrivare in tempo a regalargli un fiore e dirgli grazie maestro, stringendogli la mano, perché Garatti è un uomo che deve ricevere cose come fiori e gratitudine. Perché quelle di Garatti sono mani che hanno creato molto e bisogna stringerle e gridargli attraverso la propria mano, gridargli perdono a nome di qualcosa, come se in questo ci fosse il rimedio. Un perdono disperato per la metà di un secolo di ritardo imperdonabile. ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_8087" style="width: 580px" class="wp-caption alignleft"><img class="size-full wp-image-8087" alt="Vittorio Garatti" src="/files/2014/09/Vittorio-Garatti-2-580x3861.jpg" width="580" height="330" /><p class="wp-caption-text">Vittorio Garatti</p></div>
<p style="text-align: left"><em>Amo i sistemi aperti che interagiscono con l’informazione. Odio i sistemi chiusi che soffocano.  </em><br />
<em>  </em><br />
<em>Vittorio Garatti  </em></p>
<p><strong>Lui passava, di nuovo, per L&#8217;Avana –questo animale che conosce bene la sua pelle–.Ho affrettato il passo per i vicoli popolosi della città vecchia per arrivare in tempo a regalargli un fiore e dirgli grazie maestro, stringendogli la mano, perché Garatti è un uomo che deve ricevere cose come fiori e gratitudine. Perché quelle di Garatti sono mani che hanno creato molto e bisogna stringerle e gridargli attraverso la propria mano, gridargli perdono a nome di qualcosa, come se in questo ci fosse il rimedio. Un perdono disperato per la metà di un secolo di ritardo imperdonabile.   </strong></p>
<p style="text-align: left">
E’ venuto per assistere ad un&#8217;esposizione gigantesca dedicata alla sua opera, di cui la principale –nell&#8217;ENA (Scuola Nazionale di Arte), le Scuole di Balletto e Musica–è ancora incompiuta. Garatti la visita ogni volta che viene. Lo fa ancora dopo 49 anni, e passa gli occhi per tutta la voracità con cui avanza il suo non termine, come consolando un lamento con lo sguardo.</p>
<p>Nel Centro Wifredo Lam, l’ho incontrato guardando attraverso una finestra. Fuori, le foglie di una palma da cocco. L&#8217;architetto sorride e dice: “Sto guardando le finestre della mia scuola: quelle foglie sono le persiane della scuola di Balletto.”</p>
<p>Garatti è nobile. E non adesso per avere 87 anni ed essere un anziano, che si tende a venerare come se per forza l&#8217;aura di Don Chisciotte che l’avvolge l’abbia accompagnato tutta la vita. Lui ha qualcosa in più che un&#8217;aura: professa una fede senza limite nell&#8217;essere umano, levigata in tutti i suoi giorni con lo stesso mestiere con cui fa creature nello spazio, con la stessa elementare umiltà dell&#8217;artista che è.</p>
<p>Questo sua fede è cresciuta, come lui, nonostante le bombe della Seconda Guerra Mondiale. Nonostante i voltafaccia dei sistemi e degli uomini dei sistemi, perché ha visto da subito che c&#8217;erano molti angoli dove posare lo sguardo, che gli elementi si muovevano caoticamente nello spazio. E vide che era naturale.</p>
<p>…</p>
<p>Dopo la mia tesi di laurea, nel 1957 mi sono stabilito in Venezuela, dove ho conosciuto il cubano Ricardo Porro che era in esilio. Lì incominciamo a lavorare.</p>
<p>A nove mesi dal Trionfo della Rivoluzione, Porro ritorna a Cuba. Nei mesi che seguono al gennaio del 59, la borghesia scappa in blocco dal paese, dicendo che è solo per una settimana “perché gli americani non lo permetteranno”. Sono andati via gli architetti, i medici… tutti avevano una psicosi.</p>
<p>Porro ci chiamò, a (Roberto) Gottardi ed a me e ci ha detto: “Vengono qua”. Siamo stati i primi tecnici stranieri ad arrivare.</p>
<p>Siamo venuti a Cuba ed abbiamo incominciato a lavorare in Pianificazione Fisica nell&#8217;Università. La giovane architetta che era Selma Diaz racconta che Fidel gli ha detto che doveva occuparsi di fare la scuola d’arte più bella del mondo. Allora lei ha parlato con Porro.</p>
<p>In quegli anni –59, 61–la Rivoluzione era al principio. Quando noi siamo arrivati c’erano i cannoni antiaerei nel Malecon de L&#8217;Avana, e dopo alcuni giorni c’e stato l&#8217;attacco a Giron. Era un periodo di guerra, dove gli incarichi cambiavano in questo modo: “Tu sai maneggiare un fucile? Bene, prendi un fucile. Tu sai pilotare degli aerei? Prendi questo aereo. Tu sai fare architettura? Esercitala”. Non c&#8217;era tempo per concorsi o burocrazia. Così è arrivato l&#8217;incarico: fare “La Scuola d’Arte Più Bella del Mondo.”</p>
<p>…</p>
<p>Quelle cinque scuole (Plastica, Danza Moderna, Teatro, Balletto e Musica) dovevano essere molto legate tra loro; funzionando liberamente, ma come parte di una scuola compatta. Cosicché la prima cosa che pensiamo di fare è stata un “città dell&#8217;arte”. Ma il luogo era questo parco bellissimo che era il Country Club de L&#8217;Avana. Allora, quasi come architetti del Rinascimento, noi passeggiavamo per il parco. Aveva una circonvallazione periferica attorno alle case dei borghesi, dove si pensava alloggiare gli studenti. Incominciamo a percorrere e dicevamo: “Io, qui. Io, là.”</p>
<p>Io ho incontrato questa valle dove passa il fiume Quibù. A quel tempo era pulito, perfetto. Mi è piaciuto il posto. Mi sono piaciuti sempre i vuoti, le gallerie, le grotte… per tutto il mistero.</p>
<p>Dovevamo “offendere” il meno possibile il parco: integrarci con la natura. In quello che avevamo elaborato di analisi storica e dell&#8217;ambiente, abbiamo pensato: “È un parco, dobbiamo pensare a tutta l&#8217;architettura che si è fatta nei parchi, nei giardini”. Chi ha fatto i lavori migliori? Quelli che si descrivono ne “Le mille e una notte”, i giardini arabi e quelli del Mediterraneo; anche gli inglesi con le loro grandi serre di vetro… Chiaramente, doveva adattarsi al tropico.</p>
<p>E così abbiamo incominciato.</p>
<p>Poi ci hanno detto che dovevamo compiere le necessità funzionali che stessero chiedendo i direttori. Per il resto, libertà totale.</p>
<p>…</p>
<p>Eravamo nel momento più bello, più libero, più dinamico della Rivoluzione: non potevamo realizzare un modello preconcetto, già visto: doveva essere tutto evidentemente nuovo.</p>
<p>Le scuole dovevano essere elementi dinamici che si integrassero, si intrecciassero. Non poteva essere la forma classica, bloccata; perché il potere ha dovuto sempre rappresentarsi come tale. Ha dovuto sempre realizzare forme simmetriche per dire che tutto quello che sta alla destra deve stare anche alla sinistra, che la realtà è immobile, perché se è mobile si sposta il rischio di perdere il potere. “Il potere è già mio e non può toccarsi”: alla classe poderosa è sempre piaciuto qualcosa di pesante, forte, per dimostrare quello che è.</p>
<p>Ma, come poteva essere così dove tutto già non esiste? Poteva essere un&#8217;altra cosa: come una forma libera, in movimento, l&#8217;era della Rivoluzione che non era dogmatica. Col risultato che quella che abbiamo fatto può essere riconosciuta come un&#8217;architettura della rivoluzione. Se il popolo conquista il potere, se non c&#8217;è oramai dietro nessuno, non bisogna dire: “Io sono il padrone di tutto questo”. No, non c&#8217;è oramai un padrone. Il popolo può godere di tutta questa creazione. Non deve essere un simbolo imponente. Per questo motivo tutti i progetti che abbiamo fatto sono tanto aperti, tanto in trasformazione. Un&#8217;architettura rivoluzionaria è altrettanto bella, e si ottiene quella bellezza che si inonda dalla gente.</p>
<p>Allora alla fine stavamo realizzando qualcosa che non esprime potere, bensì vita. Uno deve riuscire a rappresentare che la verità è bellezza. La verità del potere è una verità parziale, perché la verità è più grande, più ricca.</p>
<p>…</p>
<p>Ci hanno detto che tutto quello che avevamo a disposizione era molta terracotta, nient&#8217;altro: “Abbiamo molto poco ferro e molto poco cemento, vedremo come potete arrangiarvi”. Ma nell&#8217;architettura, quando ci sono problemi di necessità, l&#8217;uomo inventa.</p>
<p>Nelle scuole di balletto le aule erano come una palestra, con cemento, e bisognava usare delle travi per sostenere il soffitto. Siamo andati a vedere come lavoravano i ballerini e ci siamo resi conto che nello spazio rettangolare e con soffitto piano –anche se era alto–il ballerino, mettendo in mostra la sua figura, virtualmente sbatteva col soffitto e con la parete. La linea retta diventava un limite per tutto il suo movimento. Abbiamo pensato che era meglio avere una cupola che potesse “raccogliere” gli spazi che loro creavano col movimento. E che neanche la parete fosse piana, bensì convessa o concava.</p>
<p>E ci fu lì quella casualità –perchè la realtà è fatta anche di scontro, di casualità–: incontriamo nel parcheggio del Ministero della Costruzione un lavoratore appena arrivato dalla Spagna che era figlio di un operaio che aveva lavorato con Gaudì e conosceva la tecnica della cupola catalana.</p>
<p>Allora Porro ed io abbiamo scelto la cupola. Lui l’ha fatta in una maniera ed io in un&#8217;altra. Io l’ho fatta convessa e lui concava. Inoltre, gli alberi sono cupole. Ed il luogo era pieno di alberi.</p>
<p>C’è stato anche il meraviglioso contatto con la pittura di Lam, questa immagine che è come un lampo. Il cervello continua a caricarsi di tutto ciò, e di lì esce la linea curva. La forma si va facendo poco a poco. Io insisto in che deve essere una risultante di tutte queste considerazioni. Una giornalista, dopo che il progetto era già avviato, mi ha detto che il mio stile era curvo. E gli risposi: “Non c&#8217;è nessun stile, il processo creativo va via auto-generandosi. Per ogni tema c&#8217;è una risposta differente, per ogni storia, per ogni luogo.”</p>
<p>Cominciamo ad alzare i muri e quando arriviamo al soffitto, ottanta uomini che l&#8217;operaio spagnolo aveva preparato in 6 o 7 mesi hanno incominciato a coprirlo con la cupola catalana. La spesa di cemento è diminuita moltissimo.</p>
<p>Anche così, prodotto del bloqueo hanno fermato le opere non produttive. C&#8217;era stato un gran investimento nella cultura, ma con le necessità dell&#8217;economia tutto quello che non era produttivo, l’hanno fermato.</p>
<p>Lì l&#8217;opera si è fermata.</p>
<p>…</p>
<p>Io sono andato a lavorare a Pianificazione Fisica, e con Sergio Baroni ho partecipato al concorso Playa Giron, dove ho ottenuto una menzione ed abbiamo progettato il Pabellon Cuba per la Fiera Internazionale Montreal´67 che si è inaugurato in aprile di quell&#8217;anno. E così. Poi mi sono messo a lavorare nel Piano Regolatore de L&#8217;Avana, negli anni 70.</p>
<p>Porro è stato allora il meno fortunato perché aveva un gran nemico, che avevo anche io: l&#8217;architetto Antonio Quintana che l’ha messo a lavorare nel giardino zoologico costruendo gabbie.</p>
<p>Porro è emigrato allora a Parigi. Quando è arrivato ha avuto un po&#8217; di problemi, ma in seguito ha fatto meravigliosi lavori sociali, ospedali, scuole, edifici… In Italia io non ho avuto la stessa fortuna, perché era un momento con un’economia povera. E Gottardi è rimasto qui a Cuba.</p>
<p>Io esco da Cuba nel 74. La verità è che mi hanno detto che dovevo scegliere. Io lo giustifico così: si inventò la falsa notizia che molti dei tecnici stranieri erano in realtà spie. In Europa si parlava molto male di Cuba. Non hanno capito che eravamo in guerra, e nella guerra si può essere colpito dal fuoco amico. Se tu sei in una situazione di guerra, devi dare per scontato che possono passarti cose così, perché il pericolo compromette.</p>
<p>Inoltre, io lavoravo in una maniera molto irregolare, avevo alcuni progetti nella casa. Allora, dopo un paio di amici, hanno arrestato anche me. Non è certo che mi abbiano picchiato, benché la detenzione sia durata 21 giorni, e per me è diventata lunga, in un stanza piccolina, senza luce, senza potere uscire. Ma un giorno mi hanno tirato fuori, mi hanno portato in una casa con piscina, ed un medico tutte le mattine mi chiedeva: “Come si sente?.”</p>
<p>Io ho detto a Wanda, mia moglie: “Non andare all&#8217;ambasciata a protestare. Speriamo che tutto si risolva”. Alla fine mi hanno detto: “Ora lei può fare due cose: affrontare un giudizio o va via”. Allora io ho pensato che stavo incominciando già ad invecchiare e non avevo voglia di perdere un anno nell&#8217;agricoltura, cosicché ho detto: “Vado via.”</p>
<p>In seguito, dopo cinque anni, Carlos Rafael Rodriguez mi ha scritto dicendo: “Perché non passi di qui? Chiamami.”</p>
<p>Quella era stata una stupidità. Dopo quattro o cinque anni ritornai e non era successo niente. E’ stato un incidente di guerra. Ma la gente non lo capisce così perché non capisce la storia. Il problema è che pensano che quando arriva la Rivoluzione tutti gli uomini diventano onesti. No, non è così. Che cosa si sono immaginati, che perché è arrivata la Rivoluzione tutto il mondo diventa, improvvisamente, intelligente? No, la Rivoluzione da la possibilità di arrivare alla cultura, come diceva Martì.</p>
<p>Passa molto tempo.</p>
<p>L&#8217;architetto ha la responsabilità di realizzare uno spazio per lo sviluppo della vita di tutti gli uomini. Questo è il concetto. Alberti (1460) ha detto: “La città è una gran casa, e la casa è una piccola città”. La casa ha corridori, la città ha piazze ed ha strade. Il fatto negativo è che oggigiorno le città sono sommerse di automobili che lo coprono tutto. La lotta è più dura.</p>
<p>Io, tutti i lavori, li ho considerati come il più importante. Tutti li ho fatti con la stessa volontà. La mia architettura è creare questo spazio dove l&#8217;uomo possa svilupparsi bene e godere della vita. È un&#8217;architettura per la vita dell&#8217;uomo. Trattare che si senta bene, contento, in godimento.</p>
<p>Che una città non sia bella e funzionale è molto negativo. Per questo motivo dico che bisogna pensare bene al contesto, bisogna considerare la natura, la poesia, e la letteratura, la danza, la musica… Tutte queste cose. Se non ci sono, se c&#8217;è solamente qualcosa di funzionale, non c&#8217;è poesia. E come si vive senza poesia, senza musica? Quello che vive solo col puramente funzionale si sta castrando.</p>
<p>Una città è un incontro di uomini, lavoro, commercio, mercato, scambio. Naturalmente la città deve essere bilanciata, in modo che sia un organismo.</p>
<p>Il nostro Piano Regolatore della Città de L&#8217;Avana diceva “la città deve strutturarsi, organizzarsi attorno ai centri di lavoro creativo” che sono il cuore. Il lavoro è la cosa fondamentale, è quello che dà soddisfazione; dove c&#8217;è lavoro c&#8217;è vita, dove non c&#8217;è, c&#8217;è morte. I centri di lavoro creativo sono la produzione, l&#8217;educazione e la casa. Dove ci sia questo aspetto comunicativo, questa integrazione, la città è viva. È un incontro vivo di gente che si interconnette, si interpella. Non può esserci una città dormitorio.</p>
<p>Quando venimmo da Caracas a L&#8217;Avana, Porro ci ha portato alla Piazza delle Armi, alla Piazza Vecchia, la nostra esclamazione è stata: “Senti, questa è una città!”, rispetto a Caracas, che era un paesino. Poi col petrolio si è riempito di grattacieli, puri grattacieli.</p>
<p>L&#8217;Avana è una città bella, l&#8217;influenza spagnola, lo zucchero… inoltre ha il mare, ha un porto. Tutte le città nel mondo che hanno porti sono molto vive, perché il porto vuole dire scambio, vuole dire gente che arriva e che va via, un mercato.</p>
<p>Ora, il fatto negativo è che dopo l&#8217;espansione de L&#8217;Avana col capitalismo, tutto orizzontale, si è estesa ed estesa, e diventa già periferia. Periferia in una città è una zona che non ha servizi; ma nel piano della città avrebbe dovuto concentrarsi attorno alla baia. Nella collina di Guanabacoa bisognava mettere edifici alti per potere vedere l&#8217;arrivo delle barche, i treni che vanno via…</p>
<p>Noi dicevamo che bisognava fare delle strade piene di flamboyanes che facciano la funzione di un tunnel. Immaginavo che ogni 500 metri, 700 metri, si potesse fare una piscina. Allora qui non era visto di buon occhio usare dei sandali, soprattutto gli uomini; ma io mi immaginavo che, essendo al Tropico, la gente usasse i sandali, gli short e quando tornava a casa dal lavoro, passava per questo tunnel di flamboyanes e quando si trovava la piscina la gente attraversava, usciva dall&#8217;altro lato ed attorno alla piscina c&#8217;erano alcune casse con dentro libri e riviste, ed uno poteva mettersi a leggere alle 5 del pomeriggio, di ritorno del lavoro. Faceva la sua nuotata e dopo camminava verso casa.</p>
<p>Questo del Tropico era interessante. Lo dicemmo nel piano. Non si è potuto fare; ma, va bhè, per lo meno la gente va in sandali ed in short e ci sono alcuni tunnel di flamboyan.</p>
<p>…</p>
<p>Dà un po&#8217; di tristezza il fatto… non tanto che l&#8217;opera sia ferma come di non poterla almeno conservare bene. Che possa essere come un parco archeologico dove si passa e si vede, perché la Scuola di Balletto è ancora affascinante. Ha bisogno di una correzione del fiume perché a Marianao hanno costruito delle fabbriche, delle tintorie ed hanno bloccato l&#8217;uscita al mare…Bisogna fare qualcosa.</p>
<p>Nonostante quello che mi è successo, ne sono uscito bene. Io ho avuto un tipo di educazione che mi ha fatto affrontare meglio la vita. Ho avuto anche l&#8217;esperienza della guerra, so che cosa significa quando ti distruggono tutto. La vita c&#8217;impone compiti, e bisogna affrontarli. Non c&#8217;è mai stato nel mondo un momento di pace vera, se uno legge i libri di storia; ma c&#8217;è stata sempre gente che si è dedicata alla vita, che ha tentato di cambiare: sono ottimista.</p>
<p>Per questo motivo io so che un giorno si riuscirà a completare questo sogno, questa scuola per l&#8217;America Latina, per il terzo mondo. In questo, ho fede. Mi piacerebbe per lo meno vedere realizzato il teatro della sinfonica che abbiamo già terminato come progetto.</p>
<p>Ogni tanto mi domando se è arrivato già il momento in che “mi toglieranno la corrente”. Ho ancora forza; ma quando me la toglieranno… me la toglieranno. Per lo meno posso dire che ho vissuto tanto, che la vita l&#8217;ho goduta tanto!… non mi sento frustrato. Ho i miei bambini: i miei tanti alunni –anche a Cuba ne ho molti–ed ho le opere che i miei bambini termineranno. O i bambini dei miei bambini.</p>
<p>da Cubadebate</p>
<p>di Monica Rivero</p>
<p>foto di Alejandro Ramirez Anderson</p>
<p>traduzione di Ida Garberi</p>
<div id="attachment_8088" style="width: 580px" class="wp-caption alignleft"><img class="size-full wp-image-8088" alt="Scuola D'Arte de L'Avana" src="/files/2014/09/Escuela-Arte-Habana-copia-580x492.jpg" width="580" height="492" /><p class="wp-caption-text">Scuola D&#8217;Arte de L&#8217;Avana</p></div>
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		<title>Vittorio Garatti, un progetto, un viaggio sempre</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Mar 2014 23:38:53 +0000</pubDate>
<dc:creator>Cubadebate</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Vittorio Garatti è arrivato, di nuovo, a Cuba. Di nuovo con bozzetti sotto il braccio ed un'opera nella testa. Come più di quaranta anni fa, nell'aspettativa di vedere il suo progetto-sogno realizzato, finalmente finito. Garatti, insieme al suo compatriota Roberto Gottardi ed al cubano Ricardo Porro, ha progettato le Scuole d’Arte de L'Avana, quella del Balletto e quella di Musica sono le sue. Quelle di Porro sono terminate nel 2009. Quelle di Gottardi e Garatti rimangono tra le rovine di quanto costruito ed un progetto da terminare. Spazio con piaghe del tempo, di indolenza. Ed uno spazio carico della speranza dei suoi molti amanti. ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><div id="attachment_7697" style="width: 580px" class="wp-caption alignleft"><img src="/files/2014/03/Vittorio580x386.jpg" alt="L&#039;architetto Vittorio Garatti a L&#039;Avana" width="580" height="386" class="size-full wp-image-7697" /><p class="wp-caption-text">L&#039;architetto Vittorio Garatti a L&#039;Avana</p></div><strong>Vittorio Garatti è arrivato, di nuovo, a Cuba. Di nuovo con bozzetti sotto il braccio ed un&#8217;opera nella testa. Come più di quaranta anni fa, nell&#8217;aspettativa di vedere il suo progetto-sogno realizzato, finalmente finito. Garatti, insieme al suo compatriota Roberto Gottardi ed al cubano Ricardo Porro, ha progettato le Scuole d’Arte de L&#8217;Avana, quella del Balletto e quella di Musica sono le sue. </strong></p>
<p>Quelle di Porro sono terminate nel 2009. Quelle di Gottardi e Garatti rimangono tra le rovine di quanto costruito ed un progetto da terminare. Spazio con piaghe del tempo, di indolenza. Ed uno spazio carico della speranza dei suoi molti amanti.  </p>
<p>E’ venuto, questa volta per inaugurare, venerdì 7 marzo, nel Centro d’Arte Contemporaneo Wifredo Lam, l&#8217;esposizione Vittorio Garatti: Opere e Progetti.  </p>
<p>“È un uomo straordinario”, commenta Jorge Fernandez, Direttore del Centro Lam e curatore dell&#8217;esposizione. “Si è implicato molto in quello che fa. Se dovessi definirlo, è la perseveranza, la resistenza, il fatto di credere in quello che fa, il fatto di non smettere di sognare e questo è quello che l&#8217;ha mantenuto vivo.”  </p>
<p>L&#8217;esposizione si descrive come un percorso per tutto quello che ha fatto: “Ci sono i suoi disegni che hanno una composizione erotica molto speciale. Ci sono alcuni modelli in 3D di come sarebbe stata la scuola, il modellino nuovo che ha fatto del Teatro per la Musica, che è una cattedrale. Vittorio mi dice che lui sogna che un giorno si interpreti in questo auditorium Altagracia, di Carlos Fariñas, che non è una musica qualunque: è una cavalcata ed è dedicata al Che.”  </p>
<p>Secondo il proprio architetto, in dichiarazioni a Prensa Latina, questo è la più grande delle sue esposizioni perché riunisce tutti i suoi aspetti lavorativi. “Sono emozionato per l&#8217;omaggio che mette su grande scala il mio lavoro, offrendo dettagli a chi lo conosce e facendolo conoscere alle nuove generazioni”, ha commentato.  </p>
<p>Garatti sviluppa ora il progetto L&#8217;Anello dei Caraibi che collegherà i paesi insulari e caraibici per vie marittima e ferroviaria. Ha lavorato a Cuba fino al 1974. Ed è dovuto andare via “sognando sempre il termine dei suoi progetti”, assicura Fernandez. Le scuole sono eccessivamente trasgreditrici, dal momento che si lavora sul concetto di architettura organica che si auto-genera; lavorare dalla forma e dal sociale, per questo motivo si è anche ispirato all&#8217;opera di Lam, Il terzo mondo, La giungla… L&#8217;architettura di Garatti ha anticipato molte cose: il post-modernismo, molti concetti che si destreggiano oggi nell&#8217;architettura.”  </p>
<p>Ci sono, inoltre, i riferimenti che l&#8217;ispirarono. “Da questa urbanistica di John Willis, del 1760, L&#8217;Alhambra, Francesco Borromini, Alberti… gli interessano anche questi architetti che hanno dovuto disgraziatamente soffrire di lasciare i loro progetti inconclusi, di non potere finirli, per ragioni dissimili, dal finanziamento fino alla negligenza ed alle incomprensioni.”  </p>
<p>“Vittorio è un uomo dell&#8217;utopia, come Tatlin che progettò quel gran monumento, quella gran spirale e non si è mai potuta fare. Magari la Russia non era preparata per un edificio di quel calibro che stava trasformando tante cose. Magari l&#8217;architettura ha questo “peccato” dell&#8217;investimento, del presupposto”, conclude Fernandez, che è anche Storiografo dell&#8217;Arte.  </p>
<p>Cuba era preparata per l&#8217;architettura di Garatti?  </p>
<p>Jorge Fernandez: Cuba non lo era. Né il mondo. Lui racconta che quando andò in Italia e mostrò il progetto, la gente non lo capì. Succede sempre con le opere che sono trasgreditrici. In quel momento c&#8217;erano anche molte differenze estetiche, incominciando per gli stessi architetti; ed a volte le differenze estetiche si trasferiscono alla politica, ed incominciano discussioni politiche che non hanno senso. Vittorio, inoltre, è un comunista convinto e non ha mai smesso di esserlo. Tuttavia, qui non hanno capito queste scuole come avrebbero dovuto capirle. Non c’è stata sensibilità, eccetto quella che ha avuto lo stesso Fidel, che ha detto pubblicamente che hanno tentato di convincerlo che le scuole non erano funzionali, che era impossibile finirle, e che ha dovuto affrontare discussioni perché c&#8217;era molta gente contro le scuole.  </p>
<p>Che prospettive ci sono che si possano terminare adesso?  </p>
<p>JF: Stiamo in un momento complesso e questo è un progetto che richiede investimento. Credo che la cosa più importante è che in Cuba ci sia una sensibilità in tutte le sfere, primo verso la scuola, verso l&#8217;importanza di potere finirla, e dopo incominciare a cercare i finanziamenti, l&#8217;aiuto. Vittorio sa che Cuba sola non può assumere il costo di questa scuola, deve esistere una volontà per creare un movimento internazionale per cercare il finanziamento. Tentarlo, perché non tentarlo. Non può smettere di pensare al futuro per le contingenze del presente.  </p>
<p>   <em> “Che cosa dire di questa scuola? Una scuola di Balletto, un animale, un crostaceo, un polipo (con le sue forme avvolgenti, intriganti, ambigue).  </p>
<p>    Certamente un organismo con molte cavità. Le cavità mi hanno sempre affascinato. Il loro mistero? Il senso di attrazione verso il vuoto oscuro. Mi ha appassionato sempre il fondo marino, scoprire grotte e caverne, mi affascina lo spazio aperto e devastato, (…) una dissoluzione di piani: un non chiudere, non fissare.  </p>
<p>    Amo il viaggio, l&#8217;avventura (anche come metafora), il viaggio come investigazione, l&#8217;investigazione come conoscenza, il progetto come conoscenza, il progetto come un viaggio…  </p>
<p>    Lo spazio, il barocco. Amo lo spazio. Amo il movimento, l&#8217;interrelazione.  </p>
<p>    Amo i sistemi aperti che si nutrono di scambi.  </p>
<p>    Odio i sistemi chiusi che soffocano.  </p>
<p>    (…)  </p>
<p>    Incontro perfette le parole di Vedova:  </p>
<p>    ‘Ogni epoca ha delle caratteristiche proprie, e la nostra, da diversi dati, mi sembra caratterizzata dall’immisurabile, per la decadenza del classico a priori, per una perenne mobilità: il contrario del concetto puro, della morale istituita, delle leggi stabilite’.”  </p>
<p>    Vittorio Garatti (Opere e Progetti)  </em></p>
<p>di Monica Rivero, foto di Alejandro Ramirez Anderson, da Cubadebate</p>
<p>traduzione di Ida Garberi  <div id="attachment_7699" style="width: 580px" class="wp-caption alignleft"><img src="/files/2014/03/garatti2-580x375.jpg" alt="Vittorio Garatti ed Alberto Moravia nelle scuole d&#039;arte a Cuba" width="580" height="375" class="size-full wp-image-7699" /><p class="wp-caption-text">Vittorio Garatti ed Alberto Moravia nelle scuole d&#039;arte a Cuba</p></div><br />
<div id="attachment_7700" style="width: 580px" class="wp-caption alignleft"><img src="/files/2014/03/ambasciatore580x386.jpg" alt="da sinistra a destra: l&#039;architetto italiano Roberto Gottardi, autore del disegno della Scuola di Arti Sceniche; Carmine Robustelli, ambasciatore italiano a Cuba; Jorge Fernandez, direttore del Centro Wilfredo Lam" width="580" height="386" class="size-full wp-image-7700" /><p class="wp-caption-text">da sinistra a destra: l&#039;architetto italiano Roberto Gottardi, autore del disegno della Scuola di Arti Sceniche; Carmine Robustelli, ambasciatore italiano a Cuba; Jorge Fernandez, direttore del Centro Wilfredo Lam</p></div><br />
<div id="attachment_7701" style="width: 580px" class="wp-caption alignleft"><img src="/files/2014/03/mostra580x386.jpg" alt="Centro Wilfredo Lam" width="580" height="386" class="size-full wp-image-7701" /><p class="wp-caption-text">Centro Wilfredo Lam</p></div></p>
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